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BandAutori 35. Viaggio nella sperimentazione sonora con il prog anni '70 degli Agorà e l'elettronica iper-tecnologica di KHOMPA. Per "Libri che suonano" il disco solista di Mauro Repetto.

Agorà “Bombook” (Cramps)

A volte ritornano. I marchigiani  Agorà, nella metà degli Anni 70, furono una delle band più percettive del cosiddetto prog-rock. Due album all’attivo: il primo dal vivo “Live in Montreux”, il secondo in studio “2”. Realizzati proprio negli anni in cui quel genere musicale volgeva al termine, causa l’attack-punk alle porte. Anche se quest’ultimo, in Italia approdò un po’ in ritardo. Gli Agorà con il loro jazz-rock ben orchestrato e influenzato da band come Weather Report e parallelo a quello dei Perigeo, fu una di quelle formazioni con più “settimane enigmistiche” da proporre e seguite dal pubblico della musica all’aperto, sotto le stelle (e magari sotto la pioggia). E che fu il folto e rumoroso viavai dei festival pop, poi diventati feste del proletariato giovanile. Con tutti gli annessi e connessi del caso. Dalla gioia e rivoluzione (nel nuovo album, c’è la partecipazione di Patrizio Fariselli degli Area) a quel correre sfrontato che più volte si tramutò in fuga.  In avanti o all’indietro che sia. “Bombook” contiene undici episodi strumentali, i brani sono “tirati alla lunga” come il genere musicale d’appartenenza pretende ed è stato registrato dal vivo il 20 settembre 2015 al “Progressivamente Festival” tenutosi presso il Planet Live Club.  Ci sono i membri originari della band, Renato Gasparini (chitarra elettrica ed acustica) e Ovidio Urbani (sax soprano e contralto) affiancati da altri comprimari. Impeccabili nella tecnica, capaci di virtuosismi, senza nessuna difficoltà e “se tu lo desideri” e, volendo, abili nell’affrontare le intemperie del tempo che passa. E proprio qui, sta il nocciolo della questione. Perché pur essendo un album piacevole, nell’era del “jogging globale”, qui tutto sembra essersi arrestato, persino certe onde mediterranee fanno meno effetto di una volta. C’è sì l’atmosfera da festa per l’ennesima reunion, ma è  più concettuale che fisica. L’album corre il rischio di diventare opera per “neo-apprendisti-prog” o per completisti e collezionisti del genere. Che a quanto pare, la rivincita sul punk, nel corso del tempo, se l’è ripresa. Numerosi fan sparsi nel mondo (in Giappone, l’italian-prog è considerato merce di pregiato valore), uno zoccolo duro intergenerazionale che non demorde (in ogni caso più over-anta che under 30). Tanto che, roba fresca, un coraggioso editore ha pensato bene di mandare nelle edicole italiane una rivista denominata “Prog”. Interamente dedicata a quello stile, stiletto, stillicidio. Lussuosa, ben impaginata, colorata, bella da vedere e da curiosare. E già, anche perché l’occhio vuole la sua parte. Tant’è che nella stagione d’oro del prog-rock, nel decennio dei “contenuti ad ogni costo, chiari, schierati, di qui o di là” talvolta si sopperì alla carenza di questi con la forza delle immagini e la bizzarria dei nomi delle band. Accattivanti copertine di 33 giri, elementi pendolari di una stagione, che fu tre in una. Pacifica, conflittuale, creattiva (un finale con la doppia T). Il buon mestiere non è andato perso, anche se si è avari con gli inediti, sa riscaldare il cuore di determinato pubblico, è fedele alla linea (la sua), dichiara che pace e cultura devono viaggiare di pari passo, fa trapelare riferimenti buddisti, rimane proposta anomala. Ed è bene. Ma è troppo intriso di passati remoti e  prossimi e così il volo che si intende spiccare rimane dimezzato. C’è la ricerca di una ri-elaborazione prospettica, ma che stenta nel farsi carico di ulteriori “spese aggiuntive”. Tra i brani, vanno segnalati “Reset” con l’emergere del suono del violoncello di Gianni Pieri e dei flauti di Marco Agostinelli, “Punto rosso”, la traccia più coraggiosa e sperimentale e “Cavalcata solare”, capace di impartire “lezioni” allora come oggi. Ma in sintesi, un disco facoltativo. Voto: 6,5 (Massimo Pirotta)

KHOMPA “The Shape Of Drums To Come” (Monotreme Records)

Si può ancora sperimentare oggi nella musica? E se è possibile, in quale ambito e usando quali mezzi? Sono due delle domande che al giorno d’oggi vengono fatte più spesso quando si cerca di capire quali direzioni seguirà la musica da qui in avanti. Le risposte più frequenti riguardano, come prevedibile, l’utilizzo della tecnologia. In questa ottica una delle possibili vie potrebbe essere quella proposta da Davide Compagnoni, in arte KHOMPA, batterista titolare degli Stearica e collaboratore live e su disco di grandi nomi, come ad esempio Baustelle, Roy Paci & Aretuska, LNRipley. Davide ha infatti architettato un sistema tecnologico di tutto rispetto assieme agli sviluppatori di Ableton, uno dei software musicali più utilizzati. In pratica, ogni pezzo della sua batteria controlla uno strumento virtuale (ad esempio sintetizzatori e campionatori) tramite il software che, assieme a un sequencer, permette al musicista di suonare melodie reali e di suonare strumenti elettronici senza tracce preregistrate, loop o diavolerie simili: quello che Davide suona, anche se mediato, è quindi al 100% live. Il risultato delle registrazioni dei brani ideati con questo metodo, raggruppati nell’album “The Shape Of Drums To Come” (con la batteria a prendere il posto nel titolo del jazz di Ornette Coleman e del punk dei Refused), suona forse un po’ meno rivoluzionario di quanto ci si potrebbe attendere. I 10 pezzi traggono infatti forte ispirazione dall’avant-rock che Davide suona con la sua band madre e dai connubi tra rock ed elettronica degli ultimi anni, in particolare di band come gli HEALTH, i Battles o, restando in Italia, gli Appaloosa. Detto questo, la qualità delle composizioni è altissima, dall’iniziale “Nettle Empire” coi suoi ritmi spezzati da ballare come Ian Curtis, passando per la corsa a rotta di collo di “Religion”, i virtuosismi alla velocità della luce di “The Shape”, l’inquietudine di “Upside-Down World” aumentata dalla voce recitante in giapponese di Taigen Kawabe dei Bo Ningen, il break rock’n’roll geneticamente modificato di “Make The Operator More Productive”, fino alla chiusura affidata a “Wrong Time Wrong Place” con le sue atmosfere minimali e post-atomiche, frutto della collaborazione con Davide Tomat dei Niagara. La considerazione finale che si può fare è dunque questa: forse il futuro della musica sta nello sviluppo tecnologico, ma anche, come è sempre stato, nella capacità di plasmare l’esistente traendone qualcosa di bello ed interessante, cosa che a KHOMPA riesce bene. Voto: 7.5 (Fabio Pozzi)

 

TOP 5. I dischi, di ieri e di oggi, più ascoltati negli ultimi giorni

Cristiano Calcagnile “Multikulti Cherry On”, Baustelle “Sussidiario illustrato della giovinezza”, Roberto De Bastiani “Risvolti”, Ritmo Tribale “Mantra”, Acustimantico “Santa Isabel” (Massimo Pirotta)

 

Mai Stato Altrove “Hip hop”, Daniele Celona “Dalla guerra alla luna EP”, Neripé & Guappecartò “Amay”, Jesus Franco & The Drogas “Damage Reduction”, Piero Umiliani “Svezia Inferno e Paradiso” (Fabio Pozzi)

 

VINILE: novità, ristampe, prossime pubblicazioni

Blonde Redhead “Masculin Feminin” (4LP boxset), Elio e Le Storie Tese “Figgatta de blanc”, Ennio Morricone “Paura Vol.2”, “Teorema”, “Vergogna schifosi”, “Le due stagioni della vita”, “La califfa”, Milva “Milva”, Raphael Gualazzi “Love Life Peace”, Nosound “Scintilla”, Tiziano Ferro “111”, “Rosso relativo”, “Nessuno è solo”, Verdena “Valvonauta”, Zucchero “Black Cat”, “Un po’ di Zucchero”, “Rispetto”, “Blue’s”, “Miserere”, “Oro, incenso & birra”, “Miserere”, “Spirito divino”, “Bluesugar”, “Shake”, “Fly”, “La sesion cubana”, “Chocabeck”, Zucchero & The Randy Jackson Band “Zucchero & The Randy Jackson Band” (m.p.)

 

Libri che “suonano” (un estratto)

Repetto lascia e va negli Stati Uniti con un sogno folle, fare un film con una modella chiamata Brandi di cui si era innamorato e intitolarlo "Brandi's smile". Anni dopo Pezzali interpreterà così l'abbandono del partner: "Finchè scrivevamo canzoni in cantina andava tutto bene. Il problema secondo me iniziò con i concerti dal vivo, durante i quali io cantavo e lui no. Certo, Mauro ballava, ma faticava a trovare una sua dimensione sul palco. Credo che alla lunga sia stato questo non sentirsi a proprio agio in scena il vero problema". Ma non era una questione di ego. Mauro aveva
delle cose da dire. Cose che non riuscirà a raccontare nel film, che non riesce a realizzare, con tutte le porte americane a cui bussa che gli si chiudono davanti, tra le quali quella della Brandi che gli aveva fatto perdere la testa. Ma quel viaggio negli Stati Uniti non era stato inutile. Era stato anche un viaggio verso la fine dell'adolescenza e del suo post, uno sputnik lanciato verso la crisi, fantasmi della maturità tutt'intorno. Repetto prende la chitarra e si mette a nudo. Cecchetto avalla, e ne esce un disco. Scioccante, purissimo. Doloroso. Ridicolo. Di una bellezza che abbaglia. Di una trashitudine che spaventa. Un disco "basso" come nessun altro nella storia della canzone italiana. E "alto" come nessun altro. Senza baricentro. E dove il baricentro affiora, in qual magma psicoticamente funky, toglie il respiro. Registrato nei Power Station Studios newyorchesi, realizzato insieme a Jeffrey M. Alexander e St. Martin Bertrand, con Michele Chieppi alla chitarra acustica (i tre si spartiscono le musiche) e una vocalist eccellente come Francesca Touré, "Zucchero Filato Nero" esce nel 1995 e sarà l'ultimo segnale di vita riconosciuto di Mauro Repetto. Immaginate lo spettro di Syd Barrett che scompagina l'immaginario degli 883, in un suono che unisce hip hop primi '90 e sketches acustici lo-fi come un Beck maturo, tagliando il tutto con cascami FM '80, e avrete un'idea. Shakerando e allucindando la poetica fumettisca degli 883, in una dialettica fatta di fighe da sogno e fighe di legno, America e Italia, due di picche e televisioni, guasconismo e esistenzialismo, sogno e realtà, psicosi e ordinarietà, in questa cornice dove lo zucchero filato nero del titolo è il pelo femminile, incorniciato in copertina e leit motiv ossessivo del disco, in mezzo a tutto questo prende forma l'imprevisto. (tratto da Christian Zingales, “Italiani brava gente. Agiografie, psicologie, geografie della canzone italiana”, Tuttle Edizioni, 2008)

 


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