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Stella Burns

BandAutori 36. Finisce l'estate con la nostalgia Sixties de Il Complesso di Tadà! e con le cover blues morriconiane di Stella Burns and The Lonesome Rabbits. Per "Libri che suonano" Gianco e Manfredi nella Milano di fine Settanta-inizio Ottanta.

 

Il Complesso di Tadà! “Il Complesso di Tadà!” (Record Kicks)

Visto che la stagione estiva volge al termine, salutiamola così. Con un album che sa di balli del mattone, surfisti delle sette note, rotonde sul mare, aperi-cene, notti a far mattino. Un arrivederci ad una stagione che è piaciuta (malgrado tutto) oppure non piaciuta (tanto, per niente). A voi decidere le percentuali. I titolari dell’album sono una rodata band ideale per un party spensierato e dallo sguardo posizionato sui tempi andati. Sono Hammond-maniaci, retrò (quasi interamente), futuribili (quasi niente). Il loro è un esercizio di stile che va da Booker T. & The MG’s ai maestri delle colonne sonore del cinema italiano (Piero Umiliani, su tutti). Strumentali con farina propria che sono velocizzati ma non troppo, sottofondi morbidi, allegri, movimentati, lenti e alla prova (del nove?). Tredici brani, molte cover. Rifugi sicuri: bitt italiano, quello che in maggioranza, ebbe poco a che fare con i bonghi beatnik e jazzati di Kerouac & Co. e fu solo urlo yè-yè (ma qui c’è “Ma che colpa abbiamo noi”, cantata da Ramiro Levy), con manifesti delle regine della musica leggera italiana e di cantautori della scuola genovese. Special guest a cantare, a dare voce. Molecole recitate e altalenanti ad una via italiana dello spoken-word style (Filippo Timi che è Alberto Lupo in versione due punto zero?). Ci sono le accattivanti interpretazioni di Nina Zilli (“Il surf delle mattonelle”) e di Serena Altavilla (“Se perdo te”). Mentre Elio non poteva che tuffarsi dal trampolino e cimentarsi con “Mah Na Mah Na”,  istantanea surreal-pop e tratta sempre dall’articolato repertorio del Maestro Umiliani. La band fa intendere la propria anima live ma c’è pure un sound-design che non vuole rischiare. Si adagia su una sorta di No alla rimozione più che legittimo. Ma che, nella sua “nuova” esposizione, è in difficoltà nell’essere spazio-temporale evolutivo. Voto: 6,5 (Massimo Pirotta)

 

 

Stella Burns and The Lonesome Rabbits “Jukebox Songs” (Love & Thunder Records)

La seconda vita musicale di Gianluca Maria Sorace a nome Stella Burns, dopo quella come autore e leader degli ottimi Hollowblue, si arricchisce di un secondo disco in coabitazione con The Lonesome Rabbits, il trio di amici musicisti che lo ha accompagnato nel tour seguito al primo album “Stella Burns Loves You”. “Jukebox Songs”, come si può già intuire dal titolo, è un disco interamente composto da cover, una prova che prima o poi quasi tutti affrontano, non sempre uscendone bene. Stella Burns e compagni (Mario Franceschi, Franco Volpi e Davide Malito Lenti) evitano invece le trappole che un disco di questo tipo può tendere, andando a pescare 10 brani di origine molto diversa e riuscendo ad amalgamarli nel nome di un’idea di suono personale, abbastanza minimale ma molto intenso, basato su blues, jazz e tex-mex (potete chiamarlo “Americana” se siete amanti delle definizioni succinte). Tra le influenze più dirette possono essere citati i Calexico (non a caso omaggiati con “Wash”), col loro aggiornamento rock degli stilemi morriconiani, ma anche band dal mood meno solare come i Richmond Fontaine. Brani migliori: “Lucky” (Radiohead), che in questa veste particolare non perde drammaticità rispetto all’originale, “Bird On A Wire” (Leonard Cohen), che non sfigura rispetto alle centinaia di reinterpretazioni di nomi illustri, e “La ballata di Carini” (Gigi Proietti/Otello Profazio), che mette in cortocircuito la Sicilia del ‘500 con il Far West. È meno incisivo il singolo “Louie Louie” (resa immortale da The Kingsmen), ma è un peccato veniale. Voto: 7,5 (Fabio Pozzi)   

 

 

TOP 5. I dischi, di ieri e di oggi, più ascoltati negli ultimi giorni

Jaselli “Monster Moon”, Nosound “Scintilla”, Claudio Lolli “Canzoni di Rabbia”, Loy & Altomare “Portobello”, Gian Pieretti “Il viaggio celeste di Gian Pieretti” (Massimo Pirotta)

Danilo Gallo Dark Dry Tears “Thinking Beats Where Mind Dies”, Cristiano Calcagnile “Multikulti Cherry On”, Gabriele Mitelli & Pasquale Mirra Move & Groove “Water Stress”, Afterhours “Germi”, Sacri Cuori “Delone” (Fabio Pozzi)

Libri che “suonano” (Un estratto)

Milano è una gran Milano. Dalla Via Gluck al quadrilatero della moda, dalla sinistra extraparlamentare anni ’70 alla città tutta da bere degli anni ’80, dal compromesso storico ai girotondi. Innamorarsi a Milano, di Milano. La borghesia milanese dei buoni sentimenti in salotti ancora più buoni, il retrocontadino radical-chic meneghino, la politica all’ora dell’aperitivo, l’Inter, i Navigli, la Madonnina naturalmente. I percorsi, il privato che è sociale e poi il sociale che diventa troppo pubblico, privato forse del suo senso ma intimamente, infinitamente coreografico. O della (im)possibilità del concetto di comunità. O del conservatorismo quando è genetico e viene appaltato per noia a un progressismo dal sorriso a 32 denti, facce da destra mutate in una contrazione spietata, velenosa, fino a una consunzione di sé di proporzioni Lella Costa. Un quadro irritante se non fosse pervaso dalle venature di un sincero candore, di un’ingenuità di fondo che è spinta creativa prima esistenziale che artistica, certo accompagnata dalla contrazione del gesto, al peggio scortata da un rancore invincibile per l’incapacità di venire a patti con quelle contraddizioni che sono alla base di ogni vita umana, ma in grado spesso di bei rilasci poetici, dell’affiorare vero di una coscienza perlopiù dimenticata. E poi certo il mestiere, una Milano quella della borghesia di sinistra emersa, al crollo delle illusioni ideologiche dei ’70, con il riflusso del vero inizio degli ’80, che ha saputo perseguire un linguaggio, una sua coerenza stilistica, magari non sempre convincente, in una spirale che da Salvatores scende giù fino al ginomichelismo, ma sempre personale, connotante, in qualche modo - pur nei suoi tic e nella sua buffa predestinazione a convivere con la sindrome dello Zelig – autentica. Ricky Gianco e Gianfranco Manfredi hanno cantato alla perfezione questo mondo. Anticipandolo, narrandone i prodromi, rappresentandolo nei loro stessi pregi e difetti. Non con il piglio satirico della esplosione di sé, ma con lo sguardo di chi di quel mondo fa parte e ha gli strumenti per metterne a nudo qualche vizio di forma, con il tono fluido e disinibito di un divertente dopo cena a buona gradazione alcolica. Con quella semplicità lombarda che avrà tutti i suoi difetti ma fa rima con purezza. (tratto da Christian Zingales, “Italiani brava gente. Agiografie, psicologie, geografie della canzone italiana”, Tuttle Edizioni, 2008)

 


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