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20131110-enrico-letta

Da una parte pensioni d'oro, stipendi da nababbo, benefit a valanga e buonuscite da sogno, dall'altra disoccupazione crescente, cassa integrazione, stipendi da mille euro al mese, pensioni sempre più insufficienti a soddisfare bisogni elementari, giovani senza lavoro e senza futuro e quindi diseguaglianze insopportabili.

Giovedì 7 agosto: il sottosegretario al welfare Carlo Dall’Aringa risponde ad una interrogazione dell’on. Deborah Bergamini, berlusconiana, e dice essenzialmente due cose:

1) che i superpensionati dell’Inps sono circa 100 mila e al sistema previdenziale, costano ben 13 miliardi di euro l’anno;

2) che la pensione più alta erogata dall’Istituto ammonta a 91.337 euro lordi mensili, pari a 3008 euro al giorno. La percepisce Mauro Sentinelli, ex direttore generale di Telecom, l’inventore della tessera prepagata. Segue Mauro Gambaro, ex direttore generale di Interbanca con 52 mila euro, sempre al mese ; terzo Alberto De Petris, ex Infostrada, con 51 mila ; 45 mila se li porta a casa ogni trenta giorni Vito Gamberale, amministratore delegato di F2i (Fondi italiani per le infrastrutture) e 45 mila Alberto Giordano, ex Cassa di Risparmio di Roma.

Si tratta di pensioni d’oro alle quali i nostri eroi aggiungono anche dell’altro, attraverso consulenze, incarichi veri e propri, al punto che in Parlamento giace una proposta, a firma Bruno Tabacci ed altri, che suggerisce una norma di buonsenso, per nulla rivoluzionaria: chi percepisce pensioni d’oro e spesso anche lauti stipendi pubblici, scelga almeno tra la pensione e lo stipendio.

Lunedì 20 settembre Enrico Cucchiani si dimette da amministratore delegato di Banca Intesa San Paolo: secondo le solite voci, non deve avere lavorato bene, tuttavia lo aspetta una pensione d’oro (ha 63 anni di età) e una buona uscita di 3,6 milioni di euro ai quali aggiungerà per almeno 6 mesi una retribuzione di direttore generale, senza poteri ovviamente (potrebbe starsene comodamente a casa) il tutto per consentirgli una pensione ancora di più d’oro. Per i sei mesi di parcheggio manterrà tutti i benefit. Auto blu compresa. Cucchiani viene immediatamente sostituito da Carlo Messina. A quali condizioni economiche non ci è dato di sapere. Ma possiamo immaginarlo.

Giovedì 4 ottobre altra defenestrazione : questa volta tocca a Franco Bernabè che lascia Telecom di cui era presidente, sbattendo la porta. Aldo Minucci prende il suo posto, almeno provvisoriamente. La buonuscita? Sei virgola sei milioni, che non sono certo bruscolini. 3,7 milioni di compenso, più 2,9 milioni per avere sottoscritto un patto di non concorrenza.

Giovedì 10 0ttobre leggiamo che la Banca Intesa è in vena di regali. Ha acquistato azioni proprie per 15,4 milioni di euro e le ha distribuite gratuitamente ai top manager come premio di produzione. Sindacati naturalmente infuriati.

Domenica 12 ottobre scoppia la lite in Tv tra Renato Brunetta e Fabio Fazio a Che tempo che fa. E così si viene a sapere che il conduttore viene remunerato con 5,4 milioni, per 3 anni (1,8 milioni all’anno); che Maurizio Crozza avrebbe percepito, se si fosse fatto il contratto con la Rai, 475 mila euro a puntata; che Bruno Vespa si porta a casa 6,3 milioni, sempre in tre anni. E noi tutti lì a guardare, a stropicciarci gli occhi, ad ascoltare increduli. La Rai difende Fazio: rappresenta un valore, dice il direttore generale Luigi Gubitosi, non un costo. E noi ancora lì a dividerci, a parteggiare. Stupidamente impotenti.

Venerdì 18 ottobre i giornali riportano la notizia che il superprelievo sugli assegni di pensione più alti non passa. E non passa nemmeno l’ipotesi di ricalcolare le pensioni d’oro, che spesso sono state determinate dal generoso metodo retributivo (ad alti stipendi, alte pensioni), con il metodo contributivo (valgono i contributi versati e non altro) riservato ai giovani, allorchè andranno in pensione.

Fermiamoci qui ma potremmo continuare. A che pro? Per sentirci accusare di demagogia, di populismo e magari di antipolitica? Certamente ci pioverà addosso questa accusa, ma noi insistiamo. Per rispetto della realtà. E della intelligenza nostra e altrui.

Infatti questa sorta di paese di Bengodi offre contemporaneamente anche un’altra Italia.

Da una parte stipendi da nababbo, assegni pensionistici incredibili, privilegi indecenti e sprechi incalcolabili, disseminati in ogni parte del Paese e in ogni istituzione democratica, dal Quirinale al piccolo Comune, attraverso la Presidenza del Consiglio, la Camera dei Deputati, il Senato, le alte sfere della magistratura, le Regioni e le Province. E come se tutto questo non bastasse, nel conto va messa anche una corruzione così diffusa che lo stesso Papa Francesco ha dovuto nei giorni scorsi lanciare una sorta di anatema : fermate la dea tangente. Il fenomeno corruttivo italiano ha assunto proporzioni tali che sono riusciti persino a dargli un valore : 120 miliardi di euro l’anno. Ai quali vanno aggiunti i 70 miliardi rappresentati dalla evasione fiscale.

Ma qualcuno ha mai calcolato quanto si potrebbe ricavare da una profonda azione di risanamento in tutti questi settori ? Probabilmente anche la applicazione di una migliore giustizia sociale tesa ad attenuare ( non dico - badate bene - eliminare ) certe scandalose differenze, potrebbe essere calcolata. Ma nessuno lo fa.

Dall’altra parte invece cosa troviamo? Disoccupazione crescente, cassa integrazione, stipendi da mille euro al mese, pensioni sempre più insufficienti a soddisfare bisogni elementari, giovani senza lavoro e senza futuro e quindi diseguaglianze insopportabili.

Recentemente, parlando all’estero, il nostro premier, Enrico Letta, ha detto che il populismo si batte con l’austerità e forse ha ragione, a patto però che indichi chi devono essere gli austeri. Diamoci sotto a smascherarli, a disboscarli, a individuarli. Sono tutti a portata di mano.

Nei giorni scorsi pure i coniugi Ripa di Meana si sono lamentati. Pare abbiano dovuto rinunciare a qualche utenza telefonica. Carlo, che ha fatto anche il ministro e il parlamentare, ha messo assieme un rateo di pensione di 2700 euro al mese, poi altri 6 mila come ex commissario europeo e un assegno Inps per alcuni periodi lavorativi in età giovanile. Fanno a suo dire 12 mila al mese. E la moglie Marina, che è titolare di una pensione Inps da 1000 euro, si lamenta. Siamo al tragicomico. La loro non è certamente una situazione reddituale anomala oltre misura, ce ne sono di più scandalose e di tanto anche, ma clamoroso è che si lamentino. E pubblicamente.

Purtroppo dal basso non c’è indignazione, non c’è denuncia forte e seria, non c’è iniziativa, lo slogan “abbasso la differenza“ al massimo è un titolo di qualche commento di giornale. Nemmeno la sinistra lo agita più, eppure trattasi di un obiettivo che dovrebbe stare nel suo dna. Lo stesso sindacato balbetta, sembra quasi paralizzato, dice e non dice, accusa e comprende, scende in piazza sì ma con scarsa convinzione , certamente non con il piglio che la situazione economica e sociale del paese reclamerebbe.

Per fortuna almeno c’è chi riflette. E avverte. “La crescente diseguaglianza nella distribuzione delle risorse – ha scritto, ad esempio, Massimo Riva su l’Espresso - non è solo effetto della crisi ma anche una causa del suo aggravamento. E’ questo il problema da affrontare subito. Prima che il disagio si trasformi in rivolta “. Sottoscriviamo.

 


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