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È ormai provato che l’accumulo di ricchezze,  frutto e causa  della concentrazione del potere economico nelle mani di pochi soggetti, non si traduce necessariamente in investimenti produttivi, ma  tende ad involversi nella  produzione di denaro con il denaro, alimentando  una economia finanziaria del tutto svincolata dall’economia reale.

 

"Trickle down" significa "gocciolamento". In economia esprime la teoria secondo la quale, con una politica favorevole ai  detentori di grandi  ricchezze, si ottiene anche, appunto "per gocciolamento", l'arricchimento di tutti, e quindi anche dei meno abbienti.

É tutt'altro che una idea nuova. Anche nell'Ancien  Régime, prima della Rivoluzione Francese, si riteneva  che i nobili, grazie alla loro vita dispendiosa, promuovessero l’arricchimento della popolazione.

In una  sua versione più recente (denominata supply-side economics)  questa teoria  è basata sulla tesi  che sia il grande capitale ad innescare lo sviluppo economico, grazie agli investimenti produttivi che sarebbe indotto a fare da  una tassazione più benevola nei suoi confronti. Questo sviluppo si tradurrebbe poi, per gocciolamento, su  tutta la collettività in termini di benessere e di occupazione.

In sostanza  una idea vecchissima, ma dura a morire.

Oggi un numero sempre più esiguo di economisti la sottoscriverebbe.

È ormai provato che l’accumulo di ricchezze,  frutto e causa  della concentrazione del potere economico nelle mani di pochi soggetti, non si traduce necessariamente in investimenti produttivi, ma  tende ad involversi nella  produzione di denaro con il denaro, alimentando  una economia finanziaria del tutto svincolata dall’economia reale. 

Allora viene da chiedersi: se il trickle down non funziona, non potrebbe funzionare il contrario, un  trickle up, un gocciolamento all’insù? Cioè, una teoria secondo cui,  partendo  dall’assicurare ai ceti meno abbienti i beni fondamentali (cibo, casa, sanità, scuola, ambiente), si garantisse anche un maggior benessere ai detentori di grandi  ricchezze?

Anche questa non è del tutto  una novità. Dai tempi di Keynes (nella foto) molti hanno cominciato a pensare  che per uscire dalle crisi si dovesse far crescere la domanda aggregata, cioè di tutta la popolazione. Come? In due modi: con l’intervento pubblico (investimenti e servizi pubblici, anche in deficit spending) e stimolando gli investimenti e i consumi privati. 

La grande crescita dell’economia e del benessere verificatasi dopo la seconda guerra mondiale (a differenza di ciò che avvenne dopo la prima) sono stati il frutto di queste politiche.

Il Welfare State, con l’obiettivo di assicurare a tutti i cittadini uno stato di sicurezza “dalla culla alla bara”, ha determinato una grande redistribuzione di ricchezza a favore dei ceti medi e dei meno abbienti,  soprattutto in Europa ma con importanti realizzazioni  anche negli Stati Uniti. Gli investimenti pubblici sono sembrati confermare la teoria del moltiplicatore keynesiano, per cui investendo, a certe condizioni, si poteva generare un reddito varie  volte maggiore dell'investimento iniziale.

Ma  il secondo dopoguerra  è stato anche un periodo di apertura dei mercati alla competizione  internazionale,  che ha spinto le imprese ad offrire una inusitata varietà di prodotti a prezzi sempre più bassi, riducendo la propensione al risparmio e stimolando una domanda apparentemente senza fine. 

Keynes era una persona prudente: nel proporre le sue medicine, le suggeriva come mezzo per curare una malattia conclamata, la crisi del 1929; medicine  da prendere in dosi rigorosamente controllate e, soprattutto, da interrompere quando il malato  fosse guarito.

Purtroppo  egli ha generato una miriade di epigoni che hanno interpretato le sue formule come l’elisir della felicità.

I frutti drogati di questa intossicazione prolungata - soprattutto negli anni ottanta del secolo scorso - hanno soprattutto due nomi:  liberismo sfrenato e spesa pubblica a gogo: ecco la miscela esplosa  ai nostri giorni, dopo un paio di decenni di fermentazione. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna (leggi Reagan e Thatcher) sono stati i portabandiera del primo ingrediente, l’Italia ( leggi Craxi) del secondo.

Ma il difetto di origine era comune: il pensiero unico economico-finanziario, il pensare alla domanda e all’offerta di beni in modo aggregato e  quantitativo, senza badare alla qualità di ciò che si produceva e si consumava. 

Si supponeva che la spesa in quanto tale  (indipendentemente dai suoi contenuti) avrebbe  creato ricchezza e occupazione, e che grazie al moltiplicatore (ricordate il miracolo dei pani e dei pesci?) queste si sarebbero diffuse fino all’ultimo consumatore e lavoratore. In Italia la lettura del precetto andò più in là: se per un  km di autostrada si pagava tre volte il costo reale, se si costruiva un ospedale o uno stabilimento nel sud che non sarebbe mai stato terminato, nessun problema, anzi meglio! Tutti se ne avvantaggiavano, imprenditori-affaristi, partiti e anche sindacati!

Contemporaneamente si pensava che qualunque cosa si comprasse, l’importante era comprare (sta qui la sostanza del consumismo). Ricordate la pubblicità berlusconiana, che invitava a comprare un dentifricio anche se se ne avevano in casa dieci tubetti?

Per la verità molti, prima del disastro, avevano pensato che investimenti e consumi dovevano essere destinati a certi impieghi piuttosto che ad altri. E qui viene fuori un altro mantra del passato: la pianificazione! Ma, a parte il fatto che anche questa era impostata in termini econometrici e nella logica pseudokeynesiana, essa era basata sull’illusione che una élite di politici-tecnocrati fosse in grado di prevedere ciò che sarebbe accaduto nei quattro, cinque, dieci anni successivi, e quindi potesse programmare gli investimenti e i consumi di cui i sudditi avrebbero avuto bisogno. Come ebbe a dire  un esperto cibernetico (Stafford Beer), i pianificatori ritenevano di essere in grado di regolare il mare. Il risultato: programmi irrealistici ed enormi sprechi di risorse (in Italia si parlava di “libri dei sogni”, di “cattedrali nel deserto”, di frigoriferi esportati al Polo e piumoni in Africa).

La non prevista crisi del petrolio nella prima metà degli anni settanta (il prezzo passò da 4 dollari al barile a oltre 50) diede il colpo di grazia alla programmazione. Ma molti passarono da un giorno all’altro dal mito della programmazione all’idea che si dovesse vivere alla giornata!

E’ in questo  stesso periodo che qualcuno  pose per la prima volta la questione dei “Limiti dello sviluppo” (Club di Roma-MIT, 1972). Negli anni successivi e sino ai giorni nostri, le azioni, anche importanti, ispirate a questa consapevolezza non sono state tuttavia adeguate a contrastare l’ubriacatura statal-liberista.

Venendo ai giorni nostri, potremmo chiederci: cosa si dovrebbe fare  per fare tesoro degli errori del passato, e attuare una strategia di benessere diffuso?

Molte cose sono cambiate, c’è chi parla addirittura di fine dell’economia  come è stata concepita e praticata negli ultimi due secoli  (Latouche e altri). E’ certo che non solo l’economia, ma tutto è diventato “liquido”, come ha affermato Baumann, nel senso che il cambiamento da occasionale è diventato permanente, e spesso più  veloce delle nostre capacità di reazione.

Si può sperare che la società liquida almeno cessi di diventare a una sola dimensione, quella economica, e che l’economia torni a diventare una umile ancella dei bisogni e delle aspirazioni degli uomini. Ma per realizzare questa speranza,  è impensabile contare su  qualche deus ex machina che dall’alto migliori il mondo in cui viviamo, faccia sì che le disuguaglianze si riducano, che la povertà e l’emarginazione siano sempre minori, che lo sviluppo del benessere sia commisurato alle risorse disponibili, che alla fine tutti possano godere delle “libertà sostanziali di scegliersi una vita cui (a ragion veduta), si dia valore” (Amartya Sen).

Occorrerà invece fare in modo che il maggior numero di persone , attraverso le più diverse forme associative e istituzionali,  riescano a darsi  a tutti i livelli, da quello globale ai locali, sistemi di regole, di controlli, di incentivi e disincentivi che consentano di avvicinarsi il più possibile a quegli obiettivi. In questo contesto, e tanto per cominciare, credo che  si debbano ridurre drasticamente i tempi del lavoro alienato, tipico della società industriale del passato e della competizione globale:  30 ore alla settimana dovrebbero essere, come è stato proposto, un obiettivo ragionevole (vedi un mio precedente articolo). I tempi della sicurezza “dalla culla alla bara” sono comunque definitivamente lontani, il che, tutto considerato, forse non è male. Si dovrà necessariamente puntare su  un futuro di “incertezza controllata”, nel quale la mobilità sociale possa essere molto spinta, la “scommessa della vita” più rischiosa ma anche più attraente,  in un sistema capace di evitare le cadute irrimediabili, l’emarginazione, la solitudine.

Si tratta certo di una  utopia, ma come molte utopie può porsi come qualcosa a cui tendere, anche se non potrà mai essere raggiunto. Una  lotta permanente  per  una “pace dinamica”, contro una condizione umana e sociale  dilaniata, sempre esposta a conflitti rovinosi.

 A questo punto proviamo a tornare alla domanda iniziale: è possibile pensare a una politica del trickle up,  da sostituire alla vetusta ma sempre in agguato  politica del trickle down

E’ evidente che  il trickle  up non può  realizzarsi senza una drastica riduzione delle disuguaglianze. E quindi, molto probabilmente, con una riconduzione a livelli accettabili dello status dei più ricchi .

Posti di fronte a questa prospettiva, questi  potranno reagire in due modi diversi: accettare la minore disuguaglianza, apprezzando come compenso  i vantaggi della coesione sociale, di una conflittualità regolata, di una maggiore fiducia reciproca e  sicurezza ambientale (in pratica: meno grate alle finestre, ghetti per ricchi, furti e rapine, costi per sistemi di allarme e guardie del corpo, timore del vicino e del diverso). Oppure rifiutare deliberatamente  la pace sociale,  contrastarla anche con azioni coperte, nella convinzione di poter galleggiare nella più disastrosa delle situazioni (fino allo stato di  guerra) e addirittura di poterne trarre vantaggio.

Per distinguere questi due tipi di  reazione e i relativi protagonisti, adotterò i  termini  che ho sentito da un personaggio che ha avuto a lungo le mani nella pasta politico-economica italiana del passato, nel bene e nel male, Cesare Romiti: la distinzione tra poteri forti e poteri oscuri. Attribuirò  ai primi una forza  almeno in parte responsabile e consapevole del ruolo del potere come servizio (senza per questo rinunciare ai propri interessi), ai secondi la deliberata intenzione di perseguire  il proprio interesse ad ogni costo, opponendo  la legge della forza alla  forza della legge.

Di fronte a questi poteri forti ed oscuri, pongo il contropotere dei più deboli,  di coloro cioè che si battono perché la prospettiva “pacifica” abbia il sopravvento sulla prospettiva “bellica”. I poteri deboli dimostrano spesso una capacità di resistenza e  di interdizione importanti, ma per lo più sono perdenti. Tra i poteri forti e quelli deboli, vi è la grande massa degli indifferenti, più esposta al senso comune che al buon senso (1).

La conclusione è semplice: per vincere, i poteri deboli debbono allearsi con i poteri forti contro i poteri oscuri, trascinando  gli indifferenti. Perché questo avvenga, è necessario che molti capiscano che la lotta di classe fa parte dei ferri vecchi del sistema economico del passato (se non altro perché la classe operaia è ormai in paradiso).

In particolare, in Italia e nella situazione attuale, se il contropotere  vuole realizzare il trickle up, non ha alternative: deve  cavalcare i  Monti. 

 

(1) Queste distinzioni ricalcano  quelle proposte dallo storico dell’economia Carlo M. Cipolla, che ha classificato in quattro categorie gli esseri umani a seconda che perseguano  l’interesse proprio (IPr) e/o l’interesse pubblico (IPu): gli Intelligenti (+IPr+IPu), i Banditi (+IPr-IPu), gli Stupidi (-IPr-IPu) e... i Senza Speranza (-IPr+IPU).

 

 

Gli autori di Vorrei
Giacomo Correale Santacroce
Author: Giacomo Correale Santacroce

Laureato in Economia all’Università Bocconi con specializzazione in Scienze dell’Amministrazione Pubblica all’Università di Bologna, ha una lunga esperienza in materia di programmazione e gestione strategica acquisita come dirigente e come consulente presso imprese e amministrazioni pubbliche. È autore di numerose ricerche, saggi e articoli pubblicati su riviste e giornali economici. Ora in pensione, dedica la sua attività pubblicistica a uno zibaldone di economia, politica ed estetica.

Qui la scheda personale e l'elenco di tutti gli articoli.

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