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20090915-paddock

La giornata di uno dei ragazzi che nei giorni del gran premio si svegliano all'alba e si danno da fare, perchè tutto ha un prezzo.

Monza, settembre 2008. Suona la sveglia. La giornata inizia presto, prestissimo. Guardi l’orologio e sono passate da poco le 6. Meglio muoversi, perché il turno inizia alle 7, e devi anche passare a raccogliere tutte le informazioni necessarie per la giornata; dove stare, quanto starci, cosa fare di preciso. Oltre al fatto che in autodromo ci devi anche arrivare, e ti devi fare tutto il Parco di Monza in bicicletta, certo.

Ingoi una brioche, ti vesti, riempi lo zaino di bottiglie d’acqua, esci di casa. Mentre pedali pensi che fa proprio freddo alle 6 e venti, anche se è solo settembre, e che in effetti l’autunno sta proprio arrivando. Guarda quella nebbiolina sospesa sui prati del Parco, leggera e candida, e tutte quelle foglie sul Cavriga. Si, ci siamo proprio, l’autunno è dietro l’angolo. Arrivi finalmente all’entrata dell’autodromo con il viso bagnato di lacrime per il vento, e con la faccia di uno che sarebbe andato avanti a dormire comodamente fino a mezzogiorno. Mostri quindi agli steward le email con cui l’agenzia per cui stai per lavorare ti ha contattato ed entri finalmente nell’area dell’autodromo. Due pedalate e sei proprio nella zona calda, a due passi dal Paddock, dove avevi appuntamento con i capi. «Certo che per essere l’alba qui c’è già un casino allucinante», pensi, e in effetti è proprio così. Motorini da ogni parte, camion, gente che cammina e corre in ogni direzione, inglesi, francesi, tedeschi e olandesi che ridono e scherzano tra di loro, già con una “sana” birra tra le mani. Un microcosmo, una città nella città, un formicaio brulicante che per tre giorni non si riposa mai. Noti che di fianco a te si sono radunati già un bel po’ di ragazzi, e prima di poter interagire con loro arriva un tizio in moto, con gli occhiali da sole uno zaino in spalla. Tira fuori un foglio dalla tasca, inizia a fare un elenco di nomi. Ci sei anche tu, tranquillo, è quello il posto, e infatti ti viene comunicato dopo pochi istanti quale sarà il tuo lavoro per i prossimi tre giorni: controllo al parcheggio dei tir delle scuderie, sul rettilineo. Suona bene, sembra divertente, e pure poco faticoso. Ti viene anche da ridere in effetti a pensare che altri di quei ragazzi li stanno assegnando nei posti più infami del mondo, come di fianco ai cessi chimici sotto le tribune della parabolica. Minimo si beccheranno pure una lattina di birra in testa. Si, ti è andata decisamente bene. Ti lanciano una pettorina, che ti infili sopra la felpa un secondo dopo, ti spiegano come raggiungere la tua postazione, e che entro una mezzora arriverà anche il tuo compagno di lavoro. Ti metti a pedalare e in circa 5 minuti raggiungi la tua postazione. «Mi aspettavo un parcheggio, che cos’è questo?», pensi mentre guardi questo stradone nel bosco, a due metri dalla pista, che evidentemente qualcuno aveva designato come parcheggio dei tir della pit lane. Di certo è lungo, ma è la larghezza che ti preoccupa. Ti siedi sull’asfalto, ti accendi la prima sigaretta del giorno e aspetti il tuo compagno, ammirando le decine di lepri che zampettano felici tra gli alberi e la strada.

Guardi l’orologio, sette e quaranta, e ancora non si vede nessuno. Ti alzi, inizi a camminare, ed ovviamente finisci in pista, con il passo timido del bambino che sta per fare una cavolata. E invece non c’è nessuno a urlarti contro, nessuno a controllarti. La pista è bellissima, vista da lì, i cartelloni pubblicitari sono così grandi, la ghiaia ai lati è così chiara. È un’emozione, va ammesso. In quel momento senti il rombo di una moto dietro di te, da cui scende un ragazzo, tutto vestito di nero e con due enormi occhiali da sole. È lui, è il tuo compagno. Ti avvii verso di lui e stai per presentarti quando lui esordisce con: «crema o cioccolato?». Rimani un po’ stupito fino a quando non vedi che dal suo zaino esce un sacchetto bianco, ormai diventato trasparente dall’unto, con quattro brioche, gigantesche. Si, ti sta decisamente simpatico. Inizia così una lunga e piacevole chiacchierata, di quelle in cui ci si racconta di tutto, anche se non ci si conosce affatto, con la quale apprendi una notizia orribile; «si, l’anno scorso ci abbiamo fatto stare più di quaranta tir qui», ti comunica sorridendo il tuo compagno. Sei shockato, tu che pensavi di non fare nulla lì. Perché la cosa più divertente è che hai appena scoperto che sei lì per fare il parcheggiatore, non il guardiano, e che devi fare avanti e indietro per tutto lo stradone istruendo camionisti di varie nazionalità su come parcheggiare i tir, ben contro gli alberi. Perché su quello stradone ci dovranno stare due file di tir da una parte, e una fila dall’altra, lasciando spazio sufficiente in mezzo per far passare i mezzi di soccorso, i camion dei pompieri e tutto quello che per legge è previsto che debba passare.

La giornata si fa interessante. Tutta la mattinata, però, passa tra mille discorsi, mille sigarette, e neanche un camion. È mezzogiorno, tu e il tuo compagno siete seduti per terra a costruire aeroplanini di carta, e il freddo dell’alba è ormai un lontano ricordo; fa un caldo allucinante, e non si vede nemmeno un tir. Ti senti molto un soldato nel deserto, a cui viene affidata una missione, in attesa di un’orda inferocita di nemici, quando poi di nemici non se ne vede neanche l’ombra. Il tuo compagno, per placare la tua impazienza e le tue mille domande, sa solo dirti: «goditelo questo far niente, arrivano, arrivano». L’unico arrivo, invece, è costituito da un ragazzo che, in sella ad un motorino sgangherato, piomba dalla pista a dare una fatidica notizia: «i tir stanno arrivandilo, mi hanno mandato qui per darvi una mano». Ci siamo, pensi, stanno arrivando, e ora abbiamo anche un motorino in più. Tuttavia, per le successive due ore, nulla. Guardi l’orologio, sono le due, e pensi che finirai il tuo turno cinque ore dopo; meglio che si sbrighino questi dannati tir. Ed eccone uno, il momento è giunto, il primo tir sta per svoltare dalla pista allo stradone. È un tir della Toro Rosso, bellissimo, pulitissimo, con un toro disegnato su tutta la fiancata. Vedendo che i tuoi due compagni non sanno molto come interagire con il camionista austriaco, tu, che sai bene l’inglese, prendi in mano la situazione, salti sul motorino e fai strada al camionista. Lo porti ad una piazzola dover poter girarsi e lo fai parcheggiare. Lui, tutto contento, scende dal tir e ti regala tre lattine di birra. Niente male come inizio sta andando tutto bene, e ora si festeggia pure con la birra! Eppure il peggio deve ancora arrivare. Cinque minuti dopo dalla pista vedi arrivare una colonna di otto tir, tutti pronti a svoltare per lo stradone. Ti stai ancora divertendo? Farli parcheggiare tutti è un inferno, un continuo avanti e indietro, spiegando in inglese agli autisti dove e come girarsi, e soprattutto seguire le indicazioni dei tuoi compagni per parcheggiare nel modo corretto. Il problema si complica ulteriormente quando, mentre fai parcheggiare quegli otto tir, ne arrivano altri dodici. Red Bull, Renault, Bmw, Mercedes…tutti lì, nello stesso momento. «Ma non potevate arrivare prima, uno alla volta, invece di arrivare in duemila alle tre del pomeriggio?». Tant’è, te li devi gestire con i tuoi compagni. La pace della mattinata è ormai una spiaggia lontana, e dal film sui soldati nel deserto siamo passati rapidamente ad Apocalypse Now. Però scopri il lato positivo della cosa; tutti i camionisti, vedendo il macello che è quel parcheggio, ti chiedono in ginocchio di avere un parcheggio comodo, così da poter andare via rapidamente a gara finita. Ti consulti con i tuoi compagni. Certo che è possibile, ma tutto ha un prezzo. A fine giornata ti ritrovi con un bottino degno di un condottiero, tra cappellini firmati da Kovalainen, portachiavi Bmw, felpe, casse di birra. Fantastico. Tuttavia non riesci a non stare male guardando i centinaia di rami spezzati dai tir, le lepri investite, la noncuranza generale che domina nel Parco in quei giorni. Tutto ha un prezzo?

Il sole inizia a tramontare, la tua giornata di lavoro volge al termine, e stai aspettando insieme agli altri due, con i quali ormai è nato un legame fraterno per la missione compiuta e la cassa di birra finita, quelli del turno di notte. Sì perché se c’è chi lavora dalle 7 alle 19, c’è anche chi lavora dalle 19 alle 7. Eccoli, tre ragazzotti in moto, con la tua stessa pettorina, che arrivano e ti danno il cambio. Saluti tutti, e gli dai appuntamento per il mattino dopo, pronti a difendere con onore i tir dei nostri generosi camionisti, e ti avvii verso casa. Che giornata. Tutto sommato ti sei divertito, e sei anche stanco morto, nonostante abbia lavorato per sole cinque ore, concretamente. Cinque ore di fuoco. Guardi la zona dei paddock, dove è iniziata la tua giornata; la città nella città si sta preparando ad un’altra notte, ma senza addormentarsi, perché c’è un business da mandare avanti, uno spettacolo da costruire, le prove libere di domani da preparare. Questo è il Gran Premio, visto da qui, un carrozzone chiassoso, una tenda da circo piena di emozioni, passione, soldi, fatto da centinaia di persone, per tre giorni, ognuno con un compito. Guarda, c’è il barista, con il suo chiosco, i meccanici, gli steward, i giornalisti, i parcheggiatori, come te, i piloti. Ti infili il tuo cappellino con impressa la firma di uno di loro e torni a casa, che domani il carrozzone non può ripartire senza di te.

 

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Author: Carlo Motta
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