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"Prof,

ma lei resterà con noi l’anno prossimo?”. E’ la domanda fatidica dell’ultimo giorno di scuola. Fatidica perché è davvero dal fato che la risposta dipende. Al prof precario non resta che sospirare, sorridere e sussurrare “non so…speriamo”. Difficile spiegare che non dipende da te, che vorresti eccome poter rispondere “certo sarò con voi fino alla fine dei tempi”, ma a te, prof precario, non è dato prevedere, programmare, progettare un futuro di qui a tre mesi. A settembre, se tutto va bene, sarai in un’altra scuola, con nuovi ragazzi e nuovi colleghi, forse anche in una nuova città, e dovrai ricominciare tutto daccapo. Ancora una volta.

Questa è la sorte che tocca a quasi 150.000 professori della scuola statale.

Ogni sei docenti impegnati nella scuola statale, uno è precario. Su 845.630 insegnanti infatti, sono 142.065 (16,8%) quelli con contratto a tempo determinato annuale (22.172) o fino al termine delle attività didattiche (119.893). La maggior parte è assunta a settembre e licenziata a giugno, perché così conviene di più. Niente stipendio a luglio ed agosto e niente scatti di anzianità in busta paga. Così si può restare precari anche per vent’anni, con la stessa professionalità ed esperienza dei colleghi di ruolo, ma non con lo stesso stipendio.

Con qualche eccezione, però, perché anche i precari non sono tutti uguali. A quelli di religione, pagati dallo Stato e assunti su segnalazione del Vicariato, durante il periodo di precariato è riservato un trattamento di favore che consiste in un aumento dello stipendio del 2,5% ogni 2 anni. Così, dopo 8 anni l’insegnante di religione guadagna 130 euro netti in più al mese del suo collega di matematica. In più, l’ex ministro dell’Istruzione Letizia Moratti ha avviato la loro stabilizzazione massiccia: a partire dal 2005 è stato infatti immesso in ruolo, senza concorso, il 70% dei docenti di religione (su un totale di circa 25.000).

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A tutti gli altri invece, dopo aver superato concorsi, frequentato e pagato onerosi corsi abilitanti SSIS, continuato a spendere per la formazione annuale e soprattutto dopo anni e anni di insegnamento nella scuola pubblica, non resta che la speranza di un incarico annuale dal Provveditorato.

Dopo essersi abilitati, al mestiere di prof si accede attraverso due canali ufficiali: le graduatorie del concorso su base regionale - l’ultimo si è svolto nel 1999 – e le graduatorie permanenti provinciali. I CSA attingono da entrambe - per un 50% ciascuna - per le immissioni in ruolo. Ricorrono invece alle sole permanenti, per gli incarichi annuali.

E così, di anno in anno, continua la giostra di attese e speranze: le file interminabili i giorni delle nomine, le ore pazienti a calcolare i punti di chi precede in graduatoria, quali scuole sono già state scelte e le cattedre ancora disponibili.

Può andar bene, ma può anche accadere, come quest’anno, che tanti all’improvviso restino a secco. Come Paolo Avella, 35 anni, della provincia di Bari. Appena finita la SSIS aveva scelto Genova per insegnare storia e filosofia e ce l’aveva fatta subito, per quattro anni consecutivi. Proprio non se l’aspettava l’amara sorpresa il giorno delle nomine: “per noi precari c’erano solo tre cattedre intere. Il resto spezzoni. Ho visto colleghi di 50 anni costretti ad accontentarsi di spezzoni di 12 ore”. Per lui, invece, ventesimo in graduatoria, non è rimasto niente. Intanto aveva trovato casa, iniziato a fare qualche piccolo progetto. “Quando credi di essere arrivato – spiega Avella - ti crolla il mondo addosso. Mi sembra di non costruire mai niente. Ditemi come si fa a svolgere bene un lavoro come il nostro se si è costretti ad interromperlo ogni anno? Non posso mai programmare con le classi un percorso formativo di lungo respiro; per non parlare del senso di estraneità, di non appartenenza, di ansia costante che me ne derivano”.

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Allora, meglio viaggiare con una valigia leggera, e tenerla sempre pronta: sbattuti da un paesino di montagna ad una città di provincia, da una regione all’altra, dove c’è più speranza di lavorare. Magari a 1.500 km da casa, senza la possibilità di avvicinamento, di trasferimento. E così, inevitabilmente, per molti di loro niente famiglia e niente casa.

Il costo in termini sociali ed umani è molto alto. “Il precariato scolastico è una metastasi dell'istruzione italiana”. Ne è convinto il prof. Paolo Malerba che insieme al Comitato Precari Ligure, si è fatto promotore di un Manifesto per la scuola di tutti, in cui tra l’altro si legge che il precariato “procura danni educativi ed affettivi agli alunni, professionali ed esistenziali ai docenti. Espropria il diritto degli studenti alla continuità didattica e agli insegnanti quello della serenità e stabilità lavorativa, depauperando il loro ruolo educativo e sociale.”

Ma siccome non c’è mai limite al peggio, se almeno fino a ieri il 75% dei docenti a tempo determinato aveva la speranza di riottenere l’incarico di anno in anno, dall’anno prossimo potrebbe non essere più così.

Da una parte infatti sono in ballo le graduatorie: il disegno di legge Aprea (PDL 953/2008), intervenendo direttamente sullo stato giuridico dei docenti, porterebbe alla loro cancellazione definitiva ed alla chiamata diretta dei presidi. E dall’altra, sulla testa dei precari pende il decreto 133/2008 che stabilisce tagli per 87.400 insegnanti. Una trovata geniale per mettere fine, per sempre, al precariato. Purtroppo però a spese dei precari.

 


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