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Nella prima serata del ciclo di incontri organizzato da Associazione Novaluna e Rete Bonvena, Enrico Casale  - giornalista della rivista “Africa” - analizza la difficile situazione interna di diversi paesi dell'Africa subsahariana e le principali rotte di fuga utilizzate da chi tenta di emigrare.

 

Ha preso il via lo scorso mercoledì, presso il Teatro Binario 7 di Monza, il ciclo di incontri “Gente che viene gente che va” voluto da Associazione culturale Novaluna e Rete Bonvena per analizzare, in quattro incontri e tramite diversi punti di vista, il tema delle migrazioni.

In apertura, Sergio Civati, dell'associazione Novaluna, ha spiegato da dove è scaturita l'esigenza di organizzare una rassegna sull'argomento: «l’obiettivo di questo ciclo di incontri è quello di andare oltre la dimensione dell’emergenza, realizzando un percorso di informazione e di confronto sulle politiche dell'accoglienza, dell’integrazione, dei diritti e doveri dei nuovi cittadini. All'interno di Novaluna e con la Rete Bovena ci siamo domandati come i cittadini percepiscano questo tipo di problematiche, quali paure suscitino, vorremmo verificare se esistono obiettivi prioritari su cui lavorare e buone pratiche possibili da mettere in atto».

Per dare avvio alle riflessioni, è stato mostrato un breve video realizzato da  ANCI , Caritas e Medici Senza Frontiere: alcuni numeri su cui riflettere, che aiutano a meglio comprendere la dimensione reale dei fenomeni, al di là delle onde mediatiche del momento.

 

 

In seguito la rete di organizzatori ha affidato ad Enrico Casale, giornalista della rivista “Africa”, da anni attento osservatore dei fatti politici dell'Africa subsahariana, il compito di delineare  le cause che determinano oggi  i principali esodi internazionali.

 

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Sergio Civati e Enrico Casale

 

LE ROTTE DI FUGA

Casale ha avviato il suo intervento indicando le principali rotte di fuga dall'Africa contemporanea: «I flussi più grossi  arrivano dall'Africa orientale: Eritrea, Somalia, in misura minore dall'Etiopia e dal Sud Sudan. Gli abitanti di questi paesi scappano seguendo la rotta Sudan – Libia - Lampedusa e in misura minore anche verso l'Arabia Saudita, dove c'è la possibilità di trovare lavoro seppur in condizioni bestiali.

Non è questa  l'unica via, l'Africa orientale si muove anche verso Israele  - ne parleremo dopo - e verso ovest. La scelta di dirigersi a ovest è dettata dalla pericolosità del muoversi a nord e ad est. Verso occidente ci si dirige verso la costa atlantica dove è possibile  imbarcarsi alla volta del Sud America. Moltissimi sono gli eritrei che hanno traversato tutta l'Africa per approdare in Brasile e da lì tentare la difficile strada verso gli USA.

Se ne parla poco, ma ci sono anche rotte verso sud, verso il Sudafrica, il paese della regione che sta meglio economicamente. I problemi del Sudafrica però non si sono esauriti con l'abolizione dell'apartheid e con la crescita del PIL. I migranti che arrivano oggi in Sudafrica si inseriscono ai margini delle città e si devono scontrare con la rabbiosa accoglienza dei ceti sociali ridotti alla disperazione, pronti ad aggredire e isolare subito i nuovi avversari nella corsa alle briciole del sistema economico locale. Nei quartieri poveri si verificano veri e propri pogrom».

Casale ricorda in seguito che ci sono, anche se in proporzioni minori, dei flussi che partono all'Africa occidentale, con una rotta che punta a nord verso Lampedusa e un'altra che segue la linea Senegal – Sahara - Marocco, verso la  Spagna. Quest'ultima ha due possibili varianti: la prima verso le Canarie, l’altra su Ceuta e Melilla, le due enclaves spagnole in terra marocchina. «L'Unione Europea – sottolinea al proposito il giornalista - ha costruito barriere alte circa 6 metri attorno a queste due piccole enclaves e oggi si assiste spesso a scene raccapriccianti con immigrati africani arrampicati sulle reti nel tentativo di entrare, le forze dell'ordine spagnole che tentano di respingerli e la polizia marocchina che spara sui migranti e ammazza».

 

LA VARIANTE ISRAELIANA

Durante le primavere arabe non riuscendo a praticare la via libica, col rischio di essere fermati, gli abitanti dell'Africa orientale  fuggivano verso l'area del Sinai e Israele. Una variante che complicava ulteriormente l'impresa spiega il giornalista: «spesso i profughi venivano rapiti dai gruppi beduini dell'area, che poi chiedevano riscatti alle comunità della diaspora africana. Chi riusciva ad arrivare in Israele, dopo tante traversie, non era ben accolto: Israele vuole preservare il proprio tratto ebraico ed evita ogni occasione di contaminazione. I contrabbandieri da Israele  truffavano i migranti  promettendo loro voli verso località dell'Australia o altri paesi ricchi, per poi dirottarli in Thailandia e Vietnam. La rotta oggi si è prosciugata perché gli israeliani hanno iniziato a deportare i migranti in arrivo. Non potendo, per convenzione internazionale, rimpatriarli, il governo israeliano ha sottoscritto accordi con Ruanda e Uganda: in cambio dei soldi di Tel Aviv i due governi si impegnano a far entrare nel loro territorio i migranti deportati; persone che arrivano in quelle terre spogliate di tutto, come immigrati illegali e costretti a cercare lavori in condizioni drammatiche».

 

MOTIVI DI FUGA

Nella seconda parte del suo intervento Enrico Casale si è soffermato sull'analisi di alcuni casi regionali: analizzare le situazioni interne ai vari paesi dell'Africa sub-sahariana rende chiare le motivazioni per cui tante persone scelgono di rischiare la vita e intraprendere un viaggio verso l'Europa o altri luoghi lontani dai paesi d'origine: «Si scappa da guerre, dittature e violazioni dei diritti umani,  situazioni che troppo spesso - sottolinea il giornalista - restano in piedi grazie alla compiacenza, quando non con l'avallo, dell'Occidente».

Il primo caso da analizzare è quello eritreo, secondo statistiche ONU il paese da cui arrivano oggi la maggior parte dei migranti che approda sulle nostre coste.

 

ERITREA

«Su eritrei e somali noi italiani dovremmo fare esame di coscienza. Non solo per responsabilità storiche, ma anche per quelle attuali.

L'Eritrea è un paese di 4 milioni di abitanti governato da Isaias Afewerki, un dittatore delinquente. I ragazzi vengono arruolati a 17 anni per un servizio di leva infinito: non ci sono giovani disponibili al lavoro perché sono tutti impiegati nell'esercito. L'università di Asmara ha ormai soppresso quasi tutti i corsi per mancanza di studenti. L'assenza di manodopera e di risorse ha ridotto l'economia del paese al lumicino. La violazione dei diritti umani è disciplina quotidiana, Afewerki tiene la popolazione in uno stato di emergenza perenne. Negli anni in ossequio a questa strategia ha dichiarato guerra a tutti i vicini - Etiopia, Sudan, Yemen, Gibuti - per dispute di terre di confine. Molti ufficiali dell'esercito sono complici con i trafficanti di uomini e a seguito di pagamento lasciano scappare le giovani reclute (riescono a lasciare il paese circa 3000 persone ogni mese). Il paese attualmente sopravvive grazie alle rimesse che arrivano dagli eritrei della diaspora, ma il regime lucra anche su quelle: da qualche anno ha introdotto una tassa del 2% sulle rimesse che arrivano dall'estero. Così quelli che scappano sono costretti per legge a sostenere il loro carnefice.

Sono i vescovi cattolici gli unici ad aver fatto opposizione alla dittatura. Se Afewerki è al potere è anche per via della nostra complicità, c'è un intreccio di connivenze a livello politico che mantiene al potere l'attuale regime. Parlo del centrodestra - che durante i governi Berlusconi aveva interessi forti in  Eritrea: una società del fratello dell'allora Presidente del consiglio ha costruito un aeroporto e diversi quartieri residenziali ad Asmara - e parlo anche del centro sinistra. Non si nomina l'Eritrea nelle sale del Partito democratico perché ci sono ancora complicità in Emilia e in Toscana, dove i vecchi comunisti, oggi democratici, mantengono il legame storico col partito di Afewerki» (il Fronte di liberazione del popolo eritreo: ai tempi della sua nascita partito di ispirazione marxista, sostenuto dall'Unione Sovietica, ndr).

 

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SOMALIA

«La Somalia è  un paese che da 24 anni non ha più una sua unità statuale, dopo molti tentativi di governo falliti, oggi ha delle istituzioni che si reggono solamente sulle gambe della comunità internazionale, che le sostiene con una missione militare. Si tratta di un paese in preda al caos, in cui non esiste uno stato di legge. Attualmente convivono tre Somalie: il Somaliland, quella che un tempo era la Somalia britannica, nel nord del Paese, una zona tranquilla, autonoma, ma senza riconoscimento internazionale. Il Puntland, regione semiautonoma mai veramente indipendente dallo stato somalo, a sud i territori un tempo appartenuti alla vecchia Somalia italiana. Con la caduta del presidente-dittatore Siad Barre, sostenuto dall'Italia, nel 1991 la Somalia si è trovata coinvolta in una rovinosa guerra civile tra clan, a suo tempo messi l'uno contro l'altro da Barre, in una delle tante rivisitazioni del principio del “divide et impera” romano. L'unico elemento di unità in Somalia oggi  è la diffusione del fondamentalismo islamico. Al-Shabaab, formazione islamista nata nel 2006, in seguito affiliatasi ad Al-Qaeda, ha parlato di “nazione somala” fondata sull'Islam, mischiando nazionalismo e religione.  Negli ultimi giorni una fazione di Al-Shabaab  ha aderito all'Isis e ora combatte contro la vecchia Al-Shabaab sostenuta da Al-Qaeda.

In mezzo a questo disastro politico vive oggi una popolazione al limite della sopportazione, senza una prospettiva: i bambini per la maggior parte non frequentano la scuola perché i genitori non sono nelle condizioni di poter sostenere i costi di studio. Ci vorranno decenni per rimettere in sesto il paese perché intere generazioni di somali non hanno studiato e non possono studiare. Non mancano qui generi di prima necessità – la Somalia commerciale funziona, l'anarchia ha favorito una certa facilità di commercio – ma le persone scappano per assenza di prospettive di vita minime».

 

ETIOPIA

«L'Etiopia è un paese dalle  istituzioni millenarie, un paese favoloso, ricco di risorse. Da una ventina di anni è governato da una oligarchia di etnia tigrina. Nella regione del Tigrai, al confine con l'Eritrea, si trova di tutto, in un bel paesaggio verdeggiante: sembra l'Alto Adige.  L'Etiopia  del resto è un Paese che vede crescere il suo PIL di 5 o 6 punti percentuali all'anno. Alcune aziende italiane stanno operando nel Paese per la costruzione di grandi dighe sul Nilo. Queste dighe portate a compimento potrebbero far diventare l'Etiopia uno dei principali esportatori di  elettricità nella regione. L'agricoltura cresce soprattutto con il mercato dei fiori recisi - gestito dagli olandesi - e del caffè. Il punto è che il benessere aumenta, ma solo per alcuni. Le persone che restano segregate nella povertà scappano in cerca di condizioni di vita migliori. Non sentiamo di etiopi tra gli immigrati che arrivano sulle nostre coste perché spesso - soprattutto i tigrini - si fanno passare come eritrei per poter ottenere con più facilità lo status di rifugiati; solo i mediatori culturali più esperti dell'area riescono a distinguerli”.

 

SUD SUDAN

«Il Sud Sudan è invece  in guerra. Un Paese ricco di petrolio, acqua e risorse che fa gola a molti, anche fuori dai confini sudanesi. Nel 2013 è scoppiata una guerra civile alimentata da interessi esterni. La vecchia industria petrolifera sudanese era organizzata in due parti: il Sudan meridionale ospitava i pozzi petroliferi e le condutture di trasporto per portare il greggio fino alla costa attraversavano tutto il paese verso nord-est. La separazione del Sud Sudan avvenuta nel luglio 2011 ha spezzato questo sistema intrappolando a sud i pozzi e lasciando a nord gli oleodotti. Il Sudan ha risposto alla secessione chiedendo diritti di passaggio elevatissimi, il Sud Sudan ha reagito costruendo un nuovo oleodotto a sud. In questa partita entrano anche in via indiretta i sostenitori dei due paesi: la Cina in appoggio al  Sudan - ormai da un decennio uno dei suoi più importanti fornitori di greggio - e gli Stati Uniti che  sostengono il Sud Sudan. Le tensioni tra i due paesi non sono state sopite dalla diplomazia internazionale e sono migliaia i morti che si contano in questi ultimi due anni, con documenti che provano ogni sorta di atrocità, persino atti di cannibalismo. Non li vediamo sbarcare in Europa perché la maggior parte dei sud sudanesi scappano nei paesi intorno (es. Etiopia) non avendo mezzi economici per arrivare fino a noi».

 

L'AFRICA OCCIDENTALE

Casale ha poi concluso la serie di esempi con alcuni casi regionali inerenti l'Africa della costa atlantica:

«Nell'Africa occidentale la situazione non è disastrosa, eppure da Nigeria, Ghana, Senegal e Gambia si parte alla ricerca di una vita migliore».

«La Nigeria è un paese ricco di petrolio e acqua, la ricchezza però  è molto concentrata, meno del 20% della popolazione detiene il 90% della ricchezza. In questo paese chi ha le leve  del potere politico ha anche quelle del potere economico e tramite questa combinazione si sta arricchendo a dismisura sulla testa degli altri nigeriani. La Nigeria è un paese coloniale, non esisteva prima che non fosse creato artificialmente dagli europei: ha un nord musulmano arabofono e un sud cristiano animista. I pozzi petroliferi si trovano nel sud del paese, là dove si è scatenata la furia di Boko Haram, gruppo jihadista da gennaio alleato dell'Isis. L'espansione del gruppo ha generato tensioni anche nei paesi confinanti come Niger, Cameroon e Ciad, che si sono alleati per combattere Boko Haram dando il via a una guerra che sta generando scompiglio».

«Allo stesso modo il Ghana è ricco di giacimenti d'oro e petrolio  e si sta sviluppando rapidamente, esistono però ancora enormi sacche di povertà. E' una vera democrazia, confermata anche dai recenti risultati elettorali. Anche in questo caso si riscontrano problemi di ripartizione equa della ricchezza. In Italia si vedono immigrati togolesi e del Benin. Il Togo è una dittatura familiare: da 45 anni governa una sola famiglia, garante di un sistema di potere e interessi economici precisi. La Francia appoggia l'attuale dittatura per propria convenienza. In Burundi troviamo un problema analogo ulteriormente complicato dalle tensioni intertetniche tra Hutu e Tutsi.  Nella Repubblica del Congo il presidente, dopo trent'anni di governo, ha modificato la costituzione per rimanere ancora al potere. Non succede niente di diverso nella Repubblica Democratica del Congo. Il Gambia vede oggi i primi immigrati arrivare in Europa, il piccolissimo paese sulla costa atlantica è governato da 25 anni da un dittatore spietato, Yahya Jammeh, che ha sostenuto una durissima repressione interna contro ogni forma di opposizione».

«In tutti questi paesi esistono attivissime società civili, in cui le persone oggi hanno maturato una maggior consapevolezza politica e non si esimono dal manifestare il proprio dissenso rischiando anche la vita. In Africa occidentale, insomma, non si scappa per la fame, quanto per la prospettiva di vita insostenibile davanti alle limitazioni, talvolta brutali, imposte da dittature, da presidenze forti o finte democrazie come nel caso dell'Etiopia».

 

OTTICA IMPERIALISTA

A fine serata nel dibattito col pubblico Enrico Casale ha fatto sintesi di quanto raccontato, sottolineando ancora una volta come l'ottica imperialista - che ancora muove la politica e le aziende europee in questi paesi - finisca spesso per accentuare o mantenere nel tempo molte situazioni negative. Un esempio, tra i molti citati, è quello relativo alla realizzazione della cosiddetta “Diga del rinascimento” in Etiopia – regime di cui è noto il livello di corruzione - condotta da imprese italiane (Salini – Impregilo, ndr) con l'avallo del nostro governo: «per la sua costruzione sono stati sfollati diversi villaggi, stravolgendo gli equilibri di vita di intere comunità: si creano anche in questo modo presupposti per attivare flussi migratori».

Questa settimana vi ricordiamo il secondo appuntamento della rassegna.

Gli autori di Vorrei
Alfio Sironi
Author: Alfio SironiWebsite: alfiosironi.wordpress.com

Mi occupo di tematiche geografiche dentro e fuori la scuola.

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