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Vorrei | Rivista non profit

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La ristrutturazione dell’ospedale San Gerardo è un mistero. Che presto però si trasformerà in un incubo, come ha scritto giovedì scorso il Cittadino: “Sette anni di lavori, polvere e rumori per i pazienti, parcheggio dimezzato, viabilità rivoluzionata. Il cantiere del nuovo San Gerardo sta partendo ma non lo sa nessuno”. Il che è grave e scandaloso.

 

A  settembre un grande spazio sarà transennato, entreranno in funzione le ruspe, si dovrà scavare ben due piani sotto terra e i camion adibiti al trasporto del cosiddetto “materiale di risulta”, daranno vita ad un carosello infinito. Immaginiamo che la viabilità della zona sarà sconvolta e rischierà il collasso anche perché il parcheggio interno “salterà” e i quattrocento posti auto dei dipendenti dovranno essere spostati altrove e dotati di bus navetta. I disagi per i ricoverati (più di un migliaio), per i loro familiari e per i 3200 dipendenti, saranno notevoli e non per un breve periodo: da qui al 2019 – 2020, se tutto va bene. E lo stesso dicasi per i costi preventivati in 207 milioni di euro (pari a 400 miliardi delle vecchie lire), che non sono poca cosa. Chi paga? In gran parte la Regione e in parte il San Gerardo attraverso la vendita del Vecchio Ospedale che dovrebbe dare - almeno sulla carta - una cinquantina di milioni.

Di tutta questa vicenda abbiamo avuto modo di scrivere su La rivista che vorrei il 20 agosto scorso. Qui l'articolo. È solo passato del tempo, il silenzio è continuato. Ma perché? Un po’ di colpa - chi più chi meno -, l’abbiamo anche noi operatori dell’informazione che avremmo dovuto scavare oppure dare maggiore risalto alle numerose iniziative dei sindacati dei lavoratori dipendenti raggruppati nella Rsu aziendale e delle confederazioni Cgil, Cisl e Uil provinciali. Loro hanno per tempo parlato, chiesto incontri, rivendicato informazioni, previsto disagi, suscitato gli allarmi per il pericolo di infiltrazioni mafiose, dato che l’opera di ristrutturazione suscita inconfessato appetiti. Ma non sono stati presi sul serio o meglio alle loro azioni non è stata riservata l’eco che meritavano, nell’interesse della popolazione.

La colpa comunque maggiore è dell’Ospedale e dei suoi dirigenti. Il loro è stato un silenzio sospetto. Il vecchio direttore generale Francesco Beretta, ciellino, fedelissimo di Roberto Formigoni, a marzo si è dimesso dall’incarico per ragioni personali (“Mi dedicherò alla famiglia”) ma c’è chi mette la sua decisione in relazione alle voci di un suo coinvolgimento nello scandalo della Fondazione Maugeri (i giornali ne avevano parlato a metà ottobre), altri invece alla uscita di scena del suo protettore, il Celeste . Comunque non ha certo lasciato una grande traccia. Anzi. Per lui i lavori di ristrutturazione e di allargamento erano possibili anche in presenza di un ospedale abitato, cioè in funzione. Sui particolari ha sempre rimandato, quasi non se ne volesse occupare, alla Infrastrutture Lombarde, creatura formigoniana, che ha predisposto il capitolato d’appalto e agisce da general contractor. Ora al suo posto, in veste di commissario, c’è la dottoressa Simona Bettelini, ex braccio destro della dottoressa Cristina Cantù quando questa era direttrice generale dell’Asl di Monza. Ora la Cantù è assessore regionale. Ma la novità vera è che è cambiata la filiera politica delle decisioni: prima era rappresentata da Formigoni, Beretta, Infrastrutture lombarde; ora da Roberto Maroni, Bettelini, Infrastrutture lombarde. Auguriamoci che dal cambio ci si guadagni.

Cosa dovrebbero fare i nuovi? Informare, informare e ancora informare. Esporre plastici, disegni, indicare problemi e spiegare le ragioni per le quali un manufatto del 1980, dopo soli trenta anni, sia diventato di colpo vecchio. Noi ricordiamo che nell’ottobre del 2009 fu resa nota una perizia del Politecnico di Milano, commissionata dalla Regione, nella quale si diceva che era indispensabile “rinforzare 5 mila piloni”. Roba da stropicciarsi gli occhi.

Qualche settimana dopo l’assemblea dei sindaci della provincia votò una soluzione illustrata dall’allora direttore generale Giuseppe Spata che prevedeva un taglio orizzontale di alcuni piani (dal settimo all’undicesimo), la costruzione di un manufatto avancorpo, durata dei lavori 3 anni, spesa 100 milioni di euro. Il successivo direttore Francesco Beretta disse che l’ideale sarebbe stato costruire un nuovo ospedale ma che non esisteva un’area adeguata vicino alla Università. E quindi... ecco come si è arrivati alla situazione odierna.

Ma perché il Nuovo Ospedale negli anni ‘70 è stato costruito in quel modo? Perchè la necessità di quel massiccio rinforzamento? Le domande potrebbero essere tante altre. Non per il gusto di buttare tutto in vacca ma per fare un doveroso servizio alla città che nei confronti del suo ospedale, ha il diritto di essere adeguatamente informata. Tanto più quando ci si trova alla vigilia di un incubo.

 


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