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 20130514-novecento

Dossier. Braccia ridate all'agricoltura. Perché l'Italia in passato ha abbandonato la campagna? Colpa della vecchia Dc che la considerava solo come un serbatoio di voti. Ma anche della sinistra e del mito della classe operaia

 

C

i sono segnali che non vanno sottovalutati ma nemmeno ingigantiti : certo è, che la nostra agricoltura non fa più paura. Il contadino digitale c’è ed è un evento eccezionale. Tuttavia le aziende agricole che usano il web sono una minoranza, rappresentano appena il 4% del totale e sono concentrate soprattutto al nord. Siamo scettici? Assolutamente no, siamo in presenza di una importante inversione di tendenza che deve però essere sostenuta da una politica economica che non penalizzi quello che resta del nostro settore primario (primario di nome ma non di fatto).

Negli anni ’50 sono stato testimone , anzi cronista, della grande fuga dalle campagne e la notizia che una nuova generazione metterà le proprie competenze informatiche al servizio della terra, mi sembra quasi una bufala, un sogno come lo pronuncia Maurizio Crozza quando imita Flavio Briatore. E nello stesso tempo mi fa sentire vecchio.

Sessanta anni fa cominciavo a muovere i primi passi nella professione. Operavo come aspirante giornalista in una provincia, quella mantovana, che più agricola di così non si poteva. Tutto cascine, braccianti, mezzadri, coloni, agrari – spesso compromessi pesantemente con il fascismo – coltivatori diretti nella duplice veste di imprenditori proprietari della terra che lavoravano oppure di imprenditori fittavoli, cioè affittuari della terra che coltivavano. Fabbriche quasi zero. La cartiera Burgo, che proprio in questi giorni sta chiudendo, era una sorta di cattedrale in un deserto industriale.

Su quella terra vocata all’allevamento zootecnico erano in troppi a dividersi un lavoro storicamente malpagato e incerto e con la prospettiva che l’introduzione della meccanizzazione, lo avrebbe ulteriormente ridimensionato.

E fu fuga. Verso dove? Verso il triangolo industriale che a Milano, Varese e Torino aveva i suoi vertici principali. Per il Mantovano, compresa la città capoluogo, la campagna era la principale fabbrica di cui il bracciante, alla continua ricerca di giornate di lavoro, e il salariato fisso detto anche bergamino, ovvero mungitore (lui, di lavoro, invece ne aveva troppo, impegnato com’era 364 giorni all’anno, domeniche e feste nazionali comprese), costituivano la classe operaia delle campagne. Le ferie per il bergamino, ad esempio, rappresentavano un diritto sconosciuto, monetizzava tutto, in cambio aveva la casa, quasi sempre squallida. Ricordo ancora abitazioni con pavimenti in terra battuta e con i bambini che di notte venivano assaliti da qualche scorpione. E il capofamiglia più che padre era uno schiavo delle vacche che aveva in carico (la cosiddetta spesa) e che andavano munte tutti i giorni e in orari impossibili.

Il datore di lavoro, l’agrario, non era certo una bella personcina e così dicasi della sua associazione, la Confagricoltura, sorella mal sopportata dalla stessa Confindustria.

Poi c’era una grande massa di contadini (i coltivatori diretti) che nel lavoro dei campi ci mettevano le braccia dell’intera famiglia, le loro e quelle degli anziani, delle donne e dei ragazzini compresi.

Bella la campagna, rigogliosa e fertile, sempre verde ma tutto il resto era arretratezza: abitazioni fatiscenti, analfabetismo, infrastrutture carenti, assistenza medica e farmaceutica solo per chi riusciva a mettere assieme più di 90 giornate lavorative in un anno, coltivatori diretti senza mutua. Un vero inferno, assai vicino a quello descritto da Ermanno Olmi nel suo film capolavoro “L’albero degli zoccoli”.

È in quell’ ambiente che iniziò la mia attività giornalistica, prima come redattore del settimanale della federazione comunista, poi come corrispondente de l’Unità. E quando nel 1966 feci il grande salto, fu pressoché naturale promuovermi inviato nazionale sul fronte agricolo. Con questa qualifica operai per almeno 10 anni avendo come interlocutori quotidiani, personaggi notevoli dell’allora Pci, in quanto responsabili della commissione agraria del Partito. Cominciai con Gerardo Chiaromonte, poi lavorai con Emanuele Macaluso, infine con Pio La Torre. Compagni indimenticabili.

Tentativi di frenare questa fuga dalle campagne furono messe in atto soprattutto dai sindacati bracciantili, che erano una grande forza all’interno sia della Cgil, che della Cisl e della Uil. Lotte durissime con scioperi lunghissimi, aspri scontri con la polizia (ci scappò anche il morto), arresti, giorni di carcere, processi con giudici che davano sempre ragione agli agrari e torto ai lavoratori, caratterizzarono quel periodo. Ma risultarono vani.

Il processo di marginalizzazione del nostro settore primario ebbe purtroppo successo. Eppure avrebbe dovuto invece essere riqualificato, innovato, anche trasformato ma mai sacrificato allo sviluppo industriale, piuttosto affiancato per la trasformazione dei prodotti. Pure la sinistra ci mise del suo. Tardò a capire che nelle campagne i nuovi protagonisti dello scontro sociale e della richiesta di cambiamento, sarebbero stato i coltivatori diretti. E non un inesistente bracciante del quale, sia il processo di elettrificazione completa delle campagne sia una intensa e spesso persino antieconomica meccanizzazione, avevano segnato la fine, certamente non indolore e spesso forzata.

Poi nel 1957 con il trattato di Roma che diede vita al Mec (Mercato comune europeo, una sorta di padre della Cee) si capì chiaramente che il nostro settore primario era stato svenduto in cambio di tutta una serie di misure a favore del settore industriale. Nel 1966 venne istituita l’Aima, singolare Azienda per gli Interventi sui Mercati Agricoli il cui compito era di contenere le produzioni. A tutti i costi. Nacquero così i cimiteri della frutta e dei pomodori. Ne visitai parecchi in Campania, in Emilia, impressionante quello delle pere all’interno del Bosco della Mesola nel Ferrarese.

Enormi quantità di ottimo prodotto venivano ritirate e pagate per essere immediatamente schiacciate sotto i cingoli dei trattori.

Uno spettacolo indegno. Oltretutto ricco di episodi di corruzione. Tonnellate di terra, ad esempio, venivano al momento della pesatura fatti passare come prodotto da distruggere. E c’era anche chi furbescamente produceva solo per l’Aima.

La minaccia al produttore restava comunque chiara: adesso te li pago ma dopo no. Quindi riduci le produzioni. Stessa logica per carne e latte. E anche i coltivatori diretti non se la passarono bene. Erano pieni di debiti nei confronti della Fiat e dei monopoli della chimica, dei mangimi, della Federconsorzi, un carrozzone democristiano - quest’ultimo - di maneggioni e di forchettoni (così li definì l’on. Giancarlo Pajetta) e di ladri che la portaro no al fallimento con debiti di oltre mille miliardi di lire. Altro che fascino dell’agricoltura.

Ci sono voluti i disastri idrogeologici sempre più frequenti sia in montagna (le frane) che in pianura (le esondazioni dei fiumi), la crisi economica che aguzza l’ingegno, ritmi di vita impossibili nelle grandi città, la affermazione di un nuovo spirito ecologico per far riscoprire quella che va considerata una nostra grande risorsa assieme a quella del turismo.

Le colpe sono di tanti, inanzitutto della vecchia Dc che ha considerato le campagne solo come un serbatoio di voti e mai come un settore che avrebbe potuto dare sviluppo. Ma anche la sinistra ha commesso errori di valutazione e di analisi. Il mito della classe operaia è sempre stato forte. Ma ora che quel mito si è di molto affievolito per mancanza della materia prima, gli operai, si comincia a guardare anche altrove.

Ritornare alla agricoltura quindi è possibile , probabilmente necessario, certamente salutare, comunque non deve restare un sogno. L’intendimento di certi giovani va incoraggiato ma non solo a parole. Con aiuti concreti. E lo Stato deve fare la sua parte. Con l’agricoltura ha un grosso debito storico. Che va saldato. E alla svelta.

 


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