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Vorrei | Rivista non profit

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Quel modo tutto suo della terra di Brianza, e dei brianzoli, di accogliere lo"straniero".
Senza smancerie come in Bretagna, con freddezza, eppure...

 

Q

uando si viaggia si pensa quasi sempre e solamente a ciò che si troverà, a quello che si farà o si vedrà; si pensa alle avventure che ci attendono, si leggono articoli su come preparare un “bagaglio intelligente” o ci si prefigura tutta una serie di esperienze; persino chi intraprende un lungo viaggio, o magari un viaggio che lo condurrà a un cambiamento definitivo, ha voglia di organizzare il proprio futuro piuttosto che pensare ad altro, per esempio a quello che ha lasciato, che spesso è ciò a cui prima o poi, presto o tardi, si farà ritorno.

Persino Umberto Boccioni, con tutta la sua carica futurista, parlandoci di viaggio ha sempre tenuto lo sguardo un po’ rivolto all’indietro: nella trilogia degli Stati d’animo ha dato vita a opere che, oltre a rappresentare una grande novità in termini di tecnica pittorica (arrivando a rappresentare persone che partono attraverso sole linee orizzontali), possono gettare una luce in più sull’importanza che in un viaggio ha il luogo di partenza. Non a caso i titoli dei tre dipinti sono: “Gli addii”, “Quelli che vanno”, “Quelli che restano” e il punto di vista sembra sempre essere quello di qualcuno che riflette su ciò che resta fermo e guarda il resto andare via.

 

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Viaggiare e spostarsi pensando al proprio ritorno è un po’ come vivere una storia d’amore pensando al momento in cui finirà. Io l’ho sempre fatto: i miei ritorni erano sempre in Brianza, dove sono nata e cresciuta e, nonostante una certa consapevolezza che questo atteggiamento porti sempre con sé una certa dose di malinconia, sono convinta che si potrebbe andare ovunque, e per lunghissimo tempo, ma che conterà sempre tanto il proprio punto di partenza ed eventualmente di ritorno. Anche nel caso di coloro per i quali il viaggio equivale ad una scelta di vita, una svolta definitiva, un giro di boa.

Mi sono sempre domandata come mi sarei sentita e cosa avrei provato se avessi abitato in un altro posto, magari con più sole o magari con il mare, perché no. Chissà se, rientrando dalle vacanze estive, avrei provato quella stessa nostalgia, chiusa in macchina in giornate d’inizio settembre a varcare un confine soprattutto climatico: sole fino a Bologna e subito dopo pioggia battente, grigio e vento freddo. E chissà se avrei avuto la stessa voglia irrefrenabile di costruire mille paragoni, quasi tutti al negativo, ritornando da una qualunque città europea.

 

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La Brianza, questo verde e affascinante lembo di Pianura Padana, non è però esattamente il luogo del “non rimpianto”: al contrario, le mancano quelle idee che associamo comunemente al termine di viaggio, soprattutto se inteso come vacanza: vivere la vita per le strade e tra la gente, misurare il grado, quasi sempre elevato, di accoglienza di un luogo, farsi sorprendere da cose mai viste fino a quel punto, ricevere sorrisi gratuiti e scoprire quanto davvero conti il sole negli atteggiamenti e nella mentalità delle persone.

 

 

C’è un gruppo folk, i Mercanti di Liquore, che sono originari di Monza e che hanno scritto, tra le tante, una canzone, “Lombardia”; ne citiamo qualche verso:

Atterrati su in Brianza come un settequattrosette
Siam cresciuti di nascosto come le castagne matte
La regina Teodolinda ci faceva l’occhiolino
Ma noi irriconoscenti non le abbiam fatto l’inchino
Imparammo la chitarra per avere un’occasione
Per paura di sentirci come un mobile a Lissone
Ci siam travestiti da soldati di ventura
Per cercare di scalare questa ripida pianura
Lombardia com’è facile volerti male
Di sorrisi non ne fai e ti piace maltrattare
Ma noi siamo i figli storti nati dentro un’osteria
E riusciamo a respirare pur essendo in Lombardia.

 

Vivo in Lombardia da tre anni e ho fatto una enorme fatica a farmi degli amici; vado una notte a Bologna e torno a casa con cinque numeri di telefono

Un caro amico mi diceva spesso una frase curiosa: «Vivo in Lombardia da tre anni e ho fatto una enorme fatica a farmi degli amici; vado una notte a Bologna e torno a casa con cinque numeri di telefono». Per lo stesso motivo, visitando un posto nuovo, apprezzo sempre e con un certo stupore il poter osservare la gente seduta su di una panchina per la strada che chiacchiera anche a orari insoliti, il sentire una chitarra che suona sugli scalini di un palazzo come mi è successo a Taranto o a Roma, passeggiare per la rue de la soif a Rennes, in Francia, che è una via colma di locali e di ragazzi per la strada dove nessuno dei residenti getta secchiate d’acqua dalle finestre, il prendere la metropolitana di Madrid intorno a mezzanotte e mezza e fare conoscenza con un’allegra settantenne.

 

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Accolgo tutto questo con una certa sorpresa, dicevo, perché non è esattamente quello a cui sono abituata: dove vivo io esistono decine di locali per tutti i gusti, ma non è ammessa quasi mai la vita di piazza, soprattutto di sera, se non in occasioni particolari; dove abito io abbiamo persino istituito il giorno in cui questo sogno diventa possibile, naturalmente coniugandolo coi dané (i soldi che la città guadagna, contrapposti abilmente da Bianciardi alla grana, che è il denaro che invece si spende): il giovedì, le cui sere d’estate vedono le strade del centro affollate grazie all’apertura serale dei negozi. Questa città e la sua regione sembrano non regalarti niente né facilitarti la vita, ma ancora più spesso ti sorprendono per il modo in cui riescono a confermare quasi ogni pregiudizio ad esse legato: il senso dell’estrema concretezza elevato a ideale di vita, il cosiddetto pragmatismo che porta a considerare valido solo ciò che rappresenta lavoro; quel restare sempre un po’ provinciale, nonostante la Provincia; il fatto che le tradizioni ed il senso di appartenenza al territorio si avvertano poco, lontano dalla tavola, in un periodo in cui invece si cerca di conservare la memoria locale anche a livello linguistico (peraltro l’unico o quasi che la Brianza pare riconoscere). Il problema che si avverte maggiormente, infatti, sembra essere la difesa ad ogni costo di una cultura un po’ cinica e un po’ materialista che pesa agli occhi di giovani che non amano l’economia, di persone che vi si trasferiscono e che provengono da lontano, Italia o estero che sia, ma anche a quelli di chiunque si riconosca in principi altri rispetto a quelli elencati. Difficile, poi, stabilire quanto tutto ciò sia dovuto alla quasi mancanza di calore e alle basse temperature… Sembra comunque faticoso viaggiare verso la Brianza o viaggiare per poi ritornarvi, per il semplice fatto che non è uno di quei luoghi che ti invita con ogni mezzo e a tutti i costi.

la Bretagna ti accoglie a braccia aperte ma senza troppe smancerie

Un giorno ero in Bretagna, regione del nord-ovest della Francia, e parlavo di ospitalità con un signore del posto che, con un’aria fiera, mi disse: «La mia regione è molto ospitale, ma non te ne accorgi subito. La cordialità delle persone si lascia scoprire col tempo e, soprattutto, non è invadente né pretende qualcosa in cambio. Insomma, la Bretagna ti accoglie a braccia aperte ma senza troppe smancerie». Io credo che sia pressoché questa l’atmosfera che respiri tra Cesare Battisti e la verde provincia. Forse non ti invita, però sta lì nell’attesa che arrivi o che ritorni, come un fidanzato paziente che non ti fa pesare la tua lontananza, per quanto lunga essa sia ma, anzi, aspetta e confida nella tua fedeltà.

E allora si può tentare di dare una conclusione diversa, rispetto a quella che verrebbe spontanea fornire, a questo viaggio da e verso la Brianza: si può pensare che spesso ciò che è migliore richiede uno sforzo maggiore per essere compreso; si può riflettere sul fatto che questo mito del lavoro conduce poi ad una discreta ed effettiva efficienza nei servizi; si possono rilevare molti altri aspetti: la tanto, ahinoi, criticata freddezza lombarda che si traduce spesso in un senso civico invidiabile; i locali e le organizzazioni giovanili che lasciano intravedere un dinamismo che va anche oltre le aspettative, e altri fatti come questi.

 

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Insomma, ce n’è davvero per tutti i gusti, a tal punto che tutto ciò riesce a farti percepire questo territorio come un paradiso tanto quanto come una galera (caratteristica esclusiva appunto dei posti migliori) e in fin dei conti sta a ognuno scegliere dove vivere, a seconda di come un luogo corrisponde maggiormente al proprio modo di essere. Ma, per evitare un atteggiamento cerchiobottista, mi piace ricordare che io, come moltissimi altri che condividono con me l’appartenenza alla Brianza, sono giovane e che mi sento in viaggio anche quando sono a casa. Davanti a me vedo una prospettiva il cui punto di fuga non è ancora collocato nel mondo. Non so dove arriverò, non so nemmeno se mi sposterò e di quanto. Penso che in realtà conti solo averlo, un punto di partenza, se non altro perché questo ne presuppone uno di arrivo.

E, sia che si tratti di un ritorno provvisorio che di uno definitivo, vorrei considerare questa regione tra le alternative possibili, nella speranza che sacrifichi un po’ di conservatorismo per dare più spazio ad un orgoglio territoriale fondato ancor più sull’innovazione e sul dinamismo, sull’apertura ad esperienze di ogni genere come sul cosmopolitismo. Come a dire: le basi ci sono, basta condividere il progetto e realizzarlo concretamente sopra.

 

Gli autori di Vorrei
Francesca Salamino
Author: Francesca Salamino
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