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insegnare nel carcere

Percorsi di reinserimento, pene alternative, recupero sociale. Intervista all'insegnante Antonio Pistillo

 

Raccontaci un po' di te e della tua esperienza di insegnante presso il carcere.
Il carcere presso il quale lavoro è la Casa circondariale di Sanquirico, su viale dell'industrie a Monza. Si tratta di una struttura che ospita principalmente persone in attesa di giudizio e non solo detenuti con pena definitiva. Questo è il secondo anno che ci lavoro, l'anno scorso insegnavo inglese e curavo anche la redazione del giornalino del carcere. Sempre l'anno scorso ho anche tenuto un corso di cultura e storia angloamericana attraverso la visione di film, e poi ho affiancato un fiorista per un corso di composizione floreale. Quest'anno la mia cattedra è fuori dal carcere, ma mi hanno chiesto di continuare a seguire il giornalino.

Quali corsi e quali materie vengono insegnate e quanti insegnanti ci sono?
I corsi sono diversi, alfabetizzazione per stranieri e licenza media per tutte le sezioni, organizzati dalla scuola media Confalonieri. Il Mosè Bianchi di Monza ne gestisce uno di ragioneria e uno per geometri per l'alta sicurezza e i protetti, si tratta di un progetto a cui aderiscono docenti provenienti da diverse scuole superiori del territorio e che permette ai detenuti, alla fine del percorso di studi, di potersi diplomare. Poi ci sono percorsi di apprendimento svincolati dalle licenze scolastiche, come corsi di inglese, di cultura, musica, teatro eccetera, organizzati sempre dalla Confalonieri che fornisce 7 docenti, un ventina proviene invece dalle altre scuole superiori. A questi si aggiungono di volta in volta gli esperti esterni che la scuola o il reparto educativo incarica. Per esempio la redazione del giornale si avvale della collaborazione di una giornalista del Cittadino, Sara Valtolina.

Monza è uno dei pochissimi carceri in Italia ad avere la sezione dell'isolamento femminile

Come è composta mediamente una "classe"?
Le classi sono fortemente diverse l'una dall'altra, ciò dipende molto dalla sezione di appartenenza. Una cosa che normalmente non si immagina è che, diversamente dalla scuola normale, le classi non sono composte per livello di apprendimento o per età ma per tipo di reato commesso. Le classi sono quindi divise in detenuti appartenenti alla sezione dei reati comuni, la sezione di alta sicurezza e la sezione dei protetti. Nel femminile le detenute si dividono in due sole categorie, comuni e isolamento. Monza è uno dei pochissimi carceri in Italia ad avere la sezione dell'isolamento femminile. Di conseguenza i livelli sono i più diversi. La componente straniera è molto forte soprattutto nella sezione dei reati comuni e anche i giovani tendono ad essere più presenti in questa sezione rispetto alle altre.

Se vedeste in che condizioni vivono vi rendereste subito conto che studiare non è per loro certo facile

Gli alunni "seguono" le lezioni, oppure sono in aula solo perché "costretti", magari da benefici e premi?
La frequenza è volontaria, hanno un piccolo gettone di presenza dato dal Ministero degli Interni per motivarli alla frequenza. Gli alunni normalmente seguono con un certo interesse e vengono volentieri in classe, quello che manca spesso invece è lo studio e lo svolgimento degli esercizi in cella. Ma se vedeste in che condizioni vivono vi rendereste subito conto che studiare non è per loro certo facile. Le celle sarebbero singole, costruite per ospitare una sola persona, ma negli ultimi anni ormai sono quasi sempre occupate da tre persone. Si tratta di spazi davvero angusti dove la convivenza non è affatto semplice, la tv è perennemente accesa e non c'è spazio per muoversi, se a questo aggiungiamo il freddo e l'umidità di inverno e il caldo irrespirabile d'estate il quadretto che ne esce fuori non è dei migliori per motivare allo studio. Spesso poi si tratta di gente in attesa di giudizio quindi sottoposta a forti stress emotivi, per dirla in maniera semplice, non hanno la testa.

Capiscono che siamo là per fare il nostro mestiere e sanno che quello che insegniamo loro li può aiutare a divenire persone migliori

Come sono percepiti gli insegnati dal resto del personale e dai detenuti?
L'istituzione carceraria vede gli operatori culturali in maniera positiva, gli agenti hanno un atteggiamento che varia da persona a persona, la maggioranza capisce l'importanza del nostro lavoro, poi c'è anche qualche agente che pensa che i detenuti non impareranno mai nulla e che il nostro sforzo sia semplicemente una perdita di tempo. In linea generale comunque gli agenti sono gentili e ben disposti nei nostri confronti.
L'atteggiamento dei detenuti è sempre molto positivo verso i docenti, percepiscono subito che noi non siamo parte del sistema carcerario, non ci vivono come antagonisti, capiscono che siamo là per fare il nostro mestiere e sanno che quello che insegniamo loro li può aiutare a divenire persone migliori, e poi il contesto scolastico per loro è finalmente un momento di evasione dalla loro realtà carceraria. Anche se alle finestre ci sono le sbarre, per qualche ora al giorno si sentono trattati come persone, per noi loro sono studenti, non detenuti, e questo fa la differenza.

 

Il trailer di "Tutta colpa di Giuda" del 2009, diretto da Davide Ferrario
con Kasia Smutniak e le musiche - fra gli altri - dei Marlene Kuntz

 

C'è collaborazione da parte del resto del personale?
Purtroppo lavoriamo in un contesto molto particolare dove i livelli di sicurezza devono essere sempre tenuti alti. Noi insegnanti, presi dal nostro lavoro di docenza, alcune volte diamo per scontato cose che in carcere invece non possono esserlo per motivi di sicurezza, questo spesso rende il lavoro più difficile.

Ci puoi dare qualche dato dato sull'efficacia della formazione dentro il carcere?
Ho dati statistici sulla recidiva dei detenuti che seguono un percorso di reinserimento e che hanno pene alternative rispetto a quelli che scontano l'intera pena in carcere. I dati più recenti ci dicono che solo il 16% di quelli che usufruiscono di pene diverse dalla detenzione (domiciliari, sorveglianza, comunità, alternanza carcere-lavoro, ecc.) ricadono nel crimine, mentre la recidiva arriva al 68% per coloro che trascorrono l'intera condanna dietro le sbarre. Questi sono dati di cui si parla poco e che dovrebbero invece seriamente farci pensare sulla convenienza per l'intera società di ripensare l'intero sistema carcerario italiano.

I dati più recenti ci dicono che solo il 16% di quelli che usufruiscono di pene diverse dalla detenzione ricadono nel crimine, mentre la recidiva arriva al 68% per gli altri

La carcerazione costa al Paese moltissimo da un punto di vista economico ed ancora di più da un punto di vista sociale, bisognerebbe investire sulla prevenzione del disagio e puntare sul recupero di chi commette i crimini piuttosto che semplicemente rinchiuderli in strutture fatiscenti e dimenticarci di loro.

Ci sono progetti specifici di formazione oltre a quelli della licenza media/superiore?
Oltre alla redazione del giornalino gestita dalla scuola media Confalonieri, vi sono anche cooperative che creano occasioni di lavoro per i detenuti, all'interno della Casa Circondariale vi sono per esempio una rilegatoria, una stamperia e una falegnameria che realizzano lavori sia per l'istituto che per clienti esterni.

 

Gli autori di Vorrei
Author: Antonio Grazioli
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