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Bioetica cattolica e Bioetica laica, distinguere tra vita propria e vita degli altri, pensare la propria alla luce del primato della libertà e quella degli altri, alla luce del primato della sacralità

 

Nel libro intitolato “Bioetica cattolica e Bioetica laica”, (Editore Mondadori, 2005) Giovanni Foriero, filosofo impegnato sul fronte della bioetica e della laicità, enuncia e discute della teoria dei due paradigmi opposti di bioetica, alla luce dei quali viene interpretata dal pensiero contemporaneo, quel fenomeno complesso ed unico che chiamiamo vita. Da un lato si colloca il paradigma della sacralità, per il quale la vita è un dono che discende dall’alto e quindi non è disponibile da parte del soggetto che la riceve e, dall’altro il paradigma della libertà, per il quale la vita proviene dal basso ed è quindi pienamente disponibile da parte del soggetto che la vive ed esperisce. La doppia prospettiva mette in luce il dato oggettivo rappresentato dalla vita. Si tratta comunque di due visioni, interpretazioni alternative, che dividono la cultura contemporanea in materia di Bioetica. In rapporto al punto di vista adottato, ed alla prevalenza che daremo, ora del paradigma della sacralità, ora di quello della libertà, avremo rispettivamente una libertà normata dal primato del sacro, dinanzi a cui la libertà si dovrà fermare, o di converso una libertà che pone dei vincoli, che “norma” la sacralità. Di fronte alla sacralità “normata”, il rispetto verso la vita a un certo punto si potrà sospendere, ed esso non sarà, quindi, mai incondizionato. Un atteggiamento condivisibile è quello descritto molto bene da Vito Mancuso teologo contemporaneo, nel suo saggio “La vita autentica” (Raffaello Cortina Editore, 2009) che è quello di distinguere tra vita propria e vita degli altri ed a pensare la propria alla luce del primato della libertà e quella degli altri, alla luce del primato della sacralità. Ciò che lega a mio parere le due visioni, è comunque la centralità della persona, il fatto che la sua Volontà libera da ogni tipo di condizionamento o manipolazione, espressa e sancita dalla Costituzione (art. 13 e 32), dal principio di autodeterminazione è il vincolo fondante da cui derivano tutte le scelte in materia di bioetica.

Una questione aperta in ambito etico, su cui vale la pena riflettere è quella se sia possibile, partendo da sinergie tra attori diversi e recependone il contributo originale, ricreare un patrimonio culturale comune, che comprenda valori condivisi.

Quando si parla di etica in genere le riserve sono di tre tipi. Non è forse inutile “ fare la morale ”, in particolare a scienza ed economia ? Cosa c’è dietro: una ideologia, la religione cattolica ? È possibile un’etica fondata su qualcosa di certo, condiviso ed accettato da tutti ?

Quanto al primo punto, << contra factum non valet argumentum >>, di fronte ad un fatto non c’è argomentazione che valga. L’evolversi dei fatti più recenti smentisce la pretesa inutilità del ragionare di morale e di applicarla, non solo in ambito scientifico ma anche sociale ed economico. Anzi, risulta evidente che è dannosa la mancanza di etica. Quanto al secondo punto, direi che esiste davvero il rischio che l’ideologia in senso lato, possa strumentalizzare e svilire la vera natura del dibattito etico: il potere ideologico tenta spesso di servirsi della scienza, naturalmente affermando di difenderla. La Chiesa cattolica dal canto suo, decisamente afferma essere suo interesse “che Gesù Cristo, il figlio di Dio, ed ogni essere umano, sia conosciuto, difeso, amato, specialmente se debole e indifeso”; Tommaso D’Aquino fondatore della laicità in filosofia affermava: “quanto a me, penso che “ la verità è tale, chiunque la dica ”.

Personalmente condivido le seguenti parole del pensatore russo VS Solov’ev, (1900): “ In effetti l’uomo non si accontenta del piacere che gli procura la soddisfazione dei suoi appetiti fisici e che ha in comune con gli animali. Per essere felice deve soddisfare anche un bisogno che gli appartiene in modo esclusivo: agire moralmente e conoscere la verità. Agire moralmente, secondo principi generali e universali e non sotto l’impulso degli istinti animali; conoscere la verità, ovvero conoscere le cose nella loro universalità e totalità e non nella loro realtà apparente, parziale e passeggera. Rilevando questo bisogno supremo come un dato di fatto, non abbiamo niente a che fare con la sua origine storica o la sua genesi, è sufficiente sapere che esso esiste e che senza di esso l’uomo non è più uomo”.

Se la Costituzione americana, per esempio, riconosce a tutti il diritto di cercare la felicità, è una buona dichiarazione di principio: che però di fatto si nega, nel momento in cui non si riconosce all’uomo la capacità di incontrare la verità, cioè la possibilità di incontrare veramente la realtà, cioè realmente la felicità, dentro e fuori di lui. Negare l’esistenza della verità è un attentato contro l’uomo, contro la sua felicità, nonostante tutte le dichiarazioni di principio.

E veniamo così al terzo punto. È possibile, non dico una “scienza” del bene comune, ma esprimere un’idea di ciò che è bene, che possa essere universalmente condivisa ? Si potrebbe dire così come è stato detto per il rispetto dei diritti umani: “Si, è possibile ! Semplicemente perché è necessario” ! Come per la pace, smettere di cercarla è già qualcosa di immorale. Ma esiste una realtà razionale su cui fondare l’etica ? Esiste se la si identifica nell’essere umano stesso, capace di intelligenza e di moralità. “ La natura dell’uomo è la misura della cultura ed è la condizione perché non sia prigioniero di nessuna delle sue culture, ma affermi la sua dignità personale nel vivere conformemente alla verità profonda del suo essere” (Giovanni Paolo II, 1993). L’etimologia stessa della parola intelligenza, “intus-legere”, suggerisce la capacità dell’intelletto di “leggere” la struttura interna della realtà. Come fa la scienza, che rileva attraverso il metodo sperimentale e l’astrazione mentale, l’ordine insito nelle leggi della materia; così fa la filosofia morale, che “legge” l’ordine armonico insito nella natura interiore dell’uomo. Nel fare questo, ogni disciplina accademica rispetta statuto e metodo propri. Di ogni sapere si diventa consapevoli, oltre che con l’informazione, attraverso un movimento riflesso dell’attività intellettuale: il riconoscere ciò che conosco per come esso è. È il primo principio della correttezza morale e scientifica.

È questo l’atto sovranamente libero, necessario di una necessità morale e non fisica, da cui nascono scienza e moralità: “riconoscere la verità delle cose come si presenta all’esame dell’intelligenza”; di certo tutti noi siamo avvisati della difficoltà di questo “riconoscere la verità”: ogni teoria della conoscenza (la gnoseologia) se ne occupa, da secoli. Una qualsiasi forma di annuncio della verità trova dapprima resistenza: ciò fa parte dell’attitudine dell’intelligenza che è anche critica, cioè scientifica: riflette, valuta, prima di accogliere il dato che si presenta immediatamente.

Tutti poi conoscono la lezione di Karl Popper: ogni proposizione, anche di carattere scientifico, non ha valore assoluto ma ipotetico, è verificabile. Questo limite però è anche il punto di forza del discorso scientifico, che è sempre un continuo “work in progress”. E tutti sappiamo che ogni affermazione non è scevra dall’apporto personale: la scienza dell’interpretazione, l’ermeneutica, oggi va per la maggiore, ma questo si potrebbe dire il punto di forza dell’etica: se una regola morale non è interpretata personalmente, se non è una scelta personale, per esempio se è imposta o condizionata allora non è una scelta morale, anche se è quella giusta.

Rimane quindi come primo dovere: “dire a noi stessi ciò che conosciamo”. Secondo uno dei principali filosofi italiani dell’Ottocento,“ la formula prima, “riconosci l’essere”, può convertirsi nelle tre forme categoriche seguenti: I - Segui il lume della ragione (l’essere ideale), II - Aderisci a tutto l’essere reale, III - Mantieni l’ordine morale” (Antonio Rosmini, Compendio di Etica).

Perciò egli ha affermato: “La volontà è buona, quando segue il dettame della ragione” oppure “La volontà è buona, quando opera in proporzione all’essere”.

Invece dopo Kant, in nome di una rigorosa razionalità, si è sempre più approfondito il solco tra etica, scienza e diritto. Oggi si verifica il “paradosso del ritorno dell’etica”, invocato come “una necessità di legittimazione dei vari poteri” (Casavola, 2008). Ma se non c’è il riconoscimento anche teorico di una base universale di umanità, comune a tutti, che trascende ciascuno, di un ordine di priorità connaturato alla natura umana, che ognuno può riconoscere vero dentro di sé, perché parlare di atti inumani, di libertà e responsabilità ? Perché insomma i diritti umani ? Li professiamo, li imponiamo, ci rifiutiamo però di definirli, di riflettere per giungere ad una posizione giustificata razionalmente e condivisa. “Sono tutti d’accordo a condizione di non chiedere perché” (Maritain, 1948); il risultato è che vengono, nel corso della storia, sistematicamente violati, diritti ed etica.

Qual’è insomma “ la vera garanzia offerta ad ogni persona per vivere libero e rispettato nella sua dignità, e difeso da ogni manipolazione ideologica e da ogni arbitrio e sopruso del più forte ? ” (Benedetto XVI, 2007). Ecco come il problema “teorico” di un’etica senza verità”, senza un fondamento razionale, conoscibile, innestato nella realtà, va ad intersecare direttamente le garanzie democratiche di rispetto dell’uomo comune, della politica anche scientifica.

Nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo è sotteso il segreto di una vera democrazia moderna, vale a dire il riconoscimento della nostra comune identità e perciò dignità umana. Si tratta di sforzarsi di identificare, definire e condividere la sostanza, non solo la forma, del nostro agire e convivere. Di recente il presidente della Consulta ha espresso l’auspicio che le tematiche etiche formino oggetto di chiare opzioni legislative; perché solo con la legge si può raggiungere un ponderato equilibrio di valori in gioco, soprattutto di fronte all' esplosione di nuovi diritti determinata, in particolare, dalle incessanti conquiste della scienza e della tecnica".

La Commissione Europea nel 2007 ha pubblicato il documento “Ethics for researchers”, che si propone di “ facilitare la ricerca di eccellenza nel VII Programma Quadro ”, (programma che copre il periodo 2007-2013), ma rendendo essenziale per ogni progetto la valutazione etica. Ciò da una parte è positivo, dall’altra denuncia un vuoto che va colmato. E il vuoto culturale, è più grave di quello legislativo. Oggi va rielaborata a beneficio della società intera una compiuta teoria dei diritti fondamentali, la quale non può che essere impostata sulla persona, che “ si afferma con un atto giuridico fondamentale, di appartenenza a se stessa, attraverso un triplice vincolo fisico, intellettuale e morale. Da qui si opera “la derivazione dei diritti ” (Ambrosetti, 1985).

Ciò vuole forse dire ritornare ad un’unica visione della realtà, che permei ogni ambito della vita comune, cioè ad una ideologia ? Niente affatto. Non dobbiamo avere paura delle diversità e neanche delle divergenze. In campo biologico “ è la intrinseca divergenza dell’informazione genetica che induce innovazioni e cambiamenti, mentre i processi biologici convergenti realizzano un progetto genetico legato a informazioni presenti, quindi poco modulabili ” (Matassino, 2009). Interpretato in modo teoretico, questo dato ci suggerisce la necessità di attivare sinergie dirette tra soggetti diversi, le cui attività e mentalità non sono convergenti.

Ma non si tratta della tesi hegeliana della conflittualità dialettica tra tesi e antitesi, da cui deve scaturire la sintesi. Un procedimento logico astratto, non è un fenomeno che si realizza automaticamente nella complessità della realtà sociale (come il materiale marcire di un seme nella terra produce il vegetale). L’evoluzione della conflittualità in ambito sociale, molto più facilmente si ferma alla fase distruttiva. “L’evoluzione genetica è il regno degli istinti, quella culturale della ragione e della responsabilità individuale” (Silvestrini, 2009) Più del DNA allora può fare la cultura. Di questo tipo di evoluzione culturale abbiamo particolare bisogno, specialmente perché può subire pesanti e rapide involuzioni, sia a livello individuale che collettivo, come la storia ci insegna. Possiamo dire che anche nel corpo sociale, come nell’organismo biologico, si attiva la ricerca di un modello etico innovativo grazie ad informazioni di provenienza diversa: che non sono quelle presenti ma, sulla base universale dell’assoluto rispetto della dignità umana, vanno modulate sui nuovi problemi, per delineare un modulo che è costruttivo, cioè produttivo.

Si tratta di una specifica attività di ricerca che appartiene in particolare alla bioetica, ma anche alla filosofia, alla scienza, al diritto, all’economia. Scienza, economia, formazione, informazione, partecipano alla comune responsabilità di ogni cittadino verso “ il progresso materiale e spirituale della società” (art. 4 della Costituzione). La pace, la ricerca del bene comune, sosteneva Paolo Bisogno, sono da annoverarsi tra i compiti della scienza, dell’economia, dell’informazione, comprese la documentazione e comunicazione scientifica. Etica qui significa, innanzitutto, dare qualità umana al proprio lavoro.

Questo è il primo vero fattore di crescita. Gli obiettivi principali si collocano i questi ambiti di azione:

 

1) far comprendere di che si tratta: è etica dell’informazione

2) attivare rapporti diretti e costruttivi: è assumere reciproche responsabilità

3) favorire soluzioni responsabili: è lavorare per il bene comune.

 

In una prospettiva futura, è utile sperimentare questi obiettivi con i giovani, attivando per loro rapporti diretti tra scienza, società ed istituzioni: sulla base del fatto che hanno valori in comune.

Per la promozione della partecipazione e della comunicazione, scienza, società e istituzioni si possono considerare i seguenti valori comuni:

- Autonomia

- Credibilità

- Utilità Sociale

- Generalità dei risultati

- Rispetto degli esseri umani

- Aiuto ai paesi in via di sviluppo

-  Produttività economica

-  Sicurezza delle applicazioni

Progresso culturale

 

Pertanto in una prospettiva speculativa è necessario considerare una approfondita riflessione etica come parte essenziale della cultura scientifica. Un tentativo per introdurre il metodo del ragionamento sperimentale negli argomenti “morali” è il sottotitolo del trattato sulla natura umana di Hume. E’ possibile servirsi di metodi e argomenti scientifici per risvegliare le menti più aperte a quella che Rosmini chiamava “intelligenza amativa”, cioè al senso profondo del ragionamento morale che possa aprire la via ad un nuovo modello di cultura viva, capace di coinvolgere tutta la persona e non solo il suo lato razionale.

“Io penso assai di rado con parole, diceva Einstein, prima ho un pensiero e solo in seguito posso cercare di esprimerlo con parole”. Naturalmente è molto difficile esprimere a parole quella sensazione, ma decisamente le cose stanno così. Nel suo libro la “Clessidra della vita” R. Levi Montalcini (BC Dalai editore, collana i Saggi, 2008) affermava: “L’impressione di procedere in un determinato senso in me è sempre sotto forma di una specie di sguardo generale, in un certo senso in modo visivo”. “ La percezione intellettiva è fusione di sensazioni, ad opera del sentimento fondamentale e dell’idea dell’essere ”, affermava in modo simile Rosmini.

Per ottenere molto dalle persone giovani bisogna mostrare e chiedere loro cose grandi, egli diceva, “pensare in grande”. A rassegnarsi alla mediocrità ed alla ristrettezza del presente, per loro costituzione si potrebbe dire, i giovani non sono interessati. Vorrei ricordare un esperimento presentato ad un convegno sulla droga, organizzato da B. Silvestrini con la Commissione di Bioetica del CNR nel 2002: i topolini molto giovani rispondevano anche ad uno stimolo negativo, pur di seguire l’istinto della curiosità e passare in un'altra gabbia. Per la formazione dei giovani tutto quello che è stato proposto rappresenta un tentativo ambizioso, vi confluisce un tipo di sapere integrale più attraente da comunicare, una scienza assaporata (sapida scientia) o sapientia, che ci dica “che senso ha la scienza”. La scienza moderna non può accentrarsi solo sul modello descrittivo della realtà, ma anche sulla comprensione del suo significato” (Florenskij, 1916). La parola greca corrispondente a Sapida scientia o Sapientia, coniata dalla cultura di Atene e Gerusalemme è “Sophia”, termine inteso da tutta la cultura cristiana, come luogo d’incontro di realtà spirituali e fisiche.

Nella cultura russa in particolare, la “Sophia” è espressione di una bellezza che corrisponde alle più intime esigenze dell’uomo, incarnata nel mondo e quindi condivisibile con gli altri. Il mondo della vita, nel quale l’uomo e la società agiscono, si contrappone all’immagine scientifica del mondo e il tentativo di conciliare le due rappresentazioni costituisce il punto nodale del conferimento di senso. La cultura si pone come mediatrice e può svolgere questa funzione soltanto facendosi metafisica di fronte alla scienza e scientifica dinanzi alla metafisica. A ben guardare, si tratta delle domande ultime che l’uomo si pone quando giunge individualmente al proprio limite di conoscenza.

Lo scienziato si interroga filosoficamente e il filosofo scientificamente, perché, come scrisse Einstein: “la scienza senza la filosofia è zoppa; la filosofia senza la scienza è cieca”.