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Vorrei | Rivista non profit

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«Se vogliamo il cambiamento, è ora di reclamarlo, pacificamente ma fermamente". I ragazzi di Arcore "hanno incarnato in quel momento per me il coraggio, l'inevitabilità di un "basta" detto davvero, reale e non di facciata»

Rossana è una lettrice di Vorrei. È stata una delle prime a far circolare l'appello per una manifestazione ad Arcore. All'indomani della manifestazione ha pubblicato su Facebook questo "sfogo". Lo riprendiamo perché offre spunti di discussione interessanti, condivisibili o meno. Esiste ancora o no in Italia il diritto di non essere d'accordo, di non essere intruppati e di poterlo manifestare apertamente e rumorosamente?

 

Non so chi di voi ieri (domenica 6 febbraio, NdR) fosse ad Arcore, e non so in quale punto foste, se nella manifestazione che "rispettava (goliardicamente) le regole" o in quella dei "facinorosi".

Sembra che io mi debba classificare in questa seconda categoria.

Buoni e cattivi, cori di "mi dissocio", "infiltrati", "squadristi"... bene, leggere i giornali oggi è stata l'ennesima dose di delusione da inghiottire.

Io ieri ero lì per affermare con decisione che il nano deve dimettersi.

Non certo per "colorare la piazza di viola" o per fare "goliardia". No, mi dispiace ma io sono proprio offesa, oltraggiata, arrabbiata.

Ero con i tantissimi indignati che dopo l'ennesimo "siete caldi?!" giunto dal palco ha deciso di rivolgersi direttamente al destinatario. Gente normale, gente che non ne può più e che il cambiamento va a costruirselo con le sue mani, giorno dopo giorno, anche (ma non solo) manifestando.

I tantissimi indignati che volevano sfilare per affermare questo stato d'animo, pur non avendo il permesso per farlo.

Ma da quando in qua per indignarsi è necessario chiedere un permesso?! Ovvio, non ti fanno passare, poco male, mica insisti, mica spingi.

Resti lì a reclamare il tuo bisogno di dissentire. Sale la tensione. Bene, sia. Non è usare la violenza, è affermare la propria posizione e la propria presenza. Se vogliamo dirla all'"antica", è resistenza.

Poi, in serata, quando ormai la gran parte dei manifestanti era rincasata, un piccolo gruppo di giovanissimi, pacificamente ha firmato con più forza di tutti il dissenso, compiendo un atto “non permesso” ma del tutto innocuo: bloccare un incrocio nella frettolosa brianza.

E lì, ecco le cariche più violente della polizia e i due arresti.

Ho avuto paura, per me e per loro. Ho urlato, ho pianto, ho corso. Soprattutto, li ho francamente stimati.

Io penso questo: se vogliamo il cambiamento, è ora di reclamarlo, pacificamente ma fermamente. Non che bloccare un incrocio ci salverà, ma questi ragazzi hanno incarnato in quel momento per me il coraggio, l'inevitabilità di un "basta" detto davvero, reale e non di facciata.

 

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