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A distanza di due settimane riprende il dibattito sollevato dall'iniziativa bolognese di Rai per una notte: il rapporto tra sinistra e cultura popolare tra televisione e nuovi media.

 

Per una notte: a Bologna, fuori dal Paladozza, nella vivace folla duepuntozero del 25 marzo, c’ero anch’io. Oggi, dopo due settimane e qualche giunta regionale passata di mano, viene voglia di riprendere il filo di quel discorso lasciato in sospeso.

A cominciare dalle considerazioni di Claudio Ferrara, comparse su queste pagine a ridosso dell’evento. Riflessioni legittime, sicuramente sincere. Ma – sospetto – un poco fuorvianti. Perché il punto – se possiamo essere un po’ sbrigativi – qui ha poco a che fare con l’assenza (storica) di una certa consapevolezza civile della società italiana. Intendiamoci: è vero che quel tipo di autocoscienza da noi non esiste. Ma è altrettanto vero che altre forme di dialettica sociale invece esistono, e funzionano altrettanto bene nell’orchestrare le energie pubbliche: il familismo amorale, per dirne una, o l’infinita serie di schieramenti contrapposti che – più o meno da sempre, a ricordare il Levi di Cristo si è fermato a Eboli – permette a una ristretta classe di privilegiati di nascondere dietro feroci contrapposizioni di facciata la propria sostanziale affinità sociale e culturale.

E quindi? Rossi e neri tutti uguali? Eh no. Perché, prima di tutto, a interrompere questa bella catena di gattopardi è arrivata la televisione. E poi la cultura di massa, e il decennio caldo, e il boom economico, e tutto quello che già conosciamo bene. Ma soprattutto la televisione. Perché è attraverso questo medium – così scandalosamente popolare – che l’immaginario della modernità ha attecchito sul sostrato del vecchio familismo e dei vecchi odii di parte, innescando una nuova stagione di pulsioni sociali. Nel bene e nel male, si capisce.

 

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A questo punto dovremmo chiamare in causa Norma Rangeri: nel suo accorato intervento al Paladozza, poi ripreso e articolato in un articolo del giorno dopo sul manifesto, la direttrice spende parole oneste e vibranti per metterci in guardia – semplifico – dal rischio di abbandonare al berlusconismo più becero le masse incolpevoli dei teleproletari. E io – lo dico subito – in una certa misura sono anche d’accordo con lei. Nel senso – e qui torno a rispondere a Ferrara – che l’evento antagonista del 25 marzo, secondo me, ha davvero il valore di una dimostrazione concreta: non tanto che in Italia non ci sia la censura (c’è, eccome), quanto piuttosto che esista uno scollamento sempre maggiore tra chi della televisione, tutto sommato, può fare a meno, e chi invece vi resta confinato. Detto in altre parole: per una certa cultura di sinistra, la Rete rappresenta lo strumento retorico sul quale ancorare una distinzione di comodo: noi, che siamo teleimmuni e perfino censurati dal potere (resistenza!), e loro, (poverini) che non sanno difendersi, si lasciano manipolare e poi vanno in piazza a gridare contro Santoro, i migranti e i comunisti.

Ora. Matteo Bordone, qualche giorno fa, ha detto a questo proposito un paio di cose platealmente vere. Prima di tutto, non si può accampare alcuno snobismo controculturale se poi si esibisce un immaginario musicale capace di riesumare Teresa De Sio. Ma proprio no. E poi, in secondo luogo: per scrivere delle cose di cultura popolare bisogna amarle almeno un po’. Amarle, cioé farne un po’ parte. Perché la televisione è proprio così: spuria, anarchica, volgare, caotica, e non la si combatte – dice il Bordone – aspirando a sostituire le veline con la Rossanda. E qui – visto che a questo punto abbiamo citato un po’ tutti – potremmo rievocare lo Žižek di qualche giorno fa, che confidenzialmente consigliava alla sinistra italiana di negare sé stessa per potersi riscoprire.

Potremmo. Ma a noi – a dirla tutta – le asprezze vetero-marxiste della Rossanda continuano a piacere più delle provocazioni zizekkiane. Per cui no, caro Bordone: qui non si tratta di fastidio per la televisione come medium popolare. Gli anni Ottanta non sono passati invano: Adorno non abita più qui, e nemmeno Pasolini (giuda ballerino). E però, finalmente va detto, gli anni passano anche per i media: quello che è cambiato oggi è precisamente il contesto mediale in cui la televisione si trova a operare. E' su questo piano che va misurata la portata dell'appello lanciato dalla Rangeri. Perché il pericolo, a questo punto, è che di quel calderone anarchico e irriverente che abbiamo imparato ad amare non rimanga – alla lunga – che il fondo più ottuso e ignorante, mentre le intelligenze più critiche prendono gradualmente la via (elitista e compiaciuta) del web. Ma d’altronde, finché c’è Blob c’è speranza.


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