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Il messaggio è passato: la censura ai tempi di Internet è molto più difficile.
Ora serve fare il passo successivo, l'impegno civile.

 

È ancora presto per valutare l’impatto dell’evento di ieri. Non ci sono ancora numeri attendibili su quanti abbiano seguito Raiperunanotte, ed è difficile che ce ne siano data l’eterogeneità dei media che lo ritrasmettevano: tv satellitari, tv locali, radio, siti web. Per Internet, Santoro ha parlato di 120mila contatti unici – il che ne farebbe la trasmissione in video streaming più vista in Italia finora – ma forse erano molti di più, considerando il gran numero di siti collegati: dal Corriere, Repubblica e la Stampa fino alle testate locali. Anche noi di Vorrei, nel nostro piccolo, l’abbiamo ritrasmesso.

Quanti italiani siano stati raggiunti dal messaggio, dunque, non si sa. E di sicuro non quelli che Berlusconi, sprezzantemente, in una famosa intervista al Corriere (10 dicembre 2004) paragonò a studenti di seconda media, "e che neanche siedono al primo banco". Quelli che non leggono i giornali e, in tv, guardano solo la terrestre generalista, magari al mattino perché sono pensionati o casalinghe: non è un caso che in questi giorni il Premier abbia scelto prima Uno Mattina e poi Mattino Cinque (come dire, se non è zuppa è pan bagnato) per le sue incursioni telefoniche, in barba alla par condicio sbandierata per chiudere i programmi di approfondimento.

Ma che un messaggio forte, anzi una serie di messaggi forti sia passata, questo è parso chiaro a tutti. Il primo è che nell’era di Internet fare censura è molto, molto più difficile e tentare di farlo si trasforma quasi sempre in un boomerang. Il secondo è che anche dopo vent’anni di berlusconismo l’Italia è molto meno addomesticata di quanto può sembrare a prima vista. Un terzo, aggiungerei io, è che in questi tempi bui ancora una volta e ancora di più la Costituzione scricchiola, ma non cede: nemmeno Berlusconi, che accentra una quantità di poteri inimmaginabile in qualsiasi altro paese occidentale, può fare quello che gli pare. I magistrati continuano a fare i magistrati, per la maggior parte, e per quanto politicizzate le Authority sono costrette a fare le Authority: dalle intercettazioni di Trani, rievocate in trasmissione, emerge una selva di “non si può” che alla fine fanno sembrare un po’ patetici, oltre che squallidi, i tentativi di far tacere le voci dissenzienti.

 

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Santoro nella trasmissione di ieri sera

E allora cosa manca a questo Paese per dare il colpo di reni del cambiamento? Per uscire da un vicolo cieco che fa male a tutti, anche alla destra? Credo che l’analisi più esatta l’abbia tracciata Mario Monicelli, dall’alto dei suoi 95 anni: il fenomeno Berlusconi è stato possibile in Italia perché rispecchia molti difetti dell’italiano medio. E l’italiano medio è così, cinico, individualista, diffidente dello stato e tendenzialmente illegalitario – perché il nostro Paese non ha mai sperimentato la rivoluzione, e qui Monicelli ha proprio pronunciato la parola proibita, tanto che poi Floris in studio ha sentito il bisogno di correggere il tiro.

Ho ritrovato in quest’analisi di Monicelli un concetto che, immodestamente, ripeto da sempre nelle mie discussioni da bar: all’Italia è mancata la catarsi sulla quale si fonda ogni stato moderno. Gli inglesi, che siamo abituati a considerare compassati e animati da sano senso civico, ai tempi di Shakespeare erano considerati un popolo violento, impulsivo e semibarbaro: per trasformarsi in questo modo, sono passati attraverso la prima vera rivoluzione d’occidente e, primi in Europa, hanno tagliato la testa al loro re, un atto blasfemo in un tempo in cui i monarchi erano considerati investiti da Dio. I francesi, lo sappiamo, hanno avuto la presa della Bastiglia con tutto quel che segue. Gli spagnoli la guerra civile, seguita da quarant’anni di dittatura: un tempo più che adeguato per una approfondita riflessione su se stessi e i propri errori. Perfino la Svizzera, per diventare il paese pacifico e super-civico che conosciamo, è passata attraverso una breve ma sanguinosa guerra civile. E i tedeschi? Hanno avuto il brusco risveglio dall’ipnosi nazista e cinquant’anni di deutsche Schuld, di riflessione e rimorso sulla ‘colpa tedesca’.

In Italia il Risorgimento non ha saputo essere rivoluzione, e nemmeno la Resistenza. Non solo limitata geograficamente e socialmente, ma anche frettolosamente liquidata nella riflessione storica e culturale del dopoguerra: trasformata in mito fondante della Repubblica, è diventata un tabù che bisognava chiamare ‘guerra di liberazione’, come se dopo l’8 settembre tutti gli italiani fossero diventati antifascisti, mentre era stata a tutti gli effetti una guerra civile.

 

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Il Paladozza di Bologna trasformato in studio tv

 

Tutto questo, naturalmente, non significa che l’Italia del 2010 abbia bisogno di un bagno di sangue per diventare definitivamente un Paese civile. È questo il senso della precisazione che Floris si è sentito di fare dopo che Monicelli ha pronunciato la ‘parola proibita’. Ma di un cambio di passo nell’impegno civile, quello sì, prima che sia troppo tardi.

Ascoltavo ieri sera Loris Mazzetti, dirigente di Raitre e già braccio destro di Enzo Biagi, raccontare come si stia gradualmente e sistematicamente smantellando la Rai, il servizio pubblico, il nostro servizio pubblico – ad esempio con l’uscita della Rai dalla piattaforma Sky, per fare un favore a Mediaset in competizione con il crescente successo delle reti di Murdoch. Con un mancato guadagno per la Rai di 60 milioni l’anno (60 milioni di soldi nostri) e con costi ulteriori perché la Rai, per legge, deve essere su tutte le piattaforme e quindi dovrà andare comunque sul satellite, a sue spese e non più appoggiandosi a Sky che la pagava pure per i programmi. Per avere osato protestare pubblicamente contro la distruzione del servizio pubblico (sul Fatto Quotidiano), Mazzetti è stato sospeso dalla dirigenza Rai per 10 giorni.

Ascoltavo il suo racconto e pensavo che se una cosa del genere fosse successa alla Bbc, i dipendenti sarebbero immediatamente scesi in sciopero a oltranza finché il dirigente non fosse stato reintegrato. Chi ha la mia età, è vecchio abbastanza per ricordarsi i mitici scioperi inglesi contro la Thatcher che duravano settimane: in Italia, si sciopera quattro ore, possibilmente il venerdì pomeriggio.

 

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Il vero Harvey Milk (dx) e Sean Penn (sx), Oscar 2009 per la sua interpretazione in 'Milk'

 

Un altro esempio da oltreoceano, stavolta. Ricordate Harvey Milk, il primo politico dichiaratamente gay della storia a essere eletto a una carica istituzionale? A un certo punto, il movimento guidato da Milk decide di protestare contro una famosa marca di birra dalle posizioni machiste e omofobe, lanciando un boicottaggio. Nel giro di poche settimane, non solo si smette di consumare questa marca di birra in tutti i locali gay degli Stati Uniti, ma Milk riesce a coinvolgere nel boicottaggio, in nome dei ‘diritti civili’ (una parola magica, negli Usa) molte organizzazioni non omosessuali, e perfino il sindacato dei camionisti: quando anche questi ultimi smettono di bere quella birra, l’azienda produttrice, pesantemente colpita nei profitti, è costretta a capitolare.

In questi paesi che hanno vissuto qualche forma di ‘rivoluzione’ resiste nella memoria collettiva l’idea che se ci si mette tutti insieme si vince. In Italia, invece, le vicende storiche hanno impresso in questa memoria l’idea che ‘tanto non cambia niente’. La rivoluzione da attuare in Italia è questa. Rendere consapevole la società civile della sua forza contro qualsiasi potere, se si comporta da società e non da branco. Per una breve, felice stagione, anche l’Italia sembrava avviata in questa direzione: l’epoca dei No ai referendum sull’aborto e sul divorzio, l’epoca di Basaglia e delle riforme democratiche della scuola, della sanità, della previdenza. Piene di errori che paghiamo ancora oggi, certo, ma piene anche di buone intenzioni ed effetti sociali positivi.

Perfino il crollo della Prima Repubblica, nel 1993-94, sembrava la vigilia di un cambiamento epocale. Poi sappiamo com’è andata. Ci vorrebbe un Milk italiano. Ma questa è un’altra storia.


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