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AllaFeltrinelli di Monza Curzio Maltese presenta con Giuseppe Civati "La Bolla" e spiega perché la fine dell'era Berlusconi è per l'Italia un rischio maggiore del berlusconismo stesso.

 

Belle, le bolle di sapone. Leggere, impalpabili, dai riflessi colorati. Ti affascinano. Per un po’ galleggiano nell’aria sfidando la forza di gravità. Ma poi inesorabilmente ricadono a terra. E – aggiungiamo noi – quando di rompono lasciano come segno del loro passaggio una macchia di sapone appiccicoso.

 

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È questa la metafora che Curzio Maltese ha scelto per il suo ultimo libro, La bolla. La pericolosa fine del sogno berlusconiano (Feltrinelli, € 13,00) che l’autore ha presentato ieri a laFeltrinelli di Monza. Una “macchia di sapone appiccicoso” perché, come Maltese ha scritto nel libro e ha ribadito durante la presentazione, “si illude chi crede che tutto si risolverà con la fine di Berlusconi.  In questi 15 anni il berlusconismo ha modificato in profondità la società italiana: non è stato fascismo, ma ha svuotato la democrazia, ha prodotto una perdita collettiva di senso e di memoria”.

 

 

Per Maltese Berlusconi il modello di Berlusconi è Peròn: “Un leader eletto democraticamente,  ma con una concezione autoritaria e quasi messianica del mandato elettorale, per cui si sentiva in diritto di accentrare in sé tutti i poteri dello stato e di scavalcare o contrastare le istituzioni di garanzia dello stato di diritto”. Il problema, aggiunge, è il precedente che si crea: “Dopo la morte di Peròn, vennero i generali, che pretendevano lo stesso potere assoluto e messianico senza avere, però, quel consenso popolare che agli occhi di Peròn lo giustificava: e il risultato fu la dittatura”.

È lo stesso concetto che Veronica Lario ha espresso a proposito del marito, in una delle poche dichiarazioni pubbliche seguite all’annuncio del divorzio: “Mio marito non è autoritario. Il problema sarà chi verrà dopo di lui”. Già, chi e cosa verrà dopo? Per Maltese è chiaro che a sinistra non solo non è pronta un’alternativa credibile (e, soprattutto, in grado di combattere con gli strumenti soprattutto mediatici richiesti dai tempi), ma anche che esiste un pezzo di establishment che con l’Italia berlusconiana è venuta a patti, un po’ per interesse, un po’ per necessità, un po’ per mancata comprensione del fenomeno. “La non capacità (non volontà?) della sinistra di regolare il conflitto di interessi e liberalizzare il sistema dei media quando ne ha avuto la possibilità ne è la prova e la metafora”, sottolinea l’autore.

 

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Del resto, spiega Maltese nel libro, se è vero che Berlusconi ha cambiato gli italiani, è anche vero che la sua ascesa non sarebbe stata concepibile senza tanti piccoli “berluschini”, personaggi alla Sordi o dei film di Vanzina, di cui “Il Nostro”, come lo chiama nel libro, non è che l’apoteosi. E in effetti, se il fascismo si illudeva di costruire l’“italiano nuovo”, virile marziale e tutto d’un pezzo, e questo ne faceva un regime a tutti gli effetti, il berlusconismo è un “non-regime”: si accontenta di prendere l’italiano così com’è, assecondandone i difetti e anzi trasformandoli in pregi.

Perché al di sotto di tutta la retorica anti-comunista e liberalista c’è un patto molto semplice: io faccio quello che mi pare, ma voi pure. Soprattutto in tema di tasse. Maltese racconta come nel ricco nordest il giorno dopo la vittoria elettorale della destra commercianti e artigiani smisero istantaneamente di emettere fatture. “È questo che intende realmente Berlusconi quando dice alle folle che la sinistra “farà pagare più tasse”: che le farà pagare a chi non le sta pagando”.

Su questo altare della “libertà” intesa come “libertà di fare ciò che ti pare”, secondo Maltese la destra sta sacrificando ciò che resta dello stato sociale su cui si è costruita la democrazia italiana negli ultimi cinquant’anni. In piena continuità, appunto, con un disegno sudamericano e “piduista”.