Vorrei | Rivista non profit

Dal 2008 rivista non profit di cultura, ambiente e politica. Senza pubblicità.

20091220-betlemme

L'augurio di Natale di Vorrei. Per dare una speranza. Al di là delle belle parole, c 'è ancora  qualcuno che  lavora nell'ombra per ricucire le ferite.

 

Perchè un reportage
di Sergio Civati

Vorrei, proprio alla vigilia del Natale - che ha in Betlemme il simbolo universale della natività e della pace - ha voluto “regalare” ai lettori il diario di un viaggio in Israele e in Palestina di Danilo Villa e Maria Grazia Misani, due sindacalisti monzesi che hanno partecipato ad ottobre ad un viaggio organizzato dalla Tavola della Pace, un’ organizzazione che da anni lavora con la partecipazione di tantissime piccole e grandi associazioni e sindacati che si occupano dei temi della pace, della solidarietà e della cooperazione tra i popoli.

L’iniziativa “Times For Responsibilities” ha raccolto il messaggio di Barack Obama ad assumersi ognuno la propria responsabilità.

Una responsabilità assunta da 400 persone da tutta Italia e che questo anno ha sostituito la tradizionale Marcia Perugia-Assisi, per trasferirsi lì direttamente, in quelle terre martoriate e in conflitto da sempre.

Una responsabilità per vedere come sia necessario fare l’Europa dei cittadini attraverso un percorso (il viaggio) di ascolto, di incontro e di confronto con i soggetti direttamente interessati.

In questo piccolo dossier troverete gli obiettivi dell’iniziativa, le lettere inviate in Italia giorno per giorno dai due corrispondenti e le proposte per dare continuità ad una esperienza forte e significativa, e per darle continuità, senza scuse.

L’originalità e l’interesse del racconto e dell’esperienza sta nel fatto che non percorre le note strade - e opinioni - del “vi dico io da che parte stare”, ma nel  trasmettere percezioni, testimonianze, esperienze positive sconosciute ai più, senza porsi sul solito piedistallo.

Un viaggio che conferma dolore, ma che apre speranze in chi sa leggere tra le righe ed ascoltare.

Ringraziamo Danilo e Maria Grazia, per la preziosa documentazione che ci hanno fornito  e per la collaborazione a questa iniziativa, nell’augurio che la nostra pubblicazione serva a diffondere questa esperienza ma soprattutto a stimolare la continuazione di un impegno di responsabilità diffusa da parte di  tutti noi.

***

Times for responsabilities

Israel Palestine

 

10 – 17 OCT 2009

SPace in Medio Oriente? E’ il tempo delle nostre responsabilità!” “Per giungere alla pace in Medio Oriente, è ora che loro - e noi tutti con loro - ci assumiamo le nostre responsabilità”.
Barack Obama

 

“Quello tra la Palestina e Israele é uno dei processi di pace più delicati e difficili ma insieme più necessari del pianeta. Non ci sarà pace nel mondo finché non regnerà in quelle terre piena pace. E tutti gli sforzi di pace in quelle terre avranno una ripercussione straordinaria sul pianeta intero”.
Card. C.M. Martini

 

Una settimana per la pace in Israele e Palestina Il nostro viaggio in Israele e nei territori palestinesi occupati è una tappa del cammino verso la Marcia per la pace Perugia-Assisi del 16 maggio 2010. Una tappa importante in un luogo difficile dove nessuno crede più alla pace, dove la parola “pace” ha perso il suo significato e il suo sapore, dove “fare pace” è diventato terribilmente urgente e indispensabile.

Perugia, 22 giugno 2009

Una settimana per andare incontro ai due popoli ed esprimere vicinanza e solidarietà a tutte le vittime del conflitto, vedere e conoscere direttamente cosa sta succedendo, ascoltare le voci dei due popoli e promuovere il dialogo con tutti, portare un messaggio di pace, solidarietà, corresponsabilità e nonviolenza, proseguire e potenziare i progetti di cooperazione, assistenza umanitaria, solidarietà, dialogo e “diplomazia delle città” rispondere all’invito del Presidente degli Stati Uniti d’America, Barack Obama, a raddoppiare gli sforzi per la pace in Medio Oriente, discutere e promuovere un ruolo costruttivo dell’Europa per chiudere il conflitto e saldare il suo debito storico con i popoli del Medio Oriente.

EUROMED

Andiamo a Gerusalemme come amici dei palestinesi e degli israeliani. Andiamo come amici sinceri e preoccupati per una situazione che si va facendo sempre più insostenibile. Siamo desiderosi di vedere, di ascoltare e di capire oltre i luoghi comuni, i preconcetti e le incomprensioni.

Vogliamo riannodare i fili della conoscenza e del dialogo. Vogliamo riscoprire il significato e il valore del dialogo tra i popoli come strumento di pace. Vogliamo capire cosa sta realmente accadendo ai nostri amici, conoscere le asprezze della loro vita quotidiana, esprimere solidarietà e vicinanza.

Vogliamo portare un messaggio di pace, di nonviolenza e di corresponsabilità. Vogliamo rompere il muro dell’indifferenza e del silenzio che continua a circondare e alimentare questa tragedia. Vogliamo discutere cosa deve fare l’Europa e la comunità internazionale. E Vogliamo capire cosa possiamo fare noi, cosa possono fare le associazioni, gli enti locali, le nostre comunità…

Andiamo a Gerusalemme per fare, noi cittadini europei, quello che deve fare oggi l’Europa come soggetto politico: assumersi le proprie responsabilità.

 

 


Il diario di viaggio.

 

Lettera da Betlemme
Martedì 13 ottobre2009

Carissimi, è il terzo giorno della settimana per la pace ma abbiamo la sensazione di essere qui da molto di più.

Questo perché il programma degli incontri ed i lunghi spostamenti di  domenica e lunedì  sono stati intensi. Alzata all'alba e ritorno in albergo la sera tardi. Comunque siamo soddisfatti…...

Siamo colpiti perché nelle risposte consigliate non compare mai la parola pace, alla voce “scopo e obiettivo della nostra presenza”. Un'omissione evidentemente consigliata per evitare fastidi. Ma fa impressione sentirsi in qualche modo fin da subito non del tutto liberi di dire e fare cose buone. L'impressione si sostanzia poi nei giorni successivi passando da un posto di blocco (check point) all'altro per muoversi in questa terra dove una strada divide un villaggio palestinese da un insediamento israeliano.

IL MURO DI GAZA

Che dire poi del muro? Ricordare Berlino non basta. E' esteso, imponente, ti segue quasi ovunque.

Per questo bisogna partire presto la mattina. Ci vuole tempo per passare ai posti di blocco e non sai mai quanto.

Sabato sera appena giunti a Betlemme e prima di passare dall'albergo, ci siamo riuniti tutti (400 delegati) nella sala Vienna del Municipio. Accolti dalle autorità locali: Sindaco, Governatore, rappresentante dell'Ambasciata italiana e dell'ufficio umanitario dell'ONU.

Parole gentili verso di noi e forti nel denunciare la sofferenza della città e della popolazione palestinese per il muro e per l'occupazione.

Il sindaco ha ricordato che Betlemme si e' gemellata per la prima volta nel 1962 con Firenze quando allora era sindaco Giorgio La Pira. Oggi e' gemellata con 20 città.

Abbiamo ascoltato le posizioni politiche che negli incontri con le organizzazioni dei giorni successivi sono state ripetute: “Il popolo palestinese e' l’unico popolo del terzo millennio a pagare l'occupazione sebbene abbia accettato di fare la pace ( mi sono ricordato del Tibet ormai dimenticato). Pace però impossibile in queste condizioni, per l'espansione delle colonie , per la situazione terribile di Gaza, l'occupazione delle terre, gli espropri, ecc.”

NABLUS CITTA’ DELLA RESISTENZA PALESTINESE

Domenica visita alle organizzazioni di Nablus, città della resistenza palestinese

La mattina abbiamo incontrato il Segretario Generale del sindacato palestinese il “Palestine General Federation of Trade Unons” ( PGFTU).

La sua comunicazione ha riguardato le condizioni nelle quali si trovano i palestinesi che tutti conosciamo ma che qui hanno un sapore diverso, perché ci si accorge della complessa contiguità e difficile convivenza tra villaggi, città, quartieri dove vivono palestinesi e israeliani.

Non sono mancati i dati drammatici sulla disoccupazione palestinese che in Cisgiordania e' del 30/40% ed a Gaza dell'80%.

A peggiorare questi dati sono poi le condizioni di lavoro e fenomeni molto gravi di caporalato per chi addirittura lavora nelle colonie. Insomma si capisce bene come l'economia palestinese dipende da quella israeliana e dalla sua occupazione.

Per il sindacato la soluzione e' due popoli in due stati. Posizione ufficiale del governo palestinese…

IL PRIMO MINISTRO PALESTINESE

Alla sera tutti i gruppi ( mi sono dimenticato di dirvi che siamo divisi in 8 gruppi con itinerari  e programmi diversi) hanno confluito a Ramallah, per incontrare il Primo Ministro palestinese.

Parole chiare sulla necessità di ottenere l'autonomia del proprio stato configurato ai confini del 1967 e impegni precisi del governo che da 2 anni cerca di darsi una forma statale, attraverso investimenti in infrastrutture , servizi, welfare, ecc. Ovviamente nulla e' facile ma la via e' necessaria per rafforzare il negoziato presentandosi al tavolo come uno stato funzionante e pronto ad intraprendere la propria autonomia. Molte parole sulla complessità di Gaza e richiami all'Europa perché si faccia promotrice del rispetto del diritto internazionale e sostenga la trattativa con più determinazione.

UN AZIENDA CON LAVORATORI ISRAELIANI E PALESTINESI

Lunedì, il mio gruppo, nel quale ci sono molti sindacalisti, e' andato a Cana per incontrare  una realtà di lavoro molto interessante . L'azienda e' la Sindyanna Of Galilee, con dipendenti donne israeliane e palestinesi. Confezionano saponi che vengono da Nablus, commerciano olio che producono i contadini palestinesi, insegnano l'arte della cesteria alle donne palestinesi  per sviluppare una economia domestica di sostegno. Sono inseriti in progetti di commercio equo solidale.

POMERIGGIO A TEL AVIV

Nel pomeriggio a Tel Aviv incontriamo diverse organizzazioni che si occupano di lavoratori marginali e immigrati .

Una nota sola per mantenere la brevità del resoconto.

In Israele vige una legislazione sull'immigrazione definita “ la legge della porta girevole” Consiste in una certa facilità all'ingresso perché il paese ha bisogno di mano d'opera a basso costo (asiatica e dall'Europa dell'est). Per entrare versano una tassa di 5.000 dollari, definita tassa di mediazione ( non ho capito bene se la versano addirittura al datore di lavoro, mi informerò), poi vengono licenziati dopo pochi mesi, espulsi e rientrano per la stessa porta.

Ogni paese sugli immigrati compie le sue malefatte.

Infine per chiudere una nota di rilievo. Israele non ha una costituzione ma il diritto alla proprietà e' superiore al diritto di sciopero e ciò complica molto l'organizzazione sindacale dei lavoratori.

Vi racconterò nei prossimi giorni, ora vado a fare colazione.

Saluti
Danilo Villa

 

Mercoledi 14 ottobre2009
IL RUOLO DELL’EUROPA PER IL MEDIO ORIENTE

Carissimi, ieri mattina si e' tenuta la conferenza internazionale dal titolo: “Il ruolo dell'Europa per il Medio Oriente” presso il centro culturale Notre Dame Center di Gerusalemme.

Subito una nota sul centro culturale; edificio imponente costruito con roccia bianca di cui e' fatta tutta la città. Edificato per ospitare i pellegrini ( i costi non devono però essere troppo modici) e per varie attività.

……

I relatori sono stati tanti: funzionari del governo europeo che si occupano dei problemi israelo-palestinesi, religiosi, rappresentanti di organizzazioni sociali pacifiste e naturalmente gli italiani Luisa Morgantini, Sergio Bassoli, Flavio Lotti.

Moderatori del dibattito due giornalisti: Eric Salerno del “Il Messaggero” e Paola Caridi di “Lettera 22”.

Si sono pronunciate parole forti fin dall'introduzione di Lotti, che nel ricordare le ragioni della nostra presenza a Gerusalemme motivata per sano realismo e non per buonismo pacifista, cita la scarsa convenienza economica di gettare 2 miliardi di dollari all'anno in Medio Oriente senza risolvere nulla.

Questione ripresa dagli interventi successivi, a partire dalla notevole cifra di 13 trilioni di dollari che il mondo ha versato dal 1991, inizio del processo di pace.  Si e' cercato di rispondere se è giusto spendere così i nostri soldi oppure è arrivato il momento di smettere di farlo, o di spenderli diversamente, solo per azioni che vanno nella direzione della costruzione del processo di pace e non per la sicurezza (armi).

Su questo aspetto ci sono state posizioni diverse, i funzionari europei hanno ricordato che quanto spende l'Europa (500 mila euro) supporta l'autorità palestinese nel piano di costruzione dello stato che deve essere realizzato in due anni oltre che pagare gli stipendi ai al personale di sicurezza ecc. Insomma hanno ricordato quanto ci aveva già detto il Primo Ministro palestinese.

Altra questione l'hanno sollevata   Michael Sabbah, Patriarca emerito di Gerusalemme, e Flaviho ( ONG spagnola) che nei loro interventi hanno parlato di boicottaggi, sanzioni, risarcimenti. Boicottaggio non tanto dei prodotti ma degli accordi internazionali non rispettati da Israele e quindi fine degli aiuti. Sanzioni per l'occupazione in atto. Risarcimenti per i danni della guerra causati alle infrastrutture costruite con i soldi europei.

Ed infine ha fatto molto discutere la posizione espressa da uno scrittore palestinese sullo stato bi-nazionale dove possano vivere ebrei e palestinesi insieme.

A questa posizione molti hanno ricordato la necessità di mantenere la soluzione finale del conflitto entro la formula “ due stati per due popoli”.

Per chiudere vi porto a conoscenza del groviglio di domande che circolano tra alcuni di noi.

La nostra presenza servirà a qualcosa? E' vero come qualcuno ha detto che alimentiamo il turismo pacifista in queste terre dove di visite, conferenze, ecc. sono strapieni ( e forse strastufi?)? Non e' che ci parliamo tra minoranze pacifiste ininfluenti sui rispettivi governi?

A volte avverti il senso di impotenza e di frustrazione davanti all'enorme complessità dei problemi e nascono domande serie, non inutili, come queste.

Oggi il programma prevede visita al museo Yad Vaschem e poi incontro -manifestazione per la pace con i famigliari delle vittime palestinesi e israeliane, ovviamente a Gerusalemme.

Saluti
Danilo Villa


Giovedì 15 ottobre 2009
IL CAMPO PROFUGHI DI SHUFAT

Siamo andati a visitare il campo profughi di SHUFAT dove opera l'Agenzia per i Rifugiati dell'ONU.

Accolti dl Filippo Grandi, Vicecommissario Generale dell'Agenzia. Un grande di nome e di fatto: non abbiamo ascoltato un funzionario, un burocrate ma qualcuno che crede e si impegna in quello che fa  e ne sente la responsabilità.

Shufat e' uno dei 58 campi in Medi Oriente. Ci vivono profughi prodotti da tutte le guerre, ed in particolare dalla guerra dei sei giorni. Istituiti dalla Giordania oggi sono amministrati dall'Agenzia delle Nazioni Unite, perché di loro nessun governo si occupa, nemmeno l'Autorità Nazionale Palestinese.

Ci vivono le persone che non sono riuscite in questi anni a comprarsi una casa fuori dal campo, insomma i poveri dei poveri (rifugiati).

Il campo è la storia del popolo palestinese, delle sue sofferenze, dimenticanze, problematiche complesse alle quali occorre dare una soluzione. Ci sono moltissime famiglie ( ormai generazioni diverse da quelle espulse) che ancora hanno le chiavi delle loro case e attendono di rientrare.

L'Agenzia per i Rifugiati e' criticata da ambo le parti: dalle nazioni occidentali con l'accusa di servire a poco, da Israele per essere di impedimento al naturale sviluppo del campo. Schiacciata tra queste assurde accuse comunque opera ed assiste nella scuola nella sanità ed in molti altri servizi di primissima necessità.

La visita colpisce per il degrado e per i rifiuti in strada. Non avendo soldi non possono gestire i rifiuti e quindi li bruciano o li sotterrano quando ottengono permessi per costruire dal comune di Gerusalemme, che illegalmente si e' annesso il campo.

Abbiamo visto l'uso di filo spinato proibito dalla convenzione di Ginevra usato dagli israeliani per separare il campo e per costruire il nuovo posto di blocco ( i famosi check point).

Vi sono 11 posti di blocco attorno alla città di cui solo 4 per palestinesi e rifugiati che possiedono la carta verde e vogliono entrare (quello con la carta blu entrano dove vogliono).

Ma non e' sufficiente la carta verde per recarsi in città. Ci vuole il permesso di lavoro e se con te viene un figlio, serve un altro documento anche per lui.

Se poi sei ammalato grave e devi recarti in ospedale a Gerusalemme allora inizia l'ostacolo della burocrazia, inviando fax di richiesta, che poi a loro volta vengono trasmessi ad altri uffici e alla fine ottenuto il permesso l'ammalato deve recarsi da solo, senza accompagnatore in ospedale. Un percorso ad ostacoli che ha già causato due morti al check point.

Ma non finisce qui naturalmente, altri impedimenti ci sono in occasione delle feste religiose (Ramadan) o per andare a scuola ecc.

Alla fine cosa abbiamo visto: un quartiere degradato con qualche problema in più? La sensazione e' quella di aver visitato un ghetto, che si e' organizzato al suo interno per sopravvivere ( ci sono attività lavorative minime ovviamente) ed è amministrato dall'esterno.

Dopo la visita al campo siamo stati al Museo della Memoria e alla sera (senza sosta) abbiamo ascoltato i familiari israeliani e palestinesi delle vittime del conflitto.

Si sono organizzati in un’associazione: sono 500 famiglie che provano  a percorrere il duro viaggio verso il perdono, a capire con empatia l'altro punto di vista, a promuovere azioni di riconciliazione e di pace, ad impedire alla rabbia di trasformarsi in violenza.

Tra loro non e' tutto un abbracciarsi e baciarsi. Sono però tutti impegnati ad affrontare i problemi di rapporto tra i due popoli con il pragmatismo di cui Mandela si e' servito per superare la difficile situazione in Sudafrica.

Molte domande della lettera di ieri trovano qui la risposta.

Un caro saluto
Danilo Villa


Giovedì 15 ottobre 2009
IL MUSEO DELLA MEMORIA

Raggiungo la delegazione della Tavola davanti al Museo YAD VASHEM.

Una piccola cerimonia per dare un senso alla visita che faremo, speriamo non da semplici turisti.

Un giovane dell associazione Terra di fuoco, quella che accompagna ogni anno centinaia di giovani ad Auschwitz (ci siamo andati anche noi come CGIL CISL UIL della Brianza) racconta il senso del loro andare ogni anno in uno dei luoghi simbolo dell'Olocausto.

Prende la parola la direttrice del museo e un rappresentante del ministero degli Esteri israeliano.

Mi rimangono impresse alcune suggestioni che, in ordine sparso, voglio mettere in comune con voi.

- Innanzitutto, la scelta del museo di scomporre la grande storiain tante storie. Le storie degli individui, delle famiglie, delle loro case, delle loro vite quotidiane. Il museo è pieno di fotografie di donne, di bambini, uomini e anziani. Di case, feste, di voci e di musiche, di oggetti di lavoro e di studio. La vita normale di persone normali distrutta dalla follia nazista  e dall'indifferenza del resto del mondo.

- La scelta di raccontare la storia dei carnefiuci e delle vittime, ma anche la zona grigia. La zona dell'indifferenza nella quale vive chi decide di non guardarsi attorno e di non prendere posizione, di non indignarsi. Per questo non mi riguarda.

- Dal museo si esce con la voglia di gridare mai più. E' importante però che questo mai più diventi un mai più per nessuna persona, in nessuna parte del mondo. E un mai più che impegni, oggi, ognuno di noi.

- Le parole con le quali l'israeliano conclude il suo intervento. "Ogni uomo è a immagine di Dio, chiunque ha diritto di esistere". Queste parole riecheggiano nella nostra mente soprattutto in chi ha ancora negli occhi le immagini di un campo profughi. Ho imparato, in questo viaggio a Gerusalemme prima a Betlemme poi, a pormi le domande senza avere la fretta dirisposte facili. Ma la contraddizione è forte.

- Un'ultima immagine è quella all'interno del mueso. C'è una sala con un grande pozzo nero: è l'immagine del baratro nel quale il popolo ebraico si è trovato a vivere dopo lo sterminio. Con questo baratro sulle spalle è  ripartito a vivere, ma questo abisso è ancora presente nella storia collettiva come in tante storie personali. Questo abisso è parte della storia, e dei problemi e dellle contraddizionim di oggi.

Di ieri sera, dell' incontro con le associazioni dei genitori delle vittime, e dell'inaugurazione della nuova sede del sindacato PGFTU, sede regionale di Gerico, vi scriverò domani.

Un abbraccio
Maria Grazia  Misani

 

Giovedi' 15 ottobre 2009
I PARENT’S CIRCLE. QUANDO IL DOLORE UNISCE

“Ci vuole un minuto per uccidere una persona.

Ci vuole molto tempo e molto coraggio per superare l'odio

e provare a vivere insieme”.

Conoscevo l'Associazione dei familiari delle vittime attraverso due donne, Anat israeliana e Shereen palestinesi che abbiamo ospitato a Bellusco durante l'ultima edizione della Marcia Perugia-Assisi.

Ho rivisto Anat ed e' stato come incontrare una vecchia amica. Ho chiesto di Shereen. Sta vivendo un periodo molto duro, i suoi tre fratelli sono in carcere accusati di terrorismo. Lei che  fa l'avvocato al servizio dei palestinesi che non si possono permettere difese troppo onerose, non e' capace di far uscire i suoi fratelli in carcere senza precise accuse.

E' entrata nell'associazione dopo che uno dei suoi fratelli e' stato ucciso da un militare israeliano ad un posto di blocco.

Sono storie di persone vere, normali che raccontano, più di tante teorie, il bisogno di uscire dalla spirale dell'odio che imprigiona le vittime tanto quanto i carnefici.

Questa e' la strada che loro hanno trovato.

Riconoscersi nella propria umanità  più profonda proprio nel luogo dove è messa a più dura prova: il dolore per la perdita di una persona cara strappata alla vita con violenza.

Allora il riconoscimento del dolore dell'altro, uguale al mio, diventa il punto di partenza per tentare di costruire un'altra via alla guerra e all'odio.

("Il colore delle lacrime e' uguale per tutti” dice la donna israeliana. E ancora: “Nessuna terra, anche se sacra, vale più del sorriso di un figlio che non vedrete mai più'”.)

Darsi un'altra possibilità diversa dall'odio non ha niente a che fare con il perdono o con i buoni sentimenti. E' provare a costruire un'altra vita, dare un'altra possibilità ai propri figli.

"Sono nato in un campo profughi – ci racconta il ragazzo palestinese – mia mamma e' stata in prigione per 5 anni. Vivere lì ti porta ad odiare tutti, porta ad odiare anche te stesso e allora non hai più niente da perdere perché ti sei già perso. Puoi decidere, a 18 anni, di farti saltare in aria”.

Decidere di intraprendere altre strade significa rivendicare il diritto alla propria umanità e alla propria libertà, il diritto ad una vita diversa per i propri figli.

"Sono un essere umano, non sarò mai la vittima del mio assassino. Io sono un uomo libero” dice.

La donna israeliana ci racconta che l'associazione ha organizzato una visita al Yad Vashem, il Museo della Memoria dell'Olocausto, portando un gruppo di palestinesi.

"E' importante che i palestinesi capiscano cosa significa per un israeliano l'Olocausto. Perché  la paura degli israeliani diventa occasione di paura per i palestinesi”.

Alla fine dell'incontro il ragazzo palestinese e la donna israeliana si abbracciano.

Qualcuno di noi dice che, durante la serata, e' stata rappresentata una realtà un po' romanzata, edulcorata. Che la realtà, quella vera, e' diversa. E' fatta di violenze e di soprusi quotidiani e di tanti morti.

Ma è meno “reale” un abbraccio di riconciliazione di un colpo di fucile che uccide?

Sicuramente quella dei Parent's Circle è una piccolissima realtà dal punto di vista numerico, ma e' enorme per la possibilità' che offre di rompere schemi e spirali che distruggono entrambi i popoli.

Lo è perché non è “teoria pacifista”. E', anche questa, la vita vera delle persone.

Forse noi, io, non crediamo abbastanza alla potenza di queste esperienze perché, dice il ragazzo palestinese “ci vuole un minuto per uccidere una persona. Ci vuole molto tempo e molto coraggio per superare l'odio e provare a vivere insieme”.

Con tante emozioni  e sempre meno certezze, un caro saluto.
Maria Grazia Misani

 

Venerdì 16 ottobre 2009

Ogni giorno ci riserva le sue sorprese e quelle di ieri non sono state di meno delle precedenti.

Ci siamo divisi in due gruppi. La prima sorpresa è il nostro accompagnatore, Rotem (scrivo i nomi per come  li capisco), un giovane di 28 anni, appartenente ad un gruppo che ha dato vita al centro di formazione alternativo,  molto attivo durante l'ultimo conflitto a Gaza  nel diffondere informazioni nel mondo su quanto stava succedendo e che promuove attività di sensibilizzazione e formazione ai giovani che si apprestano al servizio di leva (di 3 anni), oltre a tante altre iniziative. Rotem durante il suo servizio di leva decide di smetterla, e per  questo si fa un anno e mezzo in carcere. Ancora una volta incontriamo una realtà del dissenso e ci rendiamo conto che esiste una rete di persone e organizzazioni sociali diffusa, una rete di persone impegnate nel dialogo e nella pace israelo – palestinese, e che  dal mondo occidentale è poco conosciuta.

La giornata inizia nella piazza del municipio di Gerusalemme e Rotem ci spiega che attorno a noi c'è un centro di polizia famoso perché è il luogo degli interrogatori, a volte condotti con metodi e pratiche illegali, ed un centro per la pace, a dimostrazione che qui le diverse realtà sono sempre compresenti.

Poi ci accompagna nei luoghi della città mostrandoci segni e la realtà dell'occupazione, cioè dove i confini israeliani si sono spostati ad ogni conflitto con i palestinesi e dove ancora si praticano le tecniche di insediamento con lo  sfratto delle famiglie palestinesi e l'insediamento di quella israeliana.

LA FAMIGLIA RAWI

E così conosciamo la famiglia Rawi accampata davanti alla loro casa da cui sono stati sfrattati 3 mesi fa.  Ci accoglie Mariam  che ci spiega come e' avvenuto.

Il tono del suo triste e doloroso racconto tradisce la rabbia. Sono stati sfrattati alle 5 di mattina dalla polizia. In casa c'erano 38 persone, di cui 13 bambini , uno nato il giorno prima. I poliziotti con il passamontagna hanno buttato fuori prima i bambini e le donne e poi picchiato i ragazzi e gli uomini. La famiglia non ha potuto portarsi via le proprie cose che sono state gettate in un campo molto distante. Così buttati fuori e buttati via a loro non resta che la protesta, ogni giorno, con tenacia, davanti alla loro casa, ricevendo insulti, visite dalla polizia, e molte altre molestie. Il loro futuro è incerto. La sera rientrano in un albergo pagato dall'autorità palestinese ma non ancora per molto. Poi? La pratica degli sfratti continua e continuerà a produrre un popolo di diseredati.

L’INCONTRO CON IL COLONO ISRAELIANO

Terza sorpresa visita ad un grande insediamento, la città di Ma' Ale Adummim, accompagnati da un colono che ha accettato di incontrarci e spiegarci il loro punto di vista. Città nei pressi di Gerusalemme, molto bella, verde, con tutti i servizi e una sua municipalità.

Innanzitutto ci spiega che siamo su territori “disputati” (per loro non sono terre occupate) e la città fondata nel 1975 dal governo (le case degli insediamenti sono tutte costruite dal governo) conta di 40.000 abitanti.

Le famiglie presenti sono state incentivate dal Governo da condizioni favorevoli nel prezzo delle case,   minore tassazione e presenza di servizi.

Per arrivarci si percorre una grande strada proibita ai palestinesi ai quali per circolare e muoversi dai villaggi attorno a Gerusalemme verso la Cisgiordania , Israele sta costruendo un grande tunnel. Sono le strade dell'apartheid.

Non risponde a tutte le nostre domande ma dice quanto basta per capire che la loro posizione e' quella dei loro governi. Ritengono questi territori “disputati” ( o liberati) appellandosi a questioni legali ancora aperte, dimenticandosi ovviamente di tutte le risoluzioni ONU che dichiarano queste terre territori occupati. Pronuncia la parola “terrorismo” per giustificare i propri sistemi di sicurezza ( esercito, polizia, ecc) ed è la prima volta in questi giorni che viene pronunciata.

Ora tutte le questioni sono state tirate fuori da una parte e dall'altra e alla fine, pur dichiarandoci di  opinione contraria alle sue, lo ringraziamo (e lui fa altrettanto) di averci incontrati.

Cosa possiamo dire, è stato un dialogo tra sordi o l'inizio di qualcosa? Speriamo ci si possa almeno parlare con chiarezza e rispetto come è avvenuto con lui.

Concludiamo il nostro viaggio pranzando nella tenda di una famiglia beduina della tribù di   Jamlin presente su questi territori dalla guerra del 1948. Allevatori in difficoltà per lo scarso pascolo, vivono anche di altri mestieri: muratori, agricoltori, o lavori presso le colonie.

Abitano in catapecchie costruite ma ci accolgono con un calore ed una felicità sbalorditiva solo per essere andati a visitarli ed aver pranzato insieme. Ci salutiamo con una foto di gruppo.

La sera nella piazza del municipio di Betlemme, ci ritroviamo tutti per una cerimonia di saluto con la città. Poi un bellissimo concerto al pianoforte del maestro Luciano Basso  (che ci ha accompagnato in questi giorni) chiude questa intensa giornata di sorprese.

Domani si rientra in Italia. A noi resta la convinzione di essere stati sì nella Terra Santa ma di aver visitato una terra soprattutto sacramentata.

Un caro saluto a tutti/e
Danilo Villa

 

Dopo il viaggio.


A BOLOGNA TUTTI INSIEME PER DARE CONTINUITA’ ALLA RESPONSABILITA’

Sabato 21 novembre la Tavola della Pace sI è riunita a Bologna per decidere come proseguire dopo il viaggio in Israele e Palestina.

Sono emerse queste proposte, definite “le 5 mosse”. Consistono in:

1) consolidare la rete dei gruppi e dei singoli che hanno partecipato all'iniziativa;

2) per quanto riguarda il conflitto israelo - palestinese: consolidare le attenzioni  e il sostegno alla pace nelle singole associazioni di appartenenza;

3) fare pressione sulle forze politiche;

4) coinvolgere - allargare la rete nelle nostre città;

5) non abbandonare coloro che abbiamo incontrato in Palestina ed in Israele (tenendo i contatti via e-mail; per telefono, ecc.).

Resta confermato l'impegno per un documento - rapporto politico sul viaggio - da presentare in Parlamento e la marcia Perugia-Assisi del 16 maggio 2010.

Nelle conclusioni Flavio Lotti (coordinatore nazionale) ha specificato alcuni obiettivi dei prossimi mesi:

- invito a tutte le organizzazioni della Tavola per cogliere il periodo natalizio e parlare della situazione incontrata (partendo da Betlemme per esempio) e della necessità di aprire Gaza dopo un anno dall'intervento militare pesantissimo;

- richiesta a tutte le organizzazioni di costruirsi come rete (nodino) per organizzare antenne in ogni città (100 città per 100 antenne) per far conoscere la realtà del conflitto israelo - palestinese;

- portare giovani israeliani e palestinesi davanti al parlamento europeo ( 1000 giovani)  per chiedere un impegno di pace più convincente da parte dell’Europa;

- ritornare a Gerusalemme....

Da Bologna con la responsabilità di voler continuare

Danilo Villa
Maria Grazia Misani

 

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