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"L'integrazione e la solidarietà son più facili, se ci si ferma a riflettere e ad ascoltare"

Riceviamo e pubblichiamo

Ieri sera  nell'aula magna dell'ISA/LAS per la Festa "A Natale regalati una città solidale" c'erano parecchie persone, nonostante la nevicata in corso.
Abbiamo ascoltato il racconto  di diversi modi di vivere questo Natale in tempo di crisi, tensioni sociali e intolleranza interetnica e interculturale.
Ha cominciato Angelo Verdelli, appena di ritorno da un incontro a Roma e delegato dei dipendenti Yamaha di Lesmo, quelli della bella moto del signor Valentino Rossi, The doctor per i circuiti e i tifosi.
In questi giorni, e anche col freddo di ieri, quattro operai stanno sul tetto, accampati, per richiamare l'attenzione di governo, istituzioni locali e stampa.
La multinazionale Yamaha, infatti, dopo aver speso cifre ingenti per costruire la propria immagine sportiva e vincente, ha deciso di delocalizzare lo stabilimento di Gerno, il che vuol dire chiuderlo e spostarlo altrove.
Resteranno a casa quasi un centinaio di dipendenti.
Stampa e tv stanno seguendo la vicenda, anche se ormai pure gli operai sul tetto, anche se con questo freddo e in tempi di Natale, rischiano di non far notizia.
Quel che però si tace, è che non è in questione la chiusura sì o no: Yamaha chiude senz'altro, il problema è che non vuol neppure richiedere la cassa integrazione per i dipendenti; il che vuol dire, all'atto pratico, metterli in strada da un giorno all'altro.
La cassa integrazione (pagata in parte dai dipendenti stessi, oltre che dall'azienda) consentirebbe ai più anziani di avvicinarsi alla pensione, agli altri - soprattutto ai più giovani - di esser retribuiti parzialmente per qualche anno, in modo tale da agevolare la ricerca di un altro lavoro, magari anche grazie a corsi di aggiornamento e formazione professionale.
No, Yamaha non ci sta, se ne fotte altamente, li sbatte in strada promettendo un piccolo contentino economico.
Ricordiamocelo quando compriamo una moto o vediamo Valentino girare, far le sue esibizioni un po’ spaccone e le sue impennate...
Dietro c'è la realtà di persone, di famiglie, di bambini cui a Natale la Yamaha - nonostante le vittorie sportive - non ha fatto contratti miliardari, ma questo bel pacco dono.
Poi è intervenuto Luigi Camesasca,  rappresentante delle Acli di Monza, che ha ricordato a tutti come quest'anno siano aumentate le richieste di aiuto rivolto al fondo stanziato dalle organizzazioni caritatevoli della diocesi. Le risorse sono insufficienti, le persone in difficoltà aumentano, anche la solidarietà non basta più a rispondere ai bisogni crescenti.
L'esponente dell'Ufficio migranti della CGIL, Luca Mandreoli,  un giovane che vede le difficoltà degi immigrati quotidianamente assistendoli nei loro percorsi e tentativi di integrazione, ci ha ricordato quel che fingiamo di non vedere quando parliamo di clandestini, respingimenti ecc.: i primi ad esser licenziati sono sempre gli immigrati, ma la differenza tra loro e i cittadini italiani è che un immigrato, appena perso il lavoro, si trova automaticamente in condizioni di clandestinità, salvo quei pochi che hanno un permesso di soggiorno di lunga durata.
Queste sono le leggi e le norme vigenti, che prima li costringono a interminabili iter burocratici per accedere al lavoro e poi, quando lo perdono, li ricacciano in quella stessa illegalità che dicono di voler contrastare e che gli rimproverano.
Cosa significhi concretamente  l’ha raccontato Mozumder Mosaraf Hossain , esponente di una  comunità di bengalesi in Brianza (circa 700 cittadini). Dopo anni di lavoro regolare, nel corso dei quali ha pagato tasse, previdenza ecc, ha perso il posto di lavoro a dicembre, non sa se e quando potrà trovarne un altro.
La sua famiglia e i suoi bambini passeranno così il Natale. E come loro, altri, perché spesso appartenenti a cooperative che son le prime ad esser ridimensionate o tagliate.
Dunque, mentre in TV vanno in onda le diatribe sui White Christmas, moschee e altro, i cittadini extracomunitari subiscono  l'ingiustizia di leggi  che li discriminano  anche quando non fan nulla d’illegale.
Per chi si chiede ipocritamente "che ci fanno in Italia?", rispondo che sono rimasto particolarmente colpito da una  domanda che Hossain ci ha rivolto :"Se  non posso pensare a un futuro diverso dal mio per i miei figli, per cosa lavoro?".
E' la stessa che si son posti ieri e si pongono oggi i  genitori responsabili, quando auspicano per i figli un futuro migliore del proprio.
E' intervenuto poi Roberto Gallon,  rappresentante della Tavola per la Pace di Monza e Brianza, reduce da un viaggio in Medioriente, nei territori palestinesi.
Ha anche mostrato un breve filmato sul quotidiano "percorso di guerra" che i cittadini di quelle zone devono fare ogni giorno per andare al lavoro o a studiare in Israele: reticolati, muri, check point infiniti.
Una situazione nella quale sembra ormai impossibile persino ricavare i due  stati, uno palestinese e uno ebraico, di cui continuamente parlano a ruota libera i mezzi televisivi e i potenti della terra.
Non esiste quasi più lo spazio fisico per farlo, e l'unica possibilità sembra essere quella, molto utopica, di una riconciliazione tra i due popoli, tutta da costruire.
Abbiamo voluto chiudere il giro degli interventi con un caro amico della nostra scuola e "rappresentante di se stesso di origine ebraica",  come ama definirsi: Alberto Colombo.
Gli abbiamo chiesto come fosse il Natale italiano per lui e i suoi affini culturali e correligionari durante il fascismo, periodo nel quale la discriminazione interetnica e interculturale si è trasformata in leggi dello stato che sancivano addirittura  l'emarginazione degli ebrei dalla collettività,dal lavoro, dallo studio.
A tanti anni di distanza, quel che più ricorda è come allora sia stato repentino il passaggio dalla condizione di cittadino a quella di discriminato, con le conseguenze drammatiche che tutti conosciamo: deportazioni, carcere, campi di sterminio.
Significativamente, ha voluto dirci che vedere oggi meccanismi di discriminazione che potrebbero, rapidamente come avvenne allora, avere esiti più drammatici di quelli che oggi constatiamo, gli da un senso di preoccupazione e di nausea.
Sperava che, da certe pratiche e da certi pregiudizi,  si fosse usciti per sempre.
Anche se invece, come ha voluto ricordare il nostro Dirigente scolastico, proprio la sera prima, nel corso di una trasmissione televisiva, il giovane e aitante assessore comunale di una cittadina del bresciano ha potuto insultare chi lo intervistava, urlandogli tra l'altro "Fuori dall'Italia gli ebrei e i neri"  senza che nessuno dei presenti, polizia, suoi concittadini e colleghi politici, facesse nulla per impedirglielo.
Si è aperto poi un breve dibattito, di cui riporto solo due domande.
La prima rivolta all'esponente della Tavola della Pace: quale futuro immaginano per se i giovani palestinesi?
La risposta è stata concisa: nessuno, hanno tanto orgoglio ma il futuro è una dimensione che non gli appartiene, sebbene, per fortuna, anche in campo israeliano ci siano giovani che cercano l'incontro, la reciproca comprensione.
La seconda rivolta al rappresentante dell'Ufficio migranti: possiamo dire che anche tutte le difficoltà burocratiche che vengono imposte agli immigrati che cercano o hanno lavoro in Italia siano un modo per contrastarne l'integrazione?
La risposta è stata: sì, nella mia esperienza quotidiana devo assisterli perchè possano produrre una mole di documenti spropositata, parecchie volte  del tutto inutile e inutilizzata, nel nostro paese già sommerso dalla burocrazia quando tocca a loro ogni pratica burocratica si moltiplica per 100, 1000 e si prolunga all'inverosimile.
E, poichè non hanno diritto di voto e vivono la condizione stessa di lavoratori come indispensabile alla loro permanenza nel nostro paese,  non hanno neppure la possibilità di reagire ai soprusi che abbiamo noi.
A questo punto, finito il dibattito, è iniziata la parte di vera e propria Festa.
C'erano dolci tradizionali e regionali italiani, ma anche egiziani, peruviani...
Preparati da docenti, non docenti, studenti e da alcuni genitori.
Buoni,  vere e proprie prelibatezze, del cui dono voglio ricordare e ringraziare una persona per tutti: la nonna peruviana di una nostra allieva, che ci ha dato occasione di conoscere non solo le tradizioni culinarie del suo paese , ma - soprattutto - la sua riservatezza e cortesia.
Insomma, nonostante la nevicata che ha senz'altro un po' scoraggiato la partecipazione, abbiamo festeggiato il Natale in modo significativo e non banale, consentendo a noi stessi di comprendere quanto un confronto pacato, basato sulle esperienze e non sui pregiudizi, sia importante per conoscersi e costruire davvero un paese civile, per sottrarsi ai meccanismi - che troppi politici strumentalizzano - di incentivazione delle paure, del senso di precarietà, degli stereotipi che falsificano le realtà.
E' stata una serata serena, gli ospiti sono andati via via crescendo, sono arrivati anche parecchi allievi/e.
Chi non è venuto per via della neve e chi pur potendo venire non lo ha fatto ha perso un’occasione di riflessione e amicizia.
Ne costruiremo altre e, per intanto, auguriamo un Natale più sereno a tutti.
Auguriamo al nostro amico bengalese di trovare lavoro; a  quello di origine ebraica  di veder calare il clima di pregiudizio razziale e integralista che lo preoccupa e preoccupa anche noi; ai lavoratori della Yamaha che possano scendere dal tetto della loro fabbrica  con qualche certezza per il domani; a tutti coloro che hanno voluto raccontarci la propria esperienza di operatori per l'integrazione e per la pace di poter vedere che il loro lavoro da i frutti desiderati.
Perchè una comunità e una società  dominate da pregiudizi reciproci, paure,  discriminazioni e ansie per il futuro ci rende tutti, italiani e non, meno sereni.
Buon Natale anche a tutti i lettori di Vorrei e ai suoi redattori, che spesso ci danno ospitalità nella loro rivista

per restART, Michelangelo Casiraghi

 


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