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20091022-patata

In Italia i diritti delle persone Lgbt sono ancora un tabù. Anche a sinistra. L’arretratezza italiana in tema di diritti è lo specchio dell’arretratezza economica. Una società più tollerante e aperta sarebbe anche una società più dinamica, creativa. E meritocratica. Ma forse proprio per questo in Italia fa paura.

 

«Hitler ha ammazzato parecchi froci, così come ha ammazzato gli ebrei.»

(Bernardo Mambelli detto “Gandhi”)

In quella certa Milano operaia, un sindacalista di sinistra salva da un pestaggio il giovane commesso di una libreria gay. Il ragazzo non ha casa e il sindacalista decide di ospitarlo per un po’ da lui. Apriti cielo: appena si sa in giro, ecco la condanna sommaria: “Il Ghandi – così è soprannominato – è diventato culo!”. Invece…

Invece.

Sembra cronaca di questi giorni. Invece è il preludio di una classica commedia degli equivoci anni ‘70. Il film si chiama La Patata Bollente, regia di Steno. Renato Pozzetto è Bernardo Mambelli, l’irresistibile sindacalista comunista. Una Edwige Fenech in gran forma – anche come recitazione – è Maria, la di lui fidanzata, e Massimo Ranieri è Claudio, il giovane gay. Pozzetto si scontrerà prima coi suoi stessi pregiudizi, poi con quelli del partito. Ma grazie alla sua esperienza diretta alla fine capirà che difendere i diritti delle persone Lgbt (anche se allora non si chiamavano ancora così) significa affermare i diritti di tutti, soprattutto di tutti i presunti diversi: donne, stranieri, disabili.

A proposito della tematica del film, Wikipedia cita la “…difficile accettazione della realtà omosessuale che, negli anni ‘70 del 20.mo secolo, contraddistingueva la società italiana dalle più evolute nazioni europee…”. Contraddistingueva??, “Negli anni ‘70?? Involontaria ironia dell’estensore wikipediano… Il film è del 1979. Sono passati esattamente trent’anni e non è cambiato niente. Anzi. Oggi la patata è diventata tiepida ma la situazione, se possibile, è ancora peggiore.

L’ultimo episodio di un progetto perseguito, quasi scientificamente, per delegittimare le persone Lgbt, e mantenerle in un ghetto da cittadini di serie B, è l’affossamento della legge contro l’omofobia alla Camera. I corifei della maggioranza, che ha sollevato con l’Udc la pregiudiziale di incostituzionalità, ci hanno spiegato che se si dà un’aggravante a chi attacca un omosessuale, allora bisognerebbe darla anche a chi aggredisce altre categorie di “diversi” come un anziano o un disabile. Che non sia la stessa cosa credo sia chiaro anche a un bambino: non so voi, ma io non ho mai visto sui muri scritte tipo “Anziani nei forni” o “Disabili al rogo”. Uno scippatore predilige le vecchiette (o, se è ancora più abietto, il disabile in carrozzella) semplicemente perché sono più deboli e quindi più facili da scippare. Non perché è animato da odio per la categoria delle vecchiette o dei paraplegici.

La norma contro l’omofobia, tutt’altro che incostituzionale, è anzi una logica applicazione dell’Articolo 3 della Costituzione. Che, vale la pena citarlo, afferma che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Ora, non c’è dubbio che l’omosessualità, o come sarebbe più corretto dire omoaffettività, è una “condizione personale”. E che l’omofobia sia “un ostacolo che limita di fatto la libertà e l’uguaglianza” di una categoria di cittadini, come dice sempre l’Articolo 3: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Invece.

Invece in questo paese si può scrivere impunemente che uccidere un gay è meno grave che uccidere un padre di famiglia. Nessun Ordine, nessuna Authority di quelle di solito così solerti a intervenire ha mosso un dito. Oppure si può stare in un partito cosiddetto democratico sostenendo, e restando serafiche, posizioni omofobe. E, per carità, se qualcuno chiede l’espulsione di quella tale, levata di scudi a difesa della molteplicità delle opinioni. Naturalmente, se invece che omofoba fosse stata antisemita, tutto cambiava. Ma gli untermensch di oggi non sono più gli ebrei, sono i diversi. E il colmo è che questa plurilaureata neuropsichiatra che sostiene, contro ogni evidenza scientifica, che i gay sono “malati”, poi, per sua stessa ammissione, dorme su una panca di legno, si flagella con un frustino di corda e si lega alla gamba un affare che le perfora le carni… ma autoinfliggersi dolore, signora neuropsichiatra, sui manuali su cui ha studiato non è forse un sintomo psicotico?

Invece.

Invece in questo clima non stupisce che, con le ultime due di Roma e Napoli, in Italia le aggressioni contro le persone Lgbt (quelle gravi e denunciate, almeno) siano già 54 dall’inizio dell’anno. Quasi due alla settimana. Ma, al di là delle dichiarazioni di solidarietà di rito, i gay italiani continuano a essere lasciati soli nella loro battaglia per i diritti. Che è una battaglia di civiltà, ma anche una battaglia di buon senso.

Riprendendo concetti espressi dall’economista Richard Florida nel suo best-seller L’ascesa della nuova classe creativa e, prima ancora, dal sociologo Ronald Inglehart in La rivoluzione silenziosa, lo scorso venerdì 16 ottobre Irene Tinagli spiegava su La Stampa che “l’omofobia è contro l’economia”. “Viviamo in un mondo in cui il sistema economico si regge sulle forme di creatività individuale”, scrive Tinagli, “Ma questo può avvenire solo in contesti capaci di stimolare e accettare le varie forme di espressione e di libertà individuali. Contesti capaci di valutare e valorizzare le persone per il loro contributo di idee, energia e competenze, e non per il Dio che pregano prima di andare a dormire o la persona che scelgono di avere accanto nella vita. Una società in grado di accettare le diversità è una società che sa motivare e gratificare i propri cittadini, che sa guadagnarsi il loro rispetto e la loro partecipazione sociale, civile, economica. È una società che cresce, che innova, che prospera. Da decenni gli studiosi ci mostrano questa relazione”.

“…Svezia, Danimarca, Olanda” continua Tinagli, “registrano, guarda caso, sia altissimi livelli di tolleranza verso le diversità e l’omosessualità, che alti livelli di innovazione, di sviluppo e di competitività economica. Purtroppo l’Italia su questo fronte è molto indietro. Gli ultimi dati prodotti dalla Gallup sono assai eloquenti. Alla domanda se il proprio Paese fosse un buon posto per vivere per gay e lesbiche, solo il 49% degli italiani ha risposto di sì, contro l’83% degli olandesi, il 75% degli spagnoli e addirittura il 70% di un Paese tradizionalista come l’Irlanda, che fino a pochi anni fa era tra i più arretrati. Questo ci dice che l’Italia si sta pericolosamente chiudendo, proiettando dentro e fuori di sé un’immagine cupa e intollerante su cui sarebbe urgente intervenire”.

Già, “sarebbe urgente intervenire”. Prima ancora delle infrastrutture fisiche, sono le infrastrutture della mente quelle sulle quali bisognerebbe investire. È quello che ha fatto la Spagna, puntando su una modernizzazione a tappe forzate della società, dei costumi, della mentalità che ha anticipato e accompagnato la modernizzazione economica e infrastrutturale del Paese. Portando a quella società aperta e dinamica che oggi tutti conosciamo e ammiriamo e che, anche grazie a questa apertura, ha ormai superato l’Italia in quasi tutti gli indicatori significativi. Con i governi socialisti soprattutto, ma anche con i conservatori del Partido Popular: durante l’ultima campagna elettorale, per esempio, il Pp dichiarò ufficialmente che nonostante la sua contrarietà in linea di principio, se avesse vinto non avrebbe modificato le leggi sui diritti delle persone Lgbt volute da Zapatero (le elezioni, com’è noto, furono poi vinte di nuovo dai socialisti).

Invece.

In Italia, invece, l’arretratezza sul tema dei diritti è lo specchio dell’arretratezza del sistema economico e della struttura sociale. In una società chiusa, fondata sul nepotismo e la negazione della meritocrazia, stigmatizzare il diverso significa proteggere le caste. Proteggere chi occupa i posti non perché li merita, ma perché è “nato bene” e rimane nell’alveo precostituito. Perché questo è garanzia che erediterà dal padre (di solito, più che dalla madre) la cattedra, o lo studio notarile o d’avvocato, o la scrivania al giornale o quant’altro, e a sua volta lo passerà al figlio. L’avvocato gay, la giornalista lesbica, spesso si sono fatti da sé e molto raramente “passano” il lavoro ai figli, che pur talvolta hanno. Rompono gli schemi. Per questo vanno bene se fanno i commessi o i ballerini, gli stilisti o i truccatori, ma non se sono imprenditori, manager o professionisti. Fanno paura. Perché sono motivati, doppiamente motivati. E quindi agguerriti. E bravi. E fanno paura a chi magari bravo non è.


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