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Il consigliere regionale che sostiene Ignazio Marino "più che un nuovo segretario ci vorrebbe il dottor House: spietato e autorevole, anticonformista e libero, capace di diagnosi fulminanti"


Tre mozioni, tre candidati. E tre modi di vedere il “rilancio” del Partito democratico. Perché di rilancio c’è bisogno. Ma quanto davvero diverse sono le visioni dei sostenitori delle diverse mozioni? E come incideranno, se vinceranno, sul territorio? Per scoprirlo, siamo andati a sentire per ciascuna mozione le opinioni di un esponente attivo (anche) a Monza e Brianza. Cominciamo con Pippo Civati, consigliere regionale e tra gli estensori della proposta di Ignazio Marino. Che ha esposto le sue idee anche in un instant book uscito quest’estate per Marsilio, Nostalgia del Futuro.

“Le persone da cui ho imparato quel poco che so – esordisce Civati – mi hanno insegnato a concepire la politica come qualcosa che si sviluppa giorno dopo giorno. E questo è particolarmente vero per l’evoluzione che ha attraversato il Pd da quel discorso di Torino del 2007 a oggi. Il percorso non ha seguito quello che was written in the founding documents, per dirla con Obama: percorso che è parso troppo riformista non solo per il paese, ma soprattutto per la nostra dirigenza politica. Il risultato è che il per gli elettori il nostro profilo è, per così dire, ‘sfocato’”.

Eppure nel partito non si riflette a sufficienza sulla timidezza della proposta e sulla debolezza dell’impostazione che è spesso sottesa alle sue iniziative. Tutti i limiti che s’intendevano superare nella costituzione del nuovo partito si sono riproposti drammaticamente nell’ambito della sua vita quotidiana. “Questa riduzione fa ancora più male perché riporta il Partito democratico, che doveva essere nuovo, a ciò che è vecchio, in ogni senso. Procedendo a ritroso, sono quasi incredibili gli errori che ci tocca riepilogare. Errori che non possono essere giustificati, come le vicende che hanno riguardato alcune amministrazioni locali, e che vanno ad aggiungersi a una generale impressione di ‘non-fare’ che sembra caratterizzare il Pd presso l’opinione pubblica. Come dice Luca Sofri, il Pd dovrebbe passare questi tre anni ‘a fare cose’. Intervenire su Alitalia, per esempio, sarebbe stato ‘fare’. Tutte le dichiarazioni su Berlusconi, Di Pietro o la Rai, invece, sono ‘dire’. La politica non si può più fare così, se si vuole davvero fare, la politica. Se non si fa politica, insomma, solo per ottenere una rendita personale in attesa di inutili promozioni o lontane pensioni. Se si vuol fare politica vera, bisogna farla in modo rivoluzionario. Oppure si perde, innanzitutto con se stessi”.

Civati butta lì una battuta: “più che un nuovo segretario ci vorrebbe il dottor House: spietato e autorevole, anticonformista e libero, capace di diagnosi fulminanti – che nel nostro caso, per la verità, non sono più nemmeno così necessarie – e di soluzioni precise e puntuali. Senza troppi giri di parole, senza troppa retorica, intervenendo sul punto con il coraggio della sperimentazione: sulla questione generazionale, per esempio, o la questione settentrionale”. Intesa anche come dibattito intorno alla possibilità di costituire qualcosa come un Partito democratico del Nord. “Prima ancora che si formasse la segreteria Veltroni, proposi che nel comitato ‘centrale’ del nuovo Pd fosse prevista una nuova figura che, un po’ alla libro Cuore, proposi di chiamare ‘vedetta lombarda’, una figura non burocratica ma d’azione che, per ogni iniziativa che s’intende assumere, illustra le ricadute sul territorio delle proposte romane.”

 

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Ivan Scalfarotto e Giuseppe Civati nella parodia dei Peanuts

 

Invece molto spesso, dice Civati, il Pd è stato nuovo solo a parole. Ma il vero problema è un altro: avere costruito la retorica del nuovo senza accompagnarla davvero con le novità. “Abbiamo enfatizzato il cambiamento senza cambiare, abbiamo delineato un percorso senza nemmeno volerlo incominciare”. E il danno che ne è conseguito, rispetto all’inerzia precedente, è stato doppio. E oggi i militanti per primi chiedono discontinuità e propugnano una riforma strutturale della politica italiana. Il problema, dunque, è anche di comunicazione. Da questo punto di vista c’è ancora quasi tutto da fare, a cominciare dalla creazione di un gruppo che si occupi della comunicazione del Pd.

“Un errore, questo, che è parallelo a quello che riguarda il nostro avversario – prosegue Civati. – Ovviamente, non avere affrontato il problema del suo strapotere, il problema del conflitto di interessi, in questo senso è uno dei più grandi errori del centrosinistra. Ormai è troppo tardi anche solo per parlarne, non si sarebbe credibili. Gli italiani lo sanno, e lo sa anche Berlusconi. Che si muove in continuazione, mentre il paese resta fermo. C’è qualcosa di fascisteggiante nell’idea di leadership e di costruzione del profilo politico seguita in questi anni dall’attuale premier. Non tanto nel senso di un “regime”, quanto nel tratto movimentista del berlusconismo, in quel suo perenne agitarsi alla ricerca di una soluzione là dove è già sicuro di non trovarla. Al continuo rilancio, allo sparigliamento, all’arte per l’arte di un gesto fine a se stesso fa da contrappunto un paese fermo, bloccato, imbolsito. Ha i vizi di un vecchietto pieno di debiti e le ingenuità di un giovane impacciato. Il Sud scivola, il Nord non cresce. Perdiamo competitività e siamo spaventati. Non c’è un solo processo sociale ed economico che la politica sia riuscita a invertire in questi anni. Non c’è un programma ambientale che abbia davvero preso piede. Non c’è stata l’estensione dei diritti a nessuno. Non è stata formulata nessuna proposta per l’integrazione degna di questo nome, né una soluzione per i milioni di cittadini che vivono in Italia venendo da lontano. Ci si è preoccupati di gestire, e anche maluccio, il presente, senza programmare nulla di nuovo. E quello che sta succedendo a Milano con Expo 2015 conferma come questo paese non riesca a pensare i grande, né a guardare lontano”.

Al contrario, tutto è moda e superficialità, provocazione e flash: e in questo campo, a queste velocità, il pachidermico Pd soffre, cerca di scimmiottare gli altri, non sa costruirsi lo spazio di manovra e di visibilità sotto l’effetto di queste “tecniche psicotrope” che hanno distratto anche la sinistra come hanno distratto il paese: è quasi lo shock and awe teorizzato dai generali di Bush. Per uscire da questo incantesimo, bisogna rovesciare il punto di vista. Smetterla di guardarsi il proprio ombelico, occuparsi di “loro”, cioè delle persone, anziché di noi, ogni volta che si è a portata di microfono o di telecamera.

Si tratta, in fondo, anche di una questione di etica. Quando in politica si parla di questione morale e di etica, lo si deve fare in senso lato: ci si riferisce alla correttezza dei comportamenti, alla trasparenza delle modalità di scelta dei candidati, all’apertura ai contributi delle persone che vengono da fuori e, soprattutto, al rispetto dei nostri iscritti, dei nostri militanti e, in generale, dei nostri elettori. È certo onestà, nel senso morale, intellettuale e politico del termine. “Non basta non rubare – questo lo diamo per scontato – serve qualcosa di più. E l’etica sta anche nel nobilitare il nostro lavoro, nel fare bene le cose, nel dare seguito alla dichiarazioni e concretizzarle. Etica è essere costanti e determinati, rispettare il lavoro di tante persone che dedicano il loro tempo libero a una causa, ma soprattutto etica è creare relazioni, mettere tutti nelle condizioni di decidere.”

Anche il tema dell’etica, dunque, alla fine si intreccia con quello dell’identità. “Forse dobbiamo fare un passo indietro e capire cosa vogliamo essere, in che modo vogliamo essere. L’identità è mutevole: cambiano le modalità di relazione, si cambia più spesso lavoro, le possibilità si sono moltiplicate. Tutto si modifica e il mondo sembra attraversato da tensioni sconosciute”. Tutti lo dicono citando Amartya Sen, ma poi alla fine nella politica italiana l’unico che, a modo suo, sembra averlo capito veramente si chiama Berlusconi. Alla politica italiana invece, il contemporaneo sfugge alla comprensione. La politica italiana arriva sempre a cose fatte, a processi sociali già consumati. Strutturalmente in ritardo, all’inseguimento dei problemi, senza alcuna capacità di anticipare gli avvenimenti.

Aldo Schiavone, nel suo L’Italia contesa, sostiene che la fine del berlusconismo sia imminente proprio alla luce di questo profondo cambiamento, che è epocale e che in economia è rappresentato dalla crisi. Il suo tempo sarebbe venuto, insomma, al di là della coda di successi elettorali che lo accompagna: secondo questa prospettiva, è finita l’epoca del privato fine a se stesso, del “paradigma debole” della politica, della critica alla statualità e dell’attacco alla democrazia. Alla fine di questo quadro radicalmente mutato e alla fine di un ciclo che non riguarda solo l’Italia, la sinistra deve ritrovare se stessa, senza guardare al passato, ridefinendo un programma di equità, puntando non sull’“Italietta” che abbiamo ereditato, ma sulla “nuova socialità” di tipo qualitativo che possiamo immaginare per il nostro futuro, in un paese molto diverso dal punto di vista demografico, fondato necessariamente sulla solidarietà tra generazioni in un percorso nel quale “la valorizzazione di sé passi per forme diverse dall’acquisizione proprietaria”, come spiega Schiavone. Una “nuova idea di uguaglianza” per interpretare questo spazio politico vuoto che si sta spalancando di fronte a noi.

“La prima cosa sarebbe ascoltare e rispettare la nostra base. Se da un lato si stanno tesserando più persone ora che quando è stato fondato il partito, dall’altro bisogna uscire dalle sezioni e andare a sentire gli imprenditori, le famiglie in difficoltà, gli anziani e i giovani. Bisogna tornare tra la gente”, conclude Civati.

 


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