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La nazione brianzola del Giuàn Brera fu Carlo. Intervista a Enrico Elli,
assessore della Provincia di Monza e Brianza.

 

Identità, tradizioni, dialetto, nazismo, comunismo, gulag, il muro di Berlino, Cattaneo... sono questi i temi che affiorano nella intervista al neo assessore MB che riprendiamo da Brianze (per gentile concessione dell'autore, Paolo Pirola).  Elli, nato a Giussano nel '41, è militante della Lega Nord dal 1995, è un fisico, ha insegnato all'estero, è autore di testi scientifici e ha lavorato per aziende multinazionali. 
Siamo curiosi di scoprire, nei prossimi mesi, in cosa questi presupposti e questi temi si tradurranno. Siamo impazienti di poter valutare come il lavoro del suo assessorato saprà coniugare questo sguardo "all'indietro" (è innegabile che si tratti di questioni del secolo scorso) con una visione di futuro. Una visione che, se un territorio non vuole fossilizzarsi nel culto dei bei tempi andati, non può certo permettersi di essere solo una roba di lingue e identità; perchè identità e lingue sono strumenti, arnesi per raggiungere un obiettivo: servono a caratterizzare un territorio e a permettergli di
dire. Come caratterizzarlo e per dire cosa, questo ci interessa. Perché va bene rivalutare dialetti e costumi, ma per raccontare cosa e per vestirci e andare dove? Oltre il folklore, che cosa vuol essere e che cosa vuol esprimere la Brianza nel terzo millennio?

 

E

nrico Elli è da giugno assessore alla cultura della neonata provincia di Monza e Brianza. Scomodare la storia è sicuramente eccessivo, però portare per primo sulle spalle il peso della cultura briantea – almeno a livello simbolico – non è cosa di tutti i giorni.
Userò il tu con l’Elli: ci frequentiamo da anni per via della passione comune che abbiamo nei confronti del Lambro e della sua valle. L’inquinamento, la devastazione ambientale, i mulini abbandonati, la stupenda basilica di Agliate, la speculazione edilizia sono da sempre il cavallo di battaglia del veranese. Quasi un documento programmatico…

 

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Regione, provincia di Como, provincia di Lecco, provincia Monza… Perché in Lombardia la Lega monopolizza in tutte le istituzioni l’assessorato alla cultura, spesso denominato alle culture ed all’identità?
Non mi sorprende la tua domanda che dà corpo ad un retropensiero comune a tanti ben pensanti… ma come gli Assessorati alla Cultura affidati ai “barbari” della Lega Nord”?! Ebbene sì! E non è affatto un caso, ma è frutto di una scelta precisa del nostro movimento che ha capito da tempo che le sfide competitive che ci prepara il futuro saranno vinte solo dai popoli che hanno salde radici storiche e culturali. La Lega non è interessata alla “paludata” cultura salottiera, Noi vogliamo recuperare interamente quei valori di civiltà, di libertà, di etica civile e religiosa che permeano i nostri popoli e che già furono dei nostri “liberi comuni lombardi”. Parliamo di “Culture ed Identità” declinate al plurale perché tale è la nostra storia e tu lo sai bene visto che la tua rivista non a caso è detta “Brianze” . La Lombardia è un interessantissimo ed originale insieme di diversità, di autonomie e di senso comune almeno nei suoi valori più profondi quali: laboriosità ed imprenditorialità, solidarietà e spirito di iniziativa.
Si annuncia una grande stagione legata all’attuazione del “federalismo” che vuol dire liberare risorse umane ed intellettuali nell’ottica di valorizzare le Identità delle nostre comunità composite e complesse e sconfiggere così l’omologante pensiero unico causa non ultima della crisi ancora in atto che tra l’altro ha pesantemente scosso le nostre certezze

Almeno da Galileo in poi il “dubbio” e non la certezza è il sale della scienza

In cosa si distinguerà la politica culturale diretta da un leghista, rispetto a quella di sinistra ? Farà più concerti Van de Sfroos? Peraltro ne fa già tanti e a carissimo prezzo.
È certo che la sinistra in Italia, seguendo l’indicazione gramsciana, ha monopolizzato per decenni l’area culturale del nostro paese riuscendo in questo modo ad diffondere la sua orientata e ideologica visione del mondo . Non è certo per caso che tematiche come lo stalinismo o il dramma degli esuli istriani, dalmati e fiumani siano stati tabù fino a pochi anni fa e che dire dei film censurati di fatto solo perché scomodi per l’establishment come quello sulla Malga Porzius.
E ancora: come mai solo ora si riesce a realizzare (grazie alla Lega Nord) un film su Alberto da Giussano che riprende una delle epopee della nostra storia che non è certo da meno della famosissima epopea di Braveheart.
Dare corpo a tutte le voci senza pregiudizi né faziosità è la nostra ambizione e questo ci distingue nettamente dalle sinistra. Noi riteniamo che fare cultura vuol dire rispondere in modo onesto e professionale alle domande che la vita ci pone ogni giorno, vuol dire essere aperti e liberi ad ogni contributo, dar spazio ad ogni voce anche critica, vuol dire non accontentarsi delle comode risposte convenzionali. Almeno da Galileo in poi il “dubbio” e non la certezza è il sale della scienza ed è esattamente questo approccio metodologico che ha prodotto i formidabili risultati che sono sotto gli occhi di tutti; e sarà questo il modello di lavoro che noi adotteremo anche in ambito culturale. Il crollo del muro di Berlino ha fatto crollare anche altri muri e visioni di parte che hanno permeato per decenni la nostra società; è ora di riprendere il cammino a testa alta senza nessun complesso di inferiorità valorizzando le molteplici diversità del nostro territorio in un ottica di respiro europeo, se poi servirà Van de Sfroos ben venga , ma … saremo attenti ai costi

Carlo Cattaneo chiedeva a gran voce di non umiliare le diversità dei nostri popoli schiacciandoli in una appiattente uniformità

Giuàn Brera fu Carlo scrisse l’11 settembre 1976, in quel di Bosisio Parini: “ Io posso dire che esiste una nazione lombarda e persino una nazione brianzola nella nazione lombarda. Non sono affatto sicuro dell’esistenza di una nazione italiana”. Brera non era un leghista, ma un socialista dichiarato. Eppure…
Giuan Brera fu Carlo è uno degli autori da me preferiti, ed è certo che in ogni suo scritto traspare pienamente l’orgoglio di essere un bassaiolo nato sulla riva del Po. “… io sono un padano di riva e di golena di boschi e di sabbioni e mi sono scoperto figlio legittimo del Po” scrive nell’incipit del suo splendido libro “Storie dei Lombardi”. La stessa citazione che tu riporti nella domanda chiarisce bene lo spirito del Giuan, socialista dichiarato certamente, ma anche “proto-leghista” innamorato della sua terra umida, faticosa, travagliata, innamorato del suo grande capriccioso fiume e degli altrettanto pazzi genialoidi personaggi partoriti da quella bassa pavese nella quale il Giuan ha trascorso la sua giovinezza
Ti posso anticipare che nel prossimo Giugno, nell’ambito della manifestazione “fior di pagine”promossa e curata dall’ottimo assessore alla cultura di Lissone, Ronchi , la multiforme personalità di Brera, scrittore, sportivo e “bon vivant” farà da filo conduttore alla rassegna. Sin da ora ti invitiamo e con te invitiamo tutti i tuoi lettori a rendere omaggio al grande Brera che mentre si diceva certo dell’esistenza della nazione lombarda, nutriva forti dubbi sull’esistenza di una nazione italiana. Dubbio storico quest’ultimo che ci accompagna da secoli, non a caso Carlo Cattaneo chiedeva a gran voce di non umiliare le diversità dei nostri popoli schiacciandoli in una appiattente uniformità, ma di vivificarle riunendole in uno stato federale plurale, ricco e fecondo.

Brera mentre si diceva certo dell’esistenza della nazione lombarda, nutriva forti dubbi sull’esistenza di una nazione italiana

Se ti dico: Eugenio Corti, Il cavallo rosso. Cosa ti fa venire in mente?
È uno splendido libro che ho letto con avidità; la tua “secca” domanda secca mi fa venire in mente tre temi fondamentali: la partecipata descrizione del carattere paziente, tenace, religioso, dei brianzoli; il dramma della guerra che coinvolge e sconvolge la vita di tutte le famiglie e lo spaventoso inferno dei gulag. Su quest’ultimo tema faccio io una domanda: secondo te un libro simile avrebbe trovato editore e spazio di diffusione solo pochi anni fa? Io credo di no e tu?!
Non voglio certo fare una lettura politica de “Il cavallo rosso”, perché sarebbe estremamente riduttivo, ma dopo aver letto quelle pagine nelle quali sono ben descritte le disperanti condizioni di vita dei gulag, la bestiale condizione sub-umana nella quale erano costretti a vivere le migliaia di prigionieri ivi racchiusi e la sconcertante “visione ideologica” della realtà di Robotti, cognato di Togliatti, che cercava di convincere quegli esseri ridotti a larve umane che il comunismo è il paradiso in terra e che i gulag non esistono e che episodi di cannibalismo erano una invenzione dei reazionari borghesi, non si può non restare stupefatti.
Oggi è acquisito da tutti (da tutti !?) che non esiste alcuna differenza tra l’inferno dei gulag e l’inferno dei lager, nel senso che l’ideologia comunista e nazista appaiono essere le diverse facce della stessa medaglia come emerge chiaramente dai dialoghi tra l’inquisitore nazista ed il prigioniero russo, vecchio bolscevico ed antico compagno di Lenin (V. Grossman “Vita e destino”)
Eppure per circa quaranta lunghi anni pochi, pochissimi italiani ed in particolare nessun “intellettuale” volle credere al racconto di quanti sopravvissuti ai gulag straziati nel corpo e nell’anima, cercavano di far capire come il “paradiso” sovietico fosse solo un tragico mito.
Libri come “Il cavallo rosso” sono emblematici non solo come splendido racconto pittorico di un epoca che ci appare lontanissima ( e sono passati solo pochi decenni), ma anche per svelare in particolare alle nuove generazioni che la lettura solo ideologica della realtà porta inevitabilmente alla morte dell’uomo.

Noi possiamo e dobbiamo rivalutare innanzitutto la nostra specificità, la nostra identità culturale e linguistica

Non possiamo non parlare del dialetto o, meglio, della lingua locale. Hai in mente qualcosa a riguardo? Io amo l’ insubrich. Mi piace parlarlo e, ogni tanto, scriverlo. Ma non sopporto l’uso del dialetto come lingua della nostalgia, del postprandiale. Nel senso che dopo mangiato ci mettiamo a rimpiangere la scighèra, ul furmentòn, la rustisciàda. Porta e Tessa meritano ben altro.
Con il poeta Piero Marelli che immagino tu conosca bene, abbiamo spesso discusso della nostra lingua locale: è viva? , è morta?, ha ancora senso cercare di parlare l’insubrich che parlavano i nostri nonni? La risposta è estremamente difficile in quanto è evidente che specie la società brianzola odierna è totalmente differente da quella agricola e pre-industriale dei nostri nonni; è quindi ovvio che quella lingua non può essere riutilizzata tal quale, né tanto meno ha senso intenderla come lingua della “nostalgia e del postprandiale” . La lingua se vuole restare viva deve evolvere con la realtà ed è indubbio che a tal riguardo noi abbiamo avuto una cesura non banale nei decenni passati. Che fare quindi? Qualche anno fa sono stato ai piedi dell’Himalaya nel villaggio dove i tibetani cercano caparbiamente di resistere alla distruzione della loro cultura portata avanti dai cinesi, ebbene all’entrata di quel modesto villaggio c’ era , ed immagino sia ancora esposto un cartello che dice: "…Tibet will not die because there is no death for human spirit" Splendida sintesi di ciò che anche noi leghisti pensiamo: un popolo non muore se non muore la sua cultura; per questo io sono convinto che con l’avvio del federalismo (inteso in senso nobile e non riduttivo) noi possiamo e dobbiamo rivalutare innanzitutto la nostra specificità, la nostra identità culturale e linguistica (vedi il cavallo rosso) anche attraverso l’aggiornamento della lingua dei padri, nell’attesa che all’orizzonte sorgano nuovi Carlo Porta, nuovi Cattaneo. Non tutto è perso anzi, ci sono segnali precisi che la nostra lingua non è affatto morta, ma anzi è ancora viva tanto da essere intesa e capita da tanti senza mediazioni; si veda l’interesse per i poeti vernacolari, la rinascita dei Legnanesi e la popolarità dei teatri dialettali. Tu dopo decenni hai recentemente fatto uno stupefacente bagno del Lambro in quel di Briosco (e la cosa era normale quando eravamo giovani, ricordi?), perché non pensare che sia possibile rivitalizzare in modo altrettanto stupefacente la nostra cultura di cui la lingua è un aspetto?
Questo è quanto cercheremo di fare con costanza e con l’aiuto di quelli che ci stanno.

Il dialogo è andato avanti per ore: abbiamo parlato di Villa Greppi, di formazione professionale, di Sant’Agostino e la Brianza… Ma lo spazio è giusto tiranno. Vi avremmo tediato. Consentitemi in chiusura una citazione da un bellissimo libro – Il volo della martora di Mauro Corona -, che mi ha regalato un caro amico da poco eletto sindaco di un grosso comune brianteo. “Tornare ad abitare ancora gli antichi luoghi silenti, tendere di nuovo l’orecchio per risentire i vecchi passi. Questo può essere il futuro”.

Non sono leghista, ma auguro ad Elli di seguire la strada indicata dal salvadego friulano Corona.

 

Per gentile concessione del'autore e di Brianze

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