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"Dinnanzi alla fine naturale di un’esistenza, l’uomo dovrebbe tenere lontano da sé
la tentazione di sostituirsi a Dio."

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’ affermazione che non vi è Scienza senza Etica, non è vera nella misura in cui quest’ultima ponga divieti, ostacoli e censure immutabili, assolute e a priori cioè che non ammettono eccezioni e si configuri piuttosto come una barriera etica all’avanzamento tecnico-scientifico; questa impostazione riapre fatalmente un conflitto tra etica e scienza analogo a quello, ben noto, tra religione e scienza che caratterizzò l’epoca di Galileo Galilei nel XVII secolo.

 

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A partire dagli anni Settanta, i rapporti tra etica e scienza sono rapidamente e profondamente mutati e l’impulso al cambiamento sembra essere originato dalle trasformazioni storiche avvenute quali l’accresciuto livello di istruzione, la rapida diffusione delle informazioni, la massiccia urbanizzazione che hanno portato in occidente e negli USA ad un forte interesse per l’etica ed in particolare per l’etica applicata cioè per quella riflessione tesa ad esaminare i problemi etici concreti che si presentano nei vari ambiti professionali, come il mondo della biologia e della medicina, del giornalismo e della finanza. Si parla di etica applicata per distinguerla dall’etica in generale che ha come compito lo studio in astratto della teoria etica, che può essere poi applicata ai diversi ambiti, in modo da assicurare unitarietà e coerenza all’azione umana.

L’aspetto più rilevante dell’etica applicata consiste nell’interdisciplinarietà della ricerca e in un nuovo atteggiamento che la permea. Quanto al primo aspetto, esso dipende dalla consapevolezza della grande complessità delle singole questioni, che richiedono l’integrazione di diverse competenze. Per quanto riguarda invece il nuovo atteggiamento di ricerca, mentre in passato l’eticista presupponeva di sapere già dove arrivare, sicché la sua prima preoccupazione era quella di convincere e persuadere avvalendosi della retorica, oggi egli è preoccupato della coerenza e del rigore del discorso e fa uso dell’argomento razionale più che della retorica.

In tal senso oggi la ricerca nell’ambito dell’etica applicata, è condotta con un atteggiamento imparziale e appassionato, analogo a quello che lo scienziato ha nei confronti della natura

In tal senso oggi la ricerca nell’ambito dell’etica applicata, è condotta con un atteggiamento imparziale e appassionato, analogo a quello che lo scienziato ha nei confronti della natura e che trae la sua linfa vitale dalla logica e dalla forza del ragionamento riconoscendo che, come afferma T.H. Engelhardt, uno dei massimi protagonisti del dibattito bioetico contemporaneo, “l’indagine è una forma di avventura intellettuale”. È pertanto possibile pensare che si giunga a concezioni che non erano state previste in precedenza.

La bioetica cioè la disciplina che esamina i problemi morali riguardanti l’ambito biomedico è la più vivace e fervida delle branche dell’etica applicata ed è valida se intesa come supplemento di riflessione per evitare possibili errori circa i criteri utilizzati nel procedere della ricerca e per tutelare i diritti delle persone in essa coinvolte. La rivoluzione terapeutica verificatasi a partire dagli anni 30-40 del secolo scorso, ha aumentato in modo straordinario le possibilità e le capacità di intervento sulla vita biologica, aprendo prospettive un tempo impensabili. I problemi etici del medico si sono trasformati, a partire dagli anni 70, con l’emergere di nuove e gravi tematiche (aborto, fine della vita) e la percezione sempre più netta che l’attività terapeutica del medico comporta, di necessità, scelte etiche che possono non essere condivise dal paziente, il quale ha il diritto a scegliere autonomamente secondo la propria coscienza e i propri valori.

Occorre rilevare che l’affermazione secondo la quale ci devono essere limiti etici non ha alcun senso perché “non tutto quel che è tecnicamente fattibile è per ciò stesso lecito”. Nessun scienziato o ricercatore serio e responsabile si è mai sognato di affermare che tutto quel che è tecnicamente possibile è di per sé lecito, in quanto ciò presupporrebbe la scomparsa dell’etica. Essa invece presuppone che ci siano azioni che pur fattibili sono vietate; ma tale divieto deve essere giustificato da buone ragioni oggettive, indicando i danni sociali presunti arrecati o il principio condiviso che verrebbe ad essere violato.

Nessun scienziato o ricercatore serio e responsabile si è mai sognato di affermare che tutto quel che è tecnicamente possibile è di per sé lecito, in quanto ciò presupporrebbe la scomparsa dell’etica

In questa visione la bioetica è nata perché l’avanzamento delle conoscenze tecnico-scientifiche ha profondamente mutato a partire dagli anni 50, le circostanze storiche favorendo da un lato l’affermazione di nuove categorie interpretative della realtà e dall’altro introducendo il concetto della responsabilità dello scienziato, il quale avrebbe il dovere di tener conto anche delle conseguenze sociali derivanti dalla conoscenza acquisita. Il cambiamento della situazione storica, coniugandosi con altri processi culturali operanti nelle società occidentali avanzate, ha determinato una profonda revisione dei valori e dei doveri tradizionalmente invalsi. Oggi sembra che non siano più accettati i divieti assoluti, dal momento che si riconosce che tutti i doveri ammettono eccezioni. Per tale motivo si impone una riflessione a tutto campo per individuare una nuova gerarchia di doveri e una nuova ridefinizione dei valori adatta alle mutate circostanze sociali.

Solo se non esistono doveri assoluti possono esserci tavole dei valori radicalmente diverse, perché ove avessimo un dovere assoluto ci sarebbe consenso sulla sua priorità rispetto agli altri.

Se da un lato la bioetica nel mondo si è sviluppata all’insegna di questa concezione laica e pluralista, in Italia, essa è stata fortemente influenzata da una parte del pensiero cattolico conservatore che ha controllato la maggior parte delle istituzioni di questa disciplina.

Etica: da un lato essa è un insieme di precetti dati a priori e indipendenti dalla volontà umana; dall’altro è intesa come una costruzione dipendente da scelte umane.

La diversa interpretazione del ruolo svolto dall’avanzamento tecnico-scientifico nella nascita della bioetica, sottende in realtà due concezioni diverse dell’etica: da un lato essa è un insieme di precetti dati a priori e indipendenti dalla volontà umana; dall’altro l’etica è intesa come una costruzione dipendente da scelte umane. Queste diverse accezioni sono state rispettivamente indicate con il temine di Etica della sacralità della vita (che presuppone qualcosa di inviolabile, sacro, ed Etica della qualità della vita (che indica come le norme etiche debbano soddisfare le esigenze umane). Alla luce di questa dicotomia emerge un orientamento generale, in quanto l’etica della qualità della vita presuppone il pluralismo etico.

Per fronteggiare le nuove sfide, sulle questioni bioetiche fondamentali, sono stati istituiti i comitati etici, istituzioni formate da esperti di discipline e orientamenti ideologici diversi che hanno il compito di individuare soluzioni eticamente accettabili ai problemi posti. Tali comitati operano a livelli diversi; vi sono infatti i comitati nazionali che hanno il compito di fornire al legislatore indicazioni su questioni generali e comitati locali o ospedalieri che hanno il ruolo di esaminare i singoli casi o valutare l’eticità dei protocolli di ricerca proposti. L’avvento dei comitati etici comporta un profondo cambiamento sia dell’attività scientifica che clinica, che viene così sottoposta al giudizio interdisciplinare, cioè anche ai “non addetti ai lavori”. Se prima tale intervento veniva vissuto come un’indebita interferenza nella libertà di ricerca, oggi sono gli stessi ricercatori a richiedere il parere del comitato etico, considerandolo un ausilio alla ricerca ed una garanzia di un’adeguata cautela circa il programma di ricerca intrapreso.

Se è ormai assodata l’irruzione dell’etica nella città della scienza e, in particolare della bioetica in ambito medico-biologico, altrettanto chiara deve essere la prospettiva del tutto nuova che bisogna adottare nella direzione di una democrazia cognitiva o della conoscenza: Il compito dello stato laico è creare le condizioni che consentano a ogni persona di acquisire le conoscenze necessarie per muoversi consapevolmente nel mondo della tecnoscienza con le sue innovazioni che, attraverso il mutamento del mondo, ridisegnano la sua vita, come efficacemente affermato dal professore Rodotà nel suo saggio “Perché Laico” Ed. LaTerza, 2009).

Il compito dello stato laico è creare le condizioni che consentano a ogni persona di acquisire le conoscenze necessarie per muoversi consapevolmente nel mondo della tecnoscienza

Tale consapevolezza conferisce forza ed autonomia alla dignità della persona ed emerge da un processo che lo stesso Stefano Rodotà ha chiamato di “costituzionalizzazione della persona”, e che prende corpo dai principi scritti nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea e nella nostra Costituzione.

La bioetica presuppone due aspetti essenziali: un’esperienza morale, acquisita osservando e operando “sul campo” con animo pieno di “pietas” fra esseri umani intensamente coinvolti nei problemi della vita e della fine: sotto questo profilo il bioeticista ideale è prima di tutto il medico; questi non è né un burocrate nella gestione della malattia, né un commerciante che vende la sua cura, ma pur nel necessario distacco professionale, è una figura che interpreta e condivide le angosce e le speranze dei malati in grado di riflettere sul senso umano del proprio lavoro. Il secondo aspetto saliente è che la bioetica presuppone una vasta preparazione scientifica, essendo essa stessa una risposta alle evoluzioni e rivoluzioni nel sapere e nelle tecnologie biomediche ed alle loro ripercussioni sociali. La necessità di coniugare sapere scientifico, esperienza clinica, sensibilità per i temi sociali e conoscenza dei principi giuridici conferisce alla bioetica una struttura intrinsecamente dialogica ancorata alla realtà e lontana dalle visioni ideologiche chiuse o prevaricanti, da ogni tentativo di delegittimare la cultura, il diritto e l’onestà intellettuale. Purtroppo tali tentativi sono in atto perseguiti in maniera trasversale da una parte del ceto politico italiano.

Nel momento in cui si sostiene, contro ogni evidenza scientifica, che la nutrizione e l’idratazione artificiale siano da considerare, sostegno vitale, si viola il principio della persona.

L’unica possibilità costruttiva è un percorso eticamente condiviso e condivisibile da tutti coloro, scienziati, legislatori, giuristi, filosofi del diritto, siano disposti a percorrerlo, a condizione di “abbandonare atteggiamenti aggressivi o difensivi per dialogare da pari a pari, senza pretendere di essere i depositari della verità e senza innalzare barricate”, come suggerito da Ignazio Marino nel suo libro intitolato “Credere e Curare”. La necessità di tale percorso è resa ancora più urgente se pensiamo a casi eclatanti della cronaca dei nostri tempi come il caso Englaro, ed all’impossibilità di ricorrere ancora unicamente alle sentenze, sebbene espressione e risultato di un altissimo senso di civiltà giuridica, della corte di Cassazione o Costituzionale, per dirimere e decidere su questi ambiti.

Nel momento in cui si sostiene, contro ogni evidenza scientifica, che la nutrizione e l’idratazione artificiale siano da considerare, sostegno vitale, si viola il principio della persona. In tal caso siamo di fronte al dato di fatto per cui non tutto ciò che è tecnicamente fattibile è per ciò stesso lecito poiché contrario al fondamentale rispetto della volontà e riconoscimento dell’autodeterminazione dell’individuo quale affermazione primaria della coscienza individuale.

L’adozione del living will o dichiarazioni anticipate di volontà, da parte di ogni individuo significa porre al centro di ogni azione e decisione umana il diritto di governare liberamente la propria vita, ed il rispetto assoluto della volontà della persona, il diritto alla sua autodeterminazione e la scelta di affidarsi nelle mani di una persona amata che faccia rispettare quella volontà e quella scelta.

Un’ etica condivisa come quella che opponendosi all’accanimento terapeutico trova una sua chiara posizione anche nel catechismo della Chiesa cattolica: “l’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all’accanimento terapeutico. Non si vuole così provocare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente”. Le possibilità straordinarie oggi offerte dalle conoscenze e dallo sviluppo tecnologico, di mantenere in vita artificialmente un paziente devastato da una malattia gravemente invalidante, non bastano a giustificare quella vita, e, dinnanzi alla fine naturale di un’esistenza, l’uomo dovrebbe tenere lontano da sé, la tentazione di sostituirsi a Dio.

 

 

Bibliografia

 

  1. Perché Laico Stefano Rodotà Editori LaTerza 2009.
  2. H. T. Engelhardt, Manuale di bioetica, Il Saggiatore, Milano 1999.
  3. Dominici R.: Riflessioni su Scienza ed Etica. Ottobre 2001. Caleidoscopio Medical Systems S.p.A