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Le foto del ragazzo insanguinato mostrano come la questione Boccaccio sia affrontata nel modo peggiore dall'Amministrazione e dalle forze dell'ordine. Il Boccaccio da 7 anni c'è, serve prenderne atto.

Non si possono guardare. Le immagini dei ragazzi pestati coi manganelli in piazza Trento dopo lo sgombero fanno male. A tutti. Lo sgombero del 3 luglio non risolve il problema del Boccaccio a Monza. Lo rimanda di nuovo. Cosa dovrà accadere per affrontarlo?

A Monza manca uno spazio per ragazzi che non si riconoscono nella realtà cittadina. A volte dopo anni di studio, universitario e post universitario.

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Nonostante i proclami, i vari progetti comunali (e gocs, hubyoung ), di cui a suo tempo abbiamo parlato anche su questa rivista, non hanno trovato seguito. Probabilmente l’occupazione è l’extrema ratio per trovare uno spazio dove condividere il tempo libero e la propria visione del mondo. Si tratta di un atto illegale, e su questo siamo d’accordo. Ma è un atto illegale per rivendicare un’esigenza legittima, anche se tutti sappiamo che Monza di un centro sociale  farebbe volentieri a meno.

E’ comprensibile anche l’esigenza di non creare un precedente. Se si dà uno spazio ai ragazzi del Boccaccio - questo è il ragionamento, allora chiunque può pretenderlo - basta che facciano un po’ di casino.

Ma non scherziamo. Il Boccaccio esiste ormai da sette anni. Non fa più parte dell’immaginario di qualche scapestrato. Nel bene e nel male, ha offerto una “casa”, un luogo di ritrovo a molte persone che non l’avevano. Ha evitato che rimanessero in mezzo a una strada, che si incazzassero ancora di più. Non ha mai veicolato droga. Probabilmente non ha fatto politica di livello, probabilmente non è nemmeno riuscito nell’intento di essere un laboratorio di idee nuove. Ma esiste. E il fatto che molti ragazzi ci abbiano messo la faccia (ritrovandosela insanguinata dalle manganellate) significa che c’è un’energia sotterranea di cui chi amministra non può non tenere conto.

Qualunque amministrazione dotata di buon senso dovrebbe a questo punto capire che evitare di radicalizzare lo scontro conviene a tutti. E’ ciò che accade in tutte le grandi città, Milano in testa. La prossima volta che qualcuno resisterà sette anni per rivendicare uno spazio, cominciando dal contrattarlo, passando poi all’occupazione e arrivando infine alle proteste plateali, forse sarà il caso di pensare se ci sia veramente questa necessità.

Forse la giovane Martina Sassoli, per l’inesperienza dovuta all’età non è in grado da sola di contrastare gli ex picchiatori che popolano il parlamentino monzese. L’arte tipicamente femminile del compromesso non le basterà per risolvere la questione con buonsenso contro i falchi della Giunta.

E allora caro sindaco, caro assessore alla Sicurezza, è tempo di smontare l’illusione infantile che i grandi uomini, i grandi governi, siano quelli tutti d’un pezzo, composti da uomini che non devono chiedere mai, come nella pubblicità di un profumo. Una pubblicità, appunto. Non vorremmo che i prossimi manifesti elettorali mostrassero il viso insaponato di un vero macho che si rade con il coltello da cucina al posto di quello sbarbato dei candidati del Pdl.

Forse quello dell’Apollo non era lo spazio migliore per insediare un centro sociale. Anche su questo siamo d’accordo. Ma una grande città vive di piccole e grandi contraddizioni, chiaroscuri che con la logica hanno poco a che spartire. Sono le contraddizioni che donano vita, ciò che nei piccoli borghi manca. Compito del buon amministratore di  città dovrebbe essere quello di far coesistere le varie essenze presenti sul territorio, cercando di evitare le conflittualità più esasperate, e che si cronicizzi  un disagio che purtroppo arriva da molto più lontano. A Monza, fino a ieri era un paesone da centotrentamila abitanti e oggi città capoluogo di una provincia di ottocentomila, non può bastare la semplificazione di chi ignora le voci che arrivano dal basso per continuare a rimanere, tranquillo, in alto.

 

L'ultimo volantino del Boccaccio

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