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Un immigrato egiziano ed un italiano in partenza,
in comune la ricerca di un posto dove poter essere se stessi.

N

on è sempre il lavoro, la ricerca di condizioni materiali migliori, il motivo che spinge a migrare. Spesso è il principale, ma non è quasi mai l’unico. Vivere una vita migliore può significare tante cose. Per esempio non sentirsi discriminati, per i motivi più diversi. Significa poter essere ciò che si è.

Nelle nostre interviste sull’(e)migrazione e (im)migrazione ho incontrato due storie apparentemente diversissime – da una parte un immigrato di mezza età, sposato, con due figlie; dall’altra un giovane italiano, single, libero professionista – che a un’analisi più attenta si sono rivelate accomunate proprio da questo: trovare un posto dove poter essere se stessi. Lasciamo la parola alla viva voce dei protagonisti e facciamoci spiegare da loro come e perché.

Nel nome del padre

C

ominciamo da “Yussuf”, lo chiameremo così, ha preferito non dirci il suo vero nome. Ha una cinquantina d’anni e viene dall’Egitto. La sua, a prima vista, è una storia di immigrazione come tante: storia di fatica, ma anche di relativo successo. È in Italia da una quindicina d’anni. “Non sono arrivato a Milano proprio da clandestino: avevo un visto turistico,” ci racconta. “Ma non ero certo venuto qui per ammirare il Duomo! Appena ho potuto, mi sono trovato un lavoro. In nero, naturalmente. Ho cominciato come lavapiatti e dormivo su una branda, con altri sette miei connazionali, in un monolocale di una vecchia casa di ringhiera non ristrutturata, in fondo a via Padova. Il proprietario, un italiano, voleva duecentomila lire a testa per quel posto letto. In otto e senza un vero bagno: avevamo solo un cesso esterno, sul ballatoio. Ci lavavamo come potevamo e non sempre profumavo di lavanda. Mi sentivo a disagio ad andare tra la gente, a salire sulla metropolitana: mi rendevo conto di avere addosso odore di ‘non lavato’ e mi vergognavo tantissimo quando le signore mi lanciavano quelle occhiatacce, glielo leggevi negli occhi, ‘ma quanto puzza questo’. La cosa che mi faceva più rabbia, capivo che pensavano che noi siamo sporchi per natura, per abitudine. Ma non è così: al nostro paese, come in tutti i climi caldi, ci si lava tantissimo. Specie se si ha a disposizione un fiume davanti casa, come nel mio villaggio natale in riva al Nilo. Eravamo così per necessità e anche quelle signore che mi guardavano male in quelle condizioni non avrebbero potuto fare di meglio”.

E finalmente ho il mio permesso di soggiorno e un lavoro regolare e posso mettermi davanti al forno, così, alla luce del sole

Quando il visto turistico scade, Yussuf diventa quello che tecnicamente si definisce un overstayer, cioè uno straniero che è entrato in modo legale, ma rimane illegalmente. Di fatto, un clandestino. Per fortuna il lavoro in nero continua. “Il proprietario della pizzeria dove facevo il lavapiatti era egiziano anche lui e mi aveva preso a cuore. Poco a poco ho cominciato ad aiutare al forno: prima ho iniziato a preparare i panetti di pasta, poi a mettere il pomodoro e la mozzarella, poi a infornare. Ero diventato ‘sostituto pizzaiolo’ ma fare il pizzaiolo vero, in vista davanti al forno, era ancora troppo pericoloso da clandestino. Così il mio capo mi rispedisce in Egitto e mi fa tornare ‘su chiamata’. E finalmente ho il mio permesso di soggiorno e un lavoro regolare e posso mettermi davanti al forno, così, alla luce del sole”.

Yussuf è un tipo sveglio e non si limita a infornare e sfornare pizze e panzerotti. Osserva attentamente tutto quello che fa il suo capo: come tiene la contabilità, come organizza i camerieri, come prende e come passa le comande. Da quando è tornato in Egitto e ha potuto rivedere la sua famiglia, ha un solo chiodo fisso: guadagnare abbastanza e avere abbastanza successo per portare in Italia anche sua moglie e le sue due figlie. Non ha una vita al di fuori del lavoro, mangia solo in pizzeria e non spende nulla. Risparmia ogni singolo centesimo in vista di quell’obiettivo. E finalmente, lo scorso anno, è pronto per il grande salto: prendere in gestione un locale tutto suo, non lontano dalla Stazione Centrale. E soprattutto, far venire qui la sua famiglia.

È così che ho conosciuto Yussuf. Sono diventato suo cliente poche settimane dopo che è subentrato alla vecchia gestione cinese del ristorantino sotto casa. Da buon single da manuale, sono un frequentatore assiduo di pizzerie da asporto e non avevo potuto resistere ai due cartelli che campeggiavano in vetrina: “nuova gestione” e “pizza con forno a legna – anche a mezzogiorno”.

Il locale era stato chiuso meno di un mese per un’unica modifica, l’aggiunta del forno a legna per la pizza, ma l’arredo era ancora quello del ristorante cinese. Incluso quadro con foto di cascata animata e retroilluminata su paesaggio ‘antica Cina’. Il contrasto era un po’ straniante, ma in fondo simpatico.

I primi tempi non erano molti i clienti e, mentre cuocevano le pizze, Yussuf aveva tempo di chiacchierare. Ho scoperto in questo modo il vero movente della sua emigrazione. Avevo notato che, man mano che scomparivano le cascate animate cinesi, accanto agli intramontabili classici alla Teomondo Scrofalo – vecchio con pipa, bimba con lacrima, paesaggio agreste con scene di caccia – era fiorita sulle pareti una vera e propria teofania di sacre famiglie, nostre signore e angeli col giglio. Da principio pensai a un’astuzia da sano affarista: visto che di fronte ha i Salesiani e di fianco la casa madre delle suore di Maria Consolatrice, mi son detto, il bravo Yussuf fa buon viso a cattivo gioco per ingraziarsi i cattolicissimi prospect.

Quando una sera gli raccontai la mia teoria in attesa di una quattro stagioni, rise sonoramente. “Ma no, è proprio che siamo cristiani!!” mi dice. Egiziani cristiani?? “Sì, siamo cristiani copti”. E aggiunge, con una vibrazione di pena e di orgoglio nella voce: “gli ultimi veri discendenti degli antichi egizi. ‘Loro’ non sono veri egiziani. Sono i discendenti degli arabi che ci hanno invaso. E di quelli convertiti a forza”.

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Foto di Chiara Vaccargiu
(Tutte le foto di questo dossier, salvo dove indicato diversamente, non raffigurano gli intervistati)

 

Sapevo che in Egitto era fiorita una delle più antiche chiese cristiane, detta copta – il termine qubt è la deformazione araba di aigyptios, cioè ‘egiziano’ in greco antico – ma la credevo estinta da tempo, tranne in Etiopia. Invece la chiesa copta è viva e vegeta anche in Egitto. Le cifre ufficiali parlano di 3.300.000 persone, cioè circa l’8% della popolazione, ma sappiamo che la cifra è volutamente sottovalutata dal governo. Gli studiosi stimano che i copti egiziani possano arrivare anche a 8 milioni, ma è molto difficile stabilire una cifra attendibile perché negli ultimi anni, a seguito del clima di crescente ostilità verso i non musulmani, alla tendenza a minimizzare del governo si è aggiunta una strategia di anonimato degli stessi copti.

In Egitto ufficialmente sono ammesse tutte e tre le ‘religioni del libro’, quelle citate nel Corano, cioè ebrei e cristiani, oltre naturalmente ai musulmani,” mi spiega Yussuf. “Devi dichiarare all’anagrafe a quale delle tre religioni appartieni e questo viene scritto sui tuoi documenti, compresa la carta d’identità. Puoi immaginare che problema può diventare anche un semplice controllo di polizia quando gli agenti, quasi sempre musulmani, leggono sui tuoi documenti che sei cristiano”. Ma non si tratta solo di questo. In Egitto la legge non è uguale per tutti: “Il diritto di famiglia, in particolare, segue la tua confessione. Per esempio, se sei musulmano puoi divorziare, perché l’Islam prevede il divorzio; se sei cristiano no, perché per i cristiani il matrimonio è indissolubile”.

E soprattutto ci sono le crescenti minacce: “Negli ultimi anni è cresciuto moltissimo il fenomeno dei rapimenti di ragazze cristiane. A volte vengono fatte sposare a forza a uomini musulmani e spariscono per sempre. Altre volte vengono violentate, o anche solo semplicemente rapite e rilasciate”. Che ci sia stata o meno violenza, una volta che è stata rapita una ragazza è ‘disonorata’. E, un po’ come accadeva nel nostro sud tanti anni fa, per salvare l’onore deve sposare il suo rapitore. In tutti i casi il risultato è lo stesso: sposando un musulmano, la donna deve convertirsi all’islam. “Stanno portando avanti una islamizzazione forzata delle donne perché partoriscano solo figli musulmani,” conclude Yussuf. “Io ho due figlie femmine adolescenti ed ero terrorizzato dall’idea che potessero rapirmele. Qui sono tranquillo e posso praticare la mia fede senza sentirmi in pericolo”.

La libertà religiosa è un forte stimolo all’emigrazione per gli egiziani cristiani. Del mezzo milione di egiziani che vivono in Italia, almeno il 10% sono copti. Cinquantamila persone concentrate per lo più nella zona milanese. Una presenza che si è resa visibile sin dalla metà degli anni Settanta, periodo in cui sono cominciate le celebrazioni e le attività pastorali. Dagli anni Ottanta la popolazione copta a Milano e dintorni si è notevolmente incrementata tanto che oggi esistono due vescovi copti in Italia, un monastero (sede episcopale) a Mettone di Lacchiarella presso Milano, diverse parrocchie regolarmente funzionanti e molto frequentate e altre sedi parrocchiali e comunità in formazione. La Chiesa copta, che in Italia ha trovato un ambiente cristiano favorevole e non antagonista, mostra una grande energia e vitalità, frutto di una minoranza religiosa che ha subìto e superato secoli di persecuzione e torture.

Essere cristiano ti ha fatto accettare meglio?, chiedo a Yussuf per concludere. “A volte, quando lo scoprono. Ma non più di tanto: rimango sempre un ‘extracomunitario che viene a rubare il lavoro’. E comunque al primo contatto no. Anche perché ormai anche noi normalmente parliamo arabo, il copto lo usiamo solo nelle liturgie, un po’ come il latino per voi, e quindi a prima vista siamo indistinguibili da un musulmano. È anche per questo che nella mia pizzeria ho voluto tutte queste immagini religiose”, conclude con mezzo sorriso furbetto.

Orgoglio e pregiudizio

D

all’Egitto all’Italia, da un egiziano a un italiano. Cambia lo scenario e cambiano le premesse. Ma per essere davvero se stessi bisogna ancora partire. È quello che pensa Raul. È un bravo massaggiatore, Raul. A differenza di Yussuf lo conosco da molto tempo e le sue motivazioni all’espatrio per me non sono state una sorpresa.

La parete dietro la sua scrivania, nella sua casa-studio, è tappezzata di diplomi di specializzazione italiani e stranieri. Dalle finestre si vede il lago, il lago di Garda. Tra i suoi clienti ci sono gli hotel più lussuosi della riviera gardesana, oltre a facoltosi clienti privati, molti, in questa zona ad alto reddito. La crisi però ha inciso in maniera pesante su un’attività che, già di suo, è all’insegna della precarietà. Nonostante la sua preparazione, a 35 anni Raul si sente sempre un po’ in balia degli eventi. “Gli anni scorsi, almeno gli hotel più grandi mi assicuravano la stagione intera” mi spiega. “Quest’anno invece nemmeno Villa F., uno dei più lussuosi hotel italiani in assoluto, mi garantisce la stagione e si limita a farmi collaborare ‘a chiamata’”.

È la classica goccia che fa traboccare il vaso, la crisi, il fattore decisivo che ha spinto Raul a mettere in pratica una decisione che meditava già da tempo: andarsene dall’Italia. “I motivi sono anche economici, certo. Qui siamo tartassati di tasse senza ricevere in cambio servizi adeguati. Chi lavora in proprio come me in alcuni mesi dell’anno deve lavorare solo per pagare le tasse. Ma sono soprattutto etici. Sono stufo di essere trattato da cittadino di serie B perché sono gay. Io pago le tasse quanto gli altri, e allora perché non posso avere gli stessi diritti che hanno gli altri?? Se nella vita fai il libero professionista e apri Partita Iva, sei tartassato da tasse, anticipo tasse, studi di settore, ecc... Se invece sei dipendente assunto a busta paga, a parte lo stipendio ridicolo, le trattenute sono altissime e se superi un certo reddito a fine anno ti arriva la mazzata finale con la dichiarazione dei redditi. Praticamente si lavora una vita per mantenere lo Stato e le banche. Io non sono contrario a pagare le tasse, ma dovrebbero farlo tutti, e lo stato offrire servizi al cittadino in cambio di tasse che aumentano ogni anno”.

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Foto di Chiara Vaccargiu
(Tutte le foto di questo dossier, salvo dove indicato diversamente, non raffigurano gli intervistati)

 

Raul ha deciso di trasferirsi a Barcellona. “Mi spinge a emigrare soprattutto la voglia di rifarmi una vita in piena libertà, senza paura di essere giudicato per quello che sono, di riscoprire me stesso. Qui, per esempio, se dico che sono gay, sapendo che faccio il massaggiatore le battutine si sprecano. Sono solo battute, certo, come quelle del nostro premier. Ma anche le battute che una persona sceglie di fare sono un chiaro indice di quello che pensa, no? Lavorare in certi settori, per esempio nello sport professionistico – più che mai nel calcio! – mi è di fatto precluso perché sono gay”.

Non mi piacciono le ingerenze del Vaticano nella vita sociale italiana, la mancanza di laicità nella società, la crescente intolleranza, la paura e il rifiuto di tutto ciò che è diverso.

Raul ritiene che in Spagna troverà opportunità che non ci sono in Italia: “Scelgo Barcellona perché è una città cosmopolita, si avvicina molto al nostro modo di vivere e di pensare, ma dà molte più opportunità e investe sui ragazzi che vogliono aprire una attività. C’è una politica molto più vicina ai bisogni del cittadino, ad esempio il trasporto pubblico funziona alla perfezione. Nonostante la crisi è una città molto viva, che investe nella ristrutturazione di nuovi quartieri, in nuove linee metro e nuovi servizi per i cittadini. E naturalmente la scelgo anche perché c’è grande tolleranza verso chiunque e c’è una scena gay molto vivace”.

Non è difficile immaginare la risposta di Raul alla domanda su cosa, viceversa, non gli piace dell’Italia:

Non mi piacciono le ingerenze del Vaticano nella vita sociale italiana, la mancanza di laicità nella società, la crescente intolleranza, la paura e il rifiuto di tutto ciò che è diverso. Non mi piace la classe politica. L’ipocrisia dei nostri politici, lontani dal fare leggi per l’interesse del cittadino ma bravissimi a farne per i loro interessi. Un piccolo esempio: i nostri politici possono usufruire di una sorta di Pacs per le loro conviventi, mentre noi ‘comuni mortali’ no. Ma la legge non è uguale per tutti? L’Italia è un Paese orami vecchio e in declino, come i politici che lo rappresentano. Mi spaventa che in molte regioni del nord abbia vinto la Lega Nord, un partito che propone la castrazione chimica per i pedofili, l’introduzione del dialetto nelle scuole come materia di studio, le ronde padane e tante altre cazzate.”

Se Yussuf è dovuto venire in Italia per praticare liberamente la sua fede, Raul dovrà trasferirsi in Spagna per vivere in libertà il suo orientamento affettivo. E la morale è la stessa per entrambi, parafrasando una celebre battuta: che si sia copti o gay, siamo sempre i cristiani di qualcuno.

 


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