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Intervista a Davide Ferrario, documentarista e sociologo, in occasione dell'incontro sulle stragi di mafia promosso dall'Angolo Giro e da Vorrei.

Il centro interculturale L'Angolo Giro di Casatenovo e la Rivista che Vorrei presentano lunedì 25 maggio un'iniziativa dal nome Mafia: dalle stagi del '92 ad oggi.

All'incontro - oltre a Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo assassinato dalla mafia - sarà presente, con immagini e video, anche Davide Ferrario. Omonimo del più famoso regista, Ferrario è sociologo visuale e documentarista: ha collaborato con testate televisive (la7, TSI, Red TV), ha fondato nel 2004 un collettivo cinematografico e con una sua casa di produzione - la Videozone Creative Production - segue da anni il mondo dell'antimafia. In occasione dell'incontro casatese, Vorrei lo ha raggiunto per un'intervista.

Iniziamo con inquadrare in modo generale il tuo lavoro: cos'è la Sociologia visuale?
«La sociologia visuale è un approccio conoscitivo differente rispetto alla "sociologia classica", sfrutta le potenzialità delle tecniche audio-visive, video e fotografia, per descrivere una parte di realtà. Ma oltre che facilitare l'osservazione di eventi e fenomeni le tecniche visive permettono di produrre risultati più facilmente fruibili, un libro o un testo di ricerca spesso rimangono un ottimo esempio di osservazione e riflessione sul mondo ma difficilmente escono dall'ambiente accademico.»

Quindi lo scopo è quello di portare un più ampio ventaglio di pubblico a confrontarsi con le indagini sociologiche?
«Sì: il motivo per cui si fa ricerca è quello di descrivere la realtà, evidenziarne problematiche e sollevare contraddizioni. Tutto questo per poter riflettere su possibili soluzioni o trasformazioni: il documentario permette di massimizzare la diffusione dei risultati di una ricerca e quindi è lo strumento ideale per raggiungere il maggior numero di persone e portare fuori dalle mura accademiche la sociologia.»

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Come si traduce tutto questo in termini di approccio al documentario?
«I metodi di lavoro derivati dalla sociologia visuale permettono di raggiungere risultati poco, o meglio, auspicabilmente per nulla influenzati dalla presenza del documentarista. Oggetto cuore del documentario di sociologia visuale è l'osservazione della realtà attraverso gli occhi di chi la vive, implica l'annullamento del documentarista che si deve trasformare in un neutro osservatore che vuole scoprire e conoscere, deve farsi accettare e guadagnarsi la fiducia di chi osserva e intervista, rispetto ad un reportage giornalistico il sociologo non si pone come soggetto esterno che vuole capire, bensì come un ingenuo personaggio che vorrebbe essere parte di quella determinata realtà ed in questa veste chiede e scopre.»

Esaminando la tua attività documentaria e accademica si ha l'impressione che al centro dei tuoi interessi stiano i rapporti di identità e rappresentazione che legano fenomeni di "resistenza" al complesso dei discorsi sociali. E' un'impressione sbagliata?
«Non direi, gran parte dei miei lavori, audiovisivi e non, sono frutto della ricerca e dell'approfondimento di piccole realtà, in sociologia è chiamata "ricerca qualitativa", ovvero una ricerca basata su realtà localizzate, su personaggi simbolici e identità specifiche. Lo scopo dei miei lavori è quello di sollevare problematiche e stimolare la riflessione, gli estratti dei miei lavori che si trovano facilmente su web sono esempi di reportage sociale che non propongono soluzioni ma si limitano a descrivere, scelta voluta per sfruttare al meglio il mezzo internet su cui un documentario che dura molti minuti difficilmente sarà oggetto di attenzioni. Quando si offrono prodotti ai canali televisivi ci si può permettere invece di creare documentari complessi, che partono dalla mera osservazione e sviscerano i motivi che stanno dietro a quelle che tu hai chiamato "resistenze".»

Dalle isole urbane alle voci nette dell'impegno civile e artistico. I tuoi lavori raccontano situazioni di oblio, di rappresentazioni fuorvianti. Perché questi "luoghi forti" non riescono a difendere la propria immagine nella comunicazione collettiva?
«La difficoltà a trovare spazio nella comunicazione collettiva deriva dalla voglia, da parte dei mass media, di proporre prodotti tranquillizzanti che non predispongano alla riflessione per facilitare investimenti pubblicitari. Chi vorrebbe pubblicizzare il proprio prodotto tra una pausa e l'altra di un documentario su realtà di emarginazione?»

Quindi, secondo te, si tratta di un problema di chiusura degli spazi mediatici?
«La comunicazione collettiva è oberata di contenuti, gli spazi televisivi in Italia sono per lo più occupati da personaggi storici, lo spazio per comunicare rimanente è molto limitato; nonostante le potenzialità del web per ora è ancora la televisione il più potente mezzo di comunicazione, internet è molto dispersivo, è solamente negli ultimi anni che in Italia si stanno sviluppando veri e proprio portali dedicati alla visualizzazione di prodotti video tra cui documentari ma per ora non hanno ancora quella che in politica è definita "massa critica".»

Nel tuo blog racconti che a giugno del 2008 hai iniziato la seconda fase di una ricerca sui rapporti tra associazioni antimafia e le loro comunità di appartenenza. Come è nato questo progetto, e come sta procedendo?
«La ricerca procede bene, è un progetto sviluppato in ambito accademico che ho voluto arricchire e completare con un documentario visuale, scelta che si scontra con i canoni della sociologia universitaria che ancora guarda con diffidenza ai mezzi visuali, ma che ho deciso di seguire lo stesso.»

Ci sono conclusioni che puoi anticiparci?
«La ricerca, come dicevi tu, vuole far emergere le differenze di lotta alla mafia dovute al differente tessuto sociale tra sud e nord Italia. Quello che sino ad ora che è emerso di interessante, a parte le maggiori difficoltà oggettive del fare antimafia al sud, è l'alterità da parte delle realtà del nord, ovvero il considerare il problema della criminalità organizzata come esclusivo del sud, dimenticando che spesso il riciclo del denaro sporco, frutto di illeciti, avviene per lo più al nord Italia, oltre che nei paradisi fiscali, con imprenditori che si prestano volentieri al lavaggio di denaro. Altro aspetto emerso dalla ricerca è l'enorme diffidenza riscontrata in Sicilia, tra gli stessi attivisti la sola presenza di uno del nord è inizialmente vista come cosa poco gradita, è diffusa una certa malfidenza nei confronti di chi non convive quotidianamente con la mafia, ma superata la crosta iniziale si entra in un vortice di impegno e lotta da cui sarà impossibile liberarsene per tutta la vita.»

Fotografie di Davide Ferrario.


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