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Non sono solo i giovani sbandati a fare uso di sostanze. Tre testimonianze molto vicine a Monza

 

L

a crisi finanziaria è colpa (anche) delle droghe. Solo un'uscita a effetto? Non tanto, visto che a farla a Il Mondo è un esperto di livello internazionale come Silvio Garattini, direttore dell'Istituto Farmacologico Mario Negri di Milano. Partendo dal principio che ogni droga lascia tracce nelle urine e che il loro volume complessivo si può misurare dagli scarichi fognari, l'Istituto ha tentato l'esperimento con la cocaina, analizzandone la presenza nelle acque reflue che arrivano al depuratore di Nosedo. Risultato: sotto la Madonnina si consuma mediamente un chilo di "bamba" al giorno, con punte di uno e mezzo nei finesettimana. Una media di 12mila dosi al giorno. E lo stesso discorso si potrebbe fare per Londra, Parigi, New York, Barcellona.

Ma cosa c'entra la crisi? C'entra. Perché i consumatori principali non sono i ragazzini discotecari alla Johnny Groove o il personaggio, ormai quasi scomparso, del tossico anni Settanta, disadattato e marginale. Sono imprenditori, manager, analisti finanziari, professionisti. Che si fanno per tenere i ritmi della crescita ad ogni costo. Magari perdendo lucidità e senso del limite. E che alla tradizionale coca negli ultimi anni hanno affiancato una gamma sempre più vasta di sostanze di sintesi. Per aumentare le performance professionali, per stare svegli a divertirsi tutto il weekend, o anche per migliorare le prestazioni in palestra. Sì, perché esibire comunque un fisico perfetto e una forma smagliante, nonostante gli stravizi, è un must per chi vuole (e ha bisogno di) sentirsi "arrivato".

Un problema solo della metropoli milanese, lontana da Monza culturalmente e sociologicamente, anche se non geograficamente? Non proprio. E non solo perché qui in Brianza, ad Appiano Gentile, abbiamo uno dei più noti rehab italiani per Vip, Le Betulle: 700 euro al giorno, come racconta ancora Il Mondo, per farsi curare in una villa immersa nel verde, nella massima discrezione, sotto la diagnosi generica di "disturbi della personalità".

Ma anche perché il problema riguarda anche diversi "nuovi monzesi" che, magari visti un po' come dei marziani dai monsciasch doc, fanno comunque ormai parte a pieno titolo del tessuto sociale della città. Tre di loro ci hanno raccontato le loro storie.

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M

ichele (i nomi sono ovviamente fittizi) è un 43enne nativo di Brescia. Al culmine di una brillante carriera nella moda milanese ("ma come commerciale", ci tiene a precisare) approda un paio d'anni fa a Monza per lavorare nella sede centrale italiana di una nota multinazionale di abbigliamento sportivo e prende in affitto un piccolo appartamento a San Fruttuoso. "Appena posso però scappo a Desenzano, dove ho la mia 'vera' casa," aggiunge, "per godermi la mia terrazza con vista lago". Per Michele la priorità uno è la professione. "Dopo un paio di scelte sbagliate, ho rinunciato all'idea di farmi una famiglia. Ma ho una vita sociale molto piena. Durante la settimana, tanta palestra, molto cinema, spesso a cena fuori. Per i weekend, la mia ricetta è: alternarne due di riposo assoluto a uno di trasgressione". Per Michele, come per tanti 30-40enni rampanti di tutta Europa, questo significa partecipare spesso (anche una volta al mese) a uno dei cosiddetti circuit party, le nottate (e mattinate) in discoteca organizzate in giro per il continente da vere e proprie società specializzate. Tra i più attivi i gruppi spagnoli, autori di alcuni tra gli eventi più rinomati e affollati del continente a Ibiza, Barcellona e Madrid. Ma anche Londra, Parigi, Bruxelles, Amsterdam, Berlino sono mete molto gettonate. Complici anche le low cost.

"La mia è la filosofia anglosassone del 'work hard, play hard'. Quando vado a un party, ballando musica house per 10-12 ore scarico tutte le mie tensioni. Le droghe? Sono indispensabili per restare attivi tutto quel tempo. E, perché no, annullano le inibizioni e aiutano a socializzare. Chi dice che bisogna scindere il discorso discoteche da quello droghe è un ipocrita: tutti sanno che le sonorità e gli effetti della musica house, le luci psichedeliche, sono fatti apposta per amplificare gli effetti delle droghe chimiche. La musica la senti dentro, nella pancia, e non puoi non ballare". Niente coca però perché, spiega Michele, "ti ingessa", cioè, specie ad alte dosi, rende lenti e impacciati i movimenti e quindi è poco compatibile con l'euforia del dancefloor.

"Quella va bene per una serata di chiacchiera con gli amici o per ravvivare un incontro di sesso. In discoteca la droga principe rimane l'ecstasy: economica - dieci euro a pasticca da noi, cinque in Spagna -, facile da nascondere addosso e da prendere, relativamente sicura". Ma la scelta è vasta. I più scafati prendono direttamente l'Mdma, cioè il principio attivo delle "paste". Una polvere incolore e inodore che si può sciogliere in acqua e bere, o deglutire avvolta in un pezzo di cartina che si scioglie nello stomaco. Non solo l'effetto è maggiore, ma si evita di ingerire gli eccipienti che sono la causa principale dei malori: le pastiglie sono spesso preparate in casa da studenti di chimica e tagliate con un po' di tutto, dal borotalco alla calce. "Poi c'è la ketamina, nota semplicemente come 'K'. In teoria è un anestetico per uso veterinario che normalmente si presenta in forma liquida. Opportunamente 'cucinata', diventa una polvere bianca che si aspira come la cocaina. A volte le due droghe vengono prese insieme in un miscuglio soprannominato CK. Dà un senso di moderata euforia e di benessere e soprattutto rafforza l'effetto dell'ecstasy".

Anche se conosce bene i rischi legati all'uso prolungato, Michele non si sente dipendente: "Mi sono dato regole molto precise e le rispetto sempre. La prima è di non mischiare mai le droghe con l'alcool. Con le sole droghe chimiche rimani lucido, anche se sei 'fuori', e se non eccedi nelle quantità sai sempre quello che stai facendo. Sei solo più energico, più euforico, hai voglia di ballare, parlare, conoscere gente. La seconda regola è di non assumere mai droghe fuori dalla discoteca. Sono una parentesi che apro e chiudo durante i miei weekend in giro per party: durante la settimana non ci penso mai".

D

aniele, soglia dei 40 appena passata, è invece un brianzolo expatriate: "Sono nato e cresciuto a Verderio. Qualche anno fa, durante una vacanza in Kenya, ho conosciuto una ragazza di Torino. Un colpo di fulmine. Dopo pochi mesi, ho ceduto l'attività che avevo a Villasanta e mi sono trasferito là per vivere con lei, aprendo un negozio di abbigliamento. Dopo qualche anno la storia è finita ma ormai la mia vita, almeno quella lavorativa, rimane lì". Anche Daniele ha rinunciato all'idea di famiglia per puntare su socialità e, soprattutto, lavoro, grazie anche al suo spirito imprenditoriale tipicamente brianzolo. "Tutti mi dicevano che ero pazzo ad aprire un negozio, mentre gli altri chiudevano sotto la pressione degli outlet e dei centri commerciali. Ma le mie intuizioni si sono rivelate giuste: collocare il negozio in una via commerciale, ma non in centro in concorrenza con le griffe, e puntare su un mix di prodotti firmati e di pronto moda con il mio marchio, su cui ho molto più margine". Oggi il suo negozio è meta anche di calciatori e personaggi noti e il suo marchio è un must per la Torino-bene.

Anche Daniele frequenta i circuit party, ma la sua meta preferita è Londra. "Ho molti amici là, quasi tutti italiani che si sono trasferiti per lavoro. Non i classici camerieri di pizzeria ma manager della city, con stipendi a molti zeri. In sterline. Per ora non sembrano risentire della crisi e farci i nostri weekend di party una o due volte al mese continua a non essere un problema, neanche in una città costosa come Londra". Anche per Daniele il binomio party-droghe è assolutamente naturale. "Ecstasy e ketamina, certo. Ma anche Ghb e Gbl". Il Ghb (gamma-idrossi-butirolattone) è nato come medicinale contro l'alcolismo, ma in dosi più alte produce effetti simili all'ecstasy, anche se con una progressione più lenta. In questo nasconde un'insidia maggiore, però: "la dose efficace è pericolosamente vicina a quella eccessiva. A causa della lentezza dell'effetto, a volte la gente continua ad assumerlo perché sembra che non stia 'salendo' niente. Così arriva facilmente alla dose-limite e incorre nel suo peggiore effetto collaterale, la narcolessia: si può cadere addormentati nel giro di frazioni di secondo, senza preavviso, anche mentre si sta ballando". Con il rischio di farsi anche male cadendo.

Da qualche anno il Ghb è stato inserito in tutta Europa nelle tabelle degli stupefacenti ed è diventato più difficile trovarlo. Facilissimo invece procurarsi il suo precursore, il Gbl (gamma-butirolattone): è un composto chimico utilizzato in un'infinità di lavorazioni industriali e quindi acquistabile tranquillamente, anche su Internet. "Poi basta combinare, a casa propria, il Gbl con della soda caustica in proporzioni date e si ottiene di nuovo il Ghb". Basta un fornello, un pentolino, un prodotto che si trova in qualsiasi supermercato e delle semplici istruzioni reperibili sul web. "C'è chi comunque non si fida a fare la reazione da sé, specie tra i ragazzi più giovani, e preferisce buttare giù direttamente il Gbl diluito in un po' di succo di frutta: il lavoro della soda caustica lo fanno gli acidi dello stomaco, ritrasformandolo in Ghb". Prima di arrivare nello stomaco, però, il Gbl - un potente corrosivo - deve passare dalla bocca, dalla gola, dall'esofago. Con le conseguenze che possiamo immaginare.

Neanche Daniele si considera un dipendente. "C'è stato un periodo, dopo che la mia compagna mi aveva lasciato, in cui avevo preso l'abitudine di consumare cocaina anche durante la settimana. A un certo punto il pusher veniva direttamente in negozio da me quasi ogni giorno e sniffavamo tutti: io, commessi, commesse. Ma mi sono reso conto subito che stavo prendendo una brutta china. Ho troncato nettamente e mi sono letteralmente chiuso in casa per mesi, a parte il lavoro, finché non sono stato sicuro di non cadere più in tentazione. Oggi il 'circo', come chiamiamo noi in gergo i weekend di party in discoteca e droghe, per me è solo un diversivo in una vita appagante, ma molto stressante".

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iversa da entrambe la storia di Marco. Un metro e 85 per oltre 100 chili, Marco è un body-builder. Ma dimenticate lo stereotipo del borgataro coatto che cerca nel culturismo il riscatto sociale. Bolognese di buona famiglia ("villa sui colli, papà dirigente, mamma casalinga disperata...", scherza lui), poco più che trentenne, Marco ha in tasca una laurea in matematica con 30 e lode e frequenta a Milano un master di analisi finanziaria in una prestigiosa università, che presumibilmente gli aprirà molte porte: "i contenuti del master non sono un granché, ma il tasso di employability dei diplomati è buono. Un utile pezzo di carta, insomma". Ha scelto di stabilirsi a Monza perché "per me che vengo da una città media, è appena un po' meno cara e appena un po' più vivibile di Milano. Del resto, con l'impegno del master non avrei certo tempo da dedicare alla movida milanese". In effetti, gran parte del suo tempo libero Marco lo passa in palestra.

"Certo che uso sostanze chimiche. Tutti da un certo livello in su lo fanno, non solo tra gli agonisti ma anche tra chi vuole raggiungere determinati obiettivi, soprattutto di massa: è un segreto di Pulcinella. Procurarsele è facilissimo. Il mio contatto ha agganci 'che contano' e questo comporta un duplice vantaggio: minore rischio di essere scoperti e prodotti fatti uscire direttamente dalle case farmaceutiche. Quello di incorrere in farmaci contraffatti è uno dei rischi maggiori per chi decide di prendere anabolizzanti".

Marco ha usato le sue basi matematiche per approfondire le conoscenze di chimica. Per ogni sostanza che assume è in grado di descrivere dettagliatamente la molecola, i suoi componenti, i suoi effetti suoi recettori delle cellule. Nonostante la sua stazza, dice di non piacersi quando si guarda allo specchio. È perfettamente consapevole di avere una dipendenza e la sua analisi è lucida: "La mia è una sindrome che gli psicologi chiamano dismorfia: per quanto tu riesca a perfezionare il tuo fisico, ti vedi sempre brutto, gracile, fuori forma. In un certo senso è un disturbo, specialmente maschile, speculare all'anoressia". Un altro aspetto di questa dipendenza è infatti un controllo ossessivo sul cibo. Marco segue una dieta rigidissima ("molta carne bianca, verdure, quasi zero carboidrati"), pesa tutto quello che mangia e segna i valori nutrizionali di ogni alimento su un quaderno per assicurarsi di assumere i quantitativi giornalieri corretti, soprattutto di proteine.

"Tutti gli anabolizzanti, per quanto sofisticati, di base sono esteri modificati del testosterone sintetico. E del testosterone mantengono tutti gli effetti indesiderati: tra le altre cose, moltiplicano in modo esponenziale i rischi di cancro alla prostata e di malattie cardiovascolari e sono tossici per fegato e reni. Io so benissimo di vivere con una pistola puntata alla tempia, ma in fondo lo stesso accade a chi fuma, beve alcool, o mangia in modo non corretto. Con la differenza che io almeno punto a un corpo perfetto, loro vanno incontro allo sfacelo fisico". Marco parla con disprezzo di chi non ha cura del suo corpo e "lo tratta come un semplice contenitore di organi". Ne fa un fatto di distinzione sociale e quasi di status: "Tutte le persone che frequento fanno palestra, anche se non sono body-builder. Non potrei mai frequentare una persona che non curi il suo fisico".

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n manager della moda, un imprenditore del commercio, un brillante laureato con un futuro roseo nella finanza. Se in queste tre storie c'è un denominatore comune, questo sembra essere proprio la pressione sociale. Non si tratta di figure borderline, ma di persone che si sforzano di incarnare (letteralmente) i modelli di successo della società contemporanea. Anche a costo di sacrificare gli affetti e perfino la salute, scaricando lo stress accumulato con valvole di sfogo pericolose e a rischio di dipendenza.

Va da sé che questo dovrebbe portare a interrogarsi seriamente su quegli stessi modelli, eppure il dibattito sul tema appare ancora del tutto marginale. Il dubbio affiora legittimo: il dibattito non monta perché questo non è semplicemente un effetto collaterale di un modello perfettibile. È un elemento costitutivo e funzionale di questo sistema di valori.

Perché il dogma della crescita perpetua si preservi, è necessario che gli adepti vi consacrino ogni loro energia. E che nei pochi momenti liberi non abbiano né il tempo né la voglia di interrogarsi su ciò che stanno facendo. Salvo poi crollare miseramente alla soglia della mezza età per finire in un rehab o essere preda di improbabili conversioni spirituali.

Un'astuzia del potere, dunque? Sì e no. Seguendo la traccia di Michel Foucault, che all'analisi di questi fenomeni ha dedicato molte delle sue energie negli anni Sessanta e Settanta (e dai suoi studi sulla follia, per esempio, derivano conquiste d'avanguardia come la legge Basaglia in Italia), non bisogna lasciarsi ingannare dall'idea di un potere puntiforme, di una persona o un gruppo di persone che agiscono scientemente secondo un piano. Certo, esistono. Ma la natura del potere è più complessa: è reticolare e vettoriale. Ricordate, alle medie, le somme di forze? Più vettori che puntano in direzioni diverse producono una somma che è un vettore unico, la diagonale della figura geometrica che essi formano. Il potere è così, viene percepito da chi lo subisce come una forza singola, con una origine precisa. Ma è in realtà la sommatoria di molte forze diverse e a volte contrastanti. Politiche, economiche, sociali, culturali, mediatiche. Occorre esserne consapevoli se a quel potere si decide di resistere. Se si decide di giocare un ruolo attivo nella società, indipendentemente e anche contro i modelli dominanti, rifiutando i paradisi facili di consolazione.

 


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