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Le "emergenze etniche" raccontate dalla televisione e dai giornali

L

a violenza sessuale ai danni di una coppia romana e gli arrivi di altri migranti a Lampedusa, con contorno di proteste e di prese di posizione di esponenti politici, nella seconda metà di gennaio e a febbraio hanno riportato sulle prime pagine dei maggiori quotidiani italiani, e dei media in generale, due cosiddette “emergenze”: l’emergenza rumeni e l’emergenza immigrazione. Due emergenze che i media hanno più volte collegato fra loro, come dimostrano la prima pagina del “Corriere della sera” del 24 gennaio 2009 e la puntata di “Porta a porta” dedicata prima a Lampedusa e poi alla sicurezza e agli stupri a Roma. Il “link” immigrazione=insicurezza=illegalità=pericolo si è allargato fino ad arrivare a un messaggio subliminale in virtù del quale le donne italiane sarebbero a rischio di essere stuprate soprattutto a causa dell’immigrazione clandestina.
E’ prassi ormai da anni, nei media italiani, accostare l’arrivo di migranti non regolari a fatti di cronaca nera in cui compaiono soggetti di origine straniera: si tratti di incidenti stradali con pirati della strada o guidatori ubriachi, si tratti di violenza carnale, si tratti di attacchi contro il patrimonio (rapine e simili), i media non mancano mai di ricordarci che l’immigrazione alimenta l’insicurezza. Il lettore è così indotto a pensare che se non vi fossero cittadini stranieri – o comunque persone estranee – sul territorio nazionale, saremmo un Paese sicuro, le nostre città sarebbero vivibili e probabilmente potremmo aspirare a diventare una comunità di santi o, male che vada, di beati senza problemi.
L’altro aspetto che è riemerso dalle cronache dello stupro a Roma ai danni della donna – di cui si è reso responsabile un gruppo di delinquenti di nazionalità rumena – è il collegamento fra il delitto e l’origine etnica e nazionale del suo autore. Abbiamo potuto assistere ancora al fenomeno della “etnicizzazione” del crimine, in virtù del quale i giornali italiani presentano un atto violento come prodotto di una certa appartenenza culturale ed etnica. Non è un uomo, un delinquente, un violento a commettere la violenza sessuale ai danni di una donna (o qualche altro delitto), ma è il “rumeno”, il “rom”, lo “straniero”.

I media ci inducono a pensare che i cittadini rumeni, i maschi rumeni (oppure quelli rom), sono pericoli pubblici

La prima conseguenza è che i media ci inducono a pensare che i cittadini rumeni, i maschi rumeni (oppure quelli rom), sono pericoli pubblici o potenzialmente tali. Un tempo vi era la convinzione diffusa – e in alcuni vi è ancora – che i cittadini siciliani fossero mafiosi o comunque a rischio di essere mafiosi. La storia, insomma, si ripete. Ma i media tendono a presentarci un’altra e più inquietante interpretazione della violenza, dell’insicurezza, dello stupro ai danni di una donna: ci fanno credere che un certo atto è “naturalmente” legato all’essenza etnica e culturale di chi lo ha commesso. Vi è una “naturalizzazione” dei comportamenti umani: tu violenti perché sei rumeno, non perché sei un uomo criminale o violento o perché appartieni a un certo ambiente sociale degradato.
Il collegare i comportamenti e persino i gusti alimentari e le abitudini a una base “naturale”, del resto, è tipico della vulgata quotidiana e popolare. Quante volte abbiamo collegato una certa abitudine di un bambino al legame di parentela con un adulto che si comporta allo stesso modo: “Assomiglio a mia nonna, anche lei andava matta per la polenta”, “E’ un egoista come suo padre”, “Sei del mio stesso sangue”. Ricordo un prozio fascista che da bambino mi diceva: “Tu sei un ragazzini generoso, di buon cuore. Non sei capace di fare del male, né sei un bugiardo. Tu sei della mia razza. Con mia moglie, invece, non siamo neanche parenti”. E via di questo genere.
Ora, possiamo anche comprendere il perché di certe convinzioni presenti nella vulgata quotidiana e popolare, dovute a tradizione, ignoranza, pigrizia mentale e culturale, stereotipo, pregiudizio. Diventa grave e inquietante quando quelle convinzioni errate sono fatte proprie dai media. In questo, come giornalisti dimostriamo di non saper filtrare le informazioni, le versioni dei fatti, le interpretazioni. Veniamo meno a quel ruolo di “mediazione” fra la realtà fattuale e il pubblico che è l’essenza della nostra professione. Riveliamo carenze e limiti culturali e nella formazione professionale. Non diamo, infine, un buon servizio al lettore, che viene riconfermato in certe sue visioni parziali; e non viene messo nelle condizioni di formarsi un suo giudizio autonomo e scevro da visioni precostituite.

 


I media danno voce a chi ha già voce: ai politici in primis. Anche nel caso dello stupro a Roma e delle polemiche sul “caso Lampedusa”, lo spazio maggiore lo hanno avuto i politici.

Il limite del giornalismo italiano – del sistema mediatico in generale – di fronte a fenomeni come gli stupri fatti da persone straniere o di fronte all’arrivo di migranti non regolari si palesa anche su un altro versante. Quello delle “fonti” delle notizie. Come abbiamo rilevato giusto dieci anni fa nella nostra ricerca sull’agenzia Ansa (M.Corte, Stranieri e mass media, Cedam, 2002), i media danno voce a chi ha già voce: ai politici in primis. Anche nel caso dello stupro a Roma e delle polemiche sul “caso Lampedusa”, lo spazio maggiore lo hanno avuto i politici. E’ uno spazio che è giusto dare nel momento in cui il politico – abbia egli (o ella) un ruolo istituzionale o di militanza politica – spiega una sua iniziativa, dà una sua versione dei fatti, propone un certo intervento per risolvere un problema. Ma è uno spazio esagerato, inutile e fuorviante, quando il politico ripete parole vuote, versioni già ascoltate, strampalate letture dei fatti, inutili e maliziose interpretazioni e quando toglie spazio a quegli esperti – mondo del sociale, studiosi, soggetti coinvolti nei fatti – che potrebbero aiutarci a capire quanto accade.
Lo spazio che la classe politica e spesso le forze dell’ordine (gli “ufficiali della notizia”) hanno è poi inversamente proporzionale allo spazio che i media concedono a chi conosce il mondo della criminalità, a chi studia per mestiere l’insicurezza e l’illegalità, a chi opera sul campo nel volontariato o nei servizi sociali. Questi soggetti non hanno quasi mai voce, per non dire dei migranti o dello “straniero” che di rado viene ascoltato e – come dimostrano tutte le ricerche condotte su mass media e immigrazione – quasi mai interpellato come “esperto” di un qualche cosa. Va poi evidenziato che se i giornali (e i media in generale) abbondano con lo spazio dedicato a etnicizzare il crimine, a dare voce ai politici, a pubblicare foto e grafici, dall’altro lato non dedicano spazio a inquadrare il fenomeno nel suo contesto sociale e culturale, a incalzare con domande scomode il mondo politico e delle istituzioni (forze dell’ordine incluse), ad approfondire i temi.
Non vi è un servizio al lettore, ma vi è una precisa e forte “autoreferenzialità” dei media, su cui torneremo più sotto parlando del “ciclo della notizia”.
Anche trasmissioni che pretendono di essere “scomode” rispetto al potere – o almeno a una parte precisa del potere – come “Annozero” (su Raidue), condotta da Michele Santoro - mostrano di dare ai servizi giornalistici un taglio da “docu-fiction”, a metà fra il reportage e il drammone popolare. Pur nella professionalità dei servizi e delle immagini, non vi è quel rigore che su altri temi mostra un programma giornalistico di altissimo profilo qual è “Report” (su Raitre). Anche nel caso di “Annovero”, più che a cercare di conoscere e poi di interpretare fatti e problemi, vi è la tendenza a drammatizzare o a creare argomenti “piccanti” che alimentino il dibattito in studio. A rimanere solo e insoddisfatto – dopo tanta attività di spettacolarizzazione dei media – è il lettore, il pubblico, che ci capisce meno di prima, che è confermato nel suo pregiudizio o nella sua ignoranza, e che si accorge di avere aumentato soltanto uno dei suoi sentimenti, a detrimento della ragione: il sentimento della paura.

 

Viene da chiedersi a chi giova un giornalismo che è funzionale al “ministro della paura”, al “governo della paura”. E’ funzionale a vendere più copie o ad avere più ascolti? Non pare proprio, dato che tutti gli studi ci dicono che l’informazione se la passa sempre peggio, sia a livello di vendite di giornali che di autorevolezza dei giornalisti e degli operatori della comunicazione. Un giornalismo funzionale al “ministro della paura” è forse funzionale a routine redazionali che non contemplano più le inchieste meditate e documentate? E’ funzionale a chi sulla paura specula per prendere voti, da un lato, ma soprattutto per fare affari dall’altro?
Ho a volte l’impressione che la paura, l’emergenza immigrazione, l’emergenza sicurezza, il degrado urbano – fenomeni che in parte esistono, che non sono inventati di sana pianta ma che sono molto esagerati in precise direzioni e che sono soprattutto strumentalizzati – recitino la stessa funzione che avevano i dibattiti sul sociale negli anni ottanta. Vi erano alcuni politici, di vari orientamenti, che dettavano l’agenda degli argomenti puntando sui temi della solidarietà, della giustizia sociale, dei diritti economici dei lavoratori e che intanto nelle retrovie gestivano appalti truccati, mazzette, tangenti e si arricchivano. Adesso mi nasce il sospetto che certe posizioni razziste, a cui la stampa dà ascolto amplificandole, siano dell’ottimo profumo per nascondere l’odore degli affari illegali. Affari che alimentano in modo sotterraneo l’illegalità e quindi l’insicurezza reale delle nostre città.
Di fronte al comportamento dei media su notizie come la giovane donna violentata a Guidonia e sulla collegata notizia relativa alla “emergenza Lampedusa” è doveroso chiedersi se i media fanno l’interesse del pubblico dei lettori o di qualche altro soggetto politico e/o sociale. Non mi riferisco soltanto a giornali di partito o schierati con questo o quel soggetto politico, ma proprio ai media “generalisti”: ai giornali d’informazione e alle trasmissioni tv di approfondimento (o che tali vorrebbero essere). Sono evidenti – e la settimana di notizie sugli stupri e sul caso Lampedusa lo dimostra – l’incapacità e la superficialità dimostrate dalla stampa di fronte a fenomeni tanto inquietanti e tanto importanti. Noi lettori siamo usciti dal “ciclo della notizia” sapendone ancor meno di quando siamo entrati nel ciclo della notizia. Anzi, proprio quando speravamo di saperne di più, siamo rimasti delusi.
Il ciclo della notizia degli stupri – che ha avuto una durata di circa una settimana – ha dimostrato di essere più funzionale agli interessi e al punto di vista dei giornalisti, che a quelli dei lettori. Si è partiti con una notizia non troppo gridata dello stupro, a Guidonia, ai danni di una donna; si è poi passati alla notizia di uno stupro ai danni di una coppia e nel momento in cui è trapelato che i criminali violentatori potevano essere stranieri, la notizia ha avuto il massimo del suo sviluppo: l’evento è stato subito collegato alla sicurezza nelle città, qualche giornale ha inserito le proteste dei cittadini della zona dove è avvenuta la violenza e ha inserito nella rappresentazione anche le proteste contro i campi rom, il tema dell’immigrazione clandestina e gli sbarchi di altri migranti a Lampedusa. I media anziché aiutarci a capire, si sono comportati come frullatori che tutto mescolano e tutto esaltano per creare una “insalata russa” delle notizie, il cui sapore e il cui interesse si sono stranamente spenti quando i violentatori di nazionalità rumena hanno cominciato a confessare e a parlare delle ragioni della loro azione criminale.
Proprio nel momento in cui sarebbe stato interessante capire perché quegli uomini hanno violentato; quando sarebbe stato interessante sondare il loro ambiente, le loro motivazioni (personali, culturali, di gruppo) per cogliere il significato di un gesto tanto orrendo quale la violenza sessuale, proprio in quella fase l’attenzione è calata e si è passati ad altro.
La battuta del premier Silvio Berlusconi sulle “belle ragazze” italiane e le violenze sessuali ha poi riportato in primo piano le polemiche della classe politica. A tutto questo ha fatto seguito una serie di dichiarazioni divergenti del ministro degli interni, Maroni, e del presidente della commissione antimafia, Pisanu, sollecitate da due elementi: la violenza razzista contro un cittadino indiano senza fissa dimora; la ripresa del tema della sicurezza collegato all’immigrazione clandestina.

 

L’informazione si è chiusa allora in un corto circuito da cui sono emerse spiegazioni affrettate e superficiali di quanto era accaduto

L’informazione si è chiusa allora in un corto circuito da cui sono emerse spiegazioni affrettate e superficiali di quanto era accaduto; e poche chiavi interpretative. Un dato è risultato certo: l’ennesima criminalizzazione della “diversità” etnica e culturale, funzionale ad alcune azioni di propaganda politica.
Ma, oltre alla polemica politica di cui i media si sono fatti strumento passivo e manipolato, vi è un altro aspetto che merita di essere evidenziato: il diverso modo che i media hanno di dare la notizia di una violenza carnale, a seconda che il violentatore sia italiano o straniero. Nel caso in cui il violentatore sia italiano, i media presentano il protagonista del fatto di violenza come una “persona”: un giovane, un uomo, un ragazzo (da solo o in gruppo), un operaio, un muratore (quasi mai… un imprenditore o un professionista) senza alcuna altra connotazione etnica o culturale. Nel caso in cui il violentatore sia straniero, i media presentano il protagonista del fatto di violenza come “rumeno”, “marocchino”, “immigrato”. E’ quanto accade, del resto, anche per le notizie sugli incidenti stradali provocati dai pirati della strada: se il guidatore è italiano ci si concentra sulla dinamica dell’incidente, se è straniero o comunque “diverso” (un rom, ad esempio) ci si concentra sull’autore del reato.
Perché questo accade? Quali riflessi ha tutto questo sul pubblico dei lettori e sulla pubblica opinione? Spiegare perché i media propongono una “visione etnica” del crimine o dell’illegalità non è facile. Un’ipotesi plausibile è che, al traino degli altri giornali, una certa testata giornalistica consideri l’appartenenza etnica come un elemento che rende un certo fatto più notiziabile, più appetibile per il lettore: come se la violenza carnale commessa da un professionista italiano fosse “meno interessante” della violenza sessuale commessa da un cosiddetto “extracomunitario”. Un’altra ipotesi che mi sento di sostenere è quella della “presunzione culturale” dei giornalisti: io, giornalista e “sacerdote della notizia”, unico interprete dell’interesse o meno che un fatto ha agli occhi del lettore, individuo in un evento o accadimento il segnale o la spia di un problema sociale. In questo caso, il giornalista si propone come una specie di “sociologo di tutti i giorni”, con la differenza che rispetto ai sociologi non utilizza alcuna seria metodologia di indagine, non applica alcun metodo scientifico di studio della realtà sociale, ma si affida al “fiuto giornalistico”. In questo particolare caso, il giornalista si pone come uno “stregone della notizia”, in grado di leggerla e interpretarla come specchio di una più vasta realtà sociale.

Il “branco di rumeni” violenta la donna italiana a Roma? Lo “stregone della notizia” legge quel fatto come la spia che i “rumeni”, uomini soli senza patria né bandiera né diritto di cittadinanza, sono un pericolo pubblico per le donne italiane.

Il “branco di rumeni” violenta la donna italiana a Roma? Lo “stregone della notizia” legge quel fatto come la spia che i “rumeni”, uomini soli senza patria né bandiera né diritto di cittadinanza, sono un pericolo pubblico per le donne italiane.
Una terza ipotesi da valutare, è che la cronaca nera sia sfruttata a fini politici. Negli anni settanta era la cronaca sociale e culturale ad essere impiegata per accreditare una certa visione del mondo. Adesso il “potere d’interpretazione sociale” viene lasciato alla cronaca nera. Con tutto il rispetto per i colleghi giornalisti che fanno bene la cronaca nera, è come se l’analisi sociologica fosse lasciata ai poliziotti e ai carabinieri. “Ciascuno per il proprio mestiere”, verrebbe da dire, senza nulla togliere al preziosissimo (e mal pagato) lavoro delle forze dell’ordine; e al sacrificio e alla professionalità di chi fa cronaca nera.
L’uso politico dell’immigrazione è un fatto con cui dobbiamo fare i conti e che è il caso di denunciare, perché sta minando le basi del confronto civile e culturale su un passaggio storico della nostra società. In questo, i media sono fedeli alla propria tradizione. Come ci ricordano gli studi di Carlo Sorrentino (a partire da “I percorsi della notizia”, Baskerville editore, 1995), il legame dei giornali con la politica segna la storia del giornalismo italiano, più portato – anche per questo - alla narrazione paraletteraria che all’indagine puntuale, sociale e rigorosa di quanto accade.
Quali riflessi ha sull’opinione pubblica una “rappresentazione etnica” dell’illegalità e della violenza? Gli studi sulla comunicazione attraverso media (Wolf, Teorie delle comunicazioni di massa, Bompiani, 2001) ci ricordano che la cultura personale e le relazioni sociali del lettore di un giornale influenzano in modo determinante il modo di recepire i messaggi tramessi dai mezzi di comunicazione di massa. Tuttavia, va sottolineato che una capillare e insistita “visione etnica” del crimine non può non portare a guardare in modo pregiudiziale i cittadini stranieri. Possiamo sperimentare su di noi quest’influenza, riflettendo sui pregiudizi e gli stereotipi che abbiamo nei confronti dell’Altro straniero. L’azione criminalizzante dei media, l’azione escludente e di condanna senza appello nei confronti del “rumeno”, del “marocchino” o dell’albanese (e via dicendo), porta senza ombra di dubbio a una svalutazione della comunità rumena, marocchina o albanese; e di coloro che vi appartengono.
I media, in questo senso, negano il valore della “persona”, la sua unicità individuale, la responsabilità singolare e personale che si accompagna a ogni compiuta. Come ho avuto modo di scrivere ai tempi di “Stranieri e mass media”, il mondo dell’immigrazione e dell’alterità viene presentato dai media come una massa nebulosa e indistinta, che oscilla fra la pietà e la criminalizzazione. In questo, i mezzi della comunicazione sociale – radio, tv, giornali e certa parte del web – si fanno complici di forze sociali e politiche che vogliono negare la dignità umana per interessi economici e politici.
Tornando alle vicende di cronaca che hanno animato i media tra l’ultima decade di gennaio e la prima decade di febbraio del 2009, resta un’ultima domanda: ha avuto un qualche effetto sui media la “Carta di Roma” sottoscritta dall’Ordine dei giornalisti e dalla Federazione nazionale della stampa nel giugno 2008? La risposta è solo in parte negativa. In situazioni di normalità, possiamo notare un diverso atteggiamento dei media nei confronti dello “straniero”, una maggiore sensibilità, una qualche forma di rispetto. Quando si passa a situazioni di “stress redazionale” e informativo – il grande fatto di cronaca nera – allora la “sindrome di Erba” torna a farsi sentire. E la tentazione di dare addosso al “tunisino di turno” diventa forte. Quasi impossibile da evitare.

Sulle ragioni di questo comportamento dei media è quanto mai doveroso interrogarsi. Dovrebbero farlo soprattutto coloro che, a livello economico e politico, oggi beneficiano delle campagne anti-stranieri; e che si sfregano le mani, soddisfatti, incassando gli utili della “impresa della paura”.

Dal sito del CESTIM
Per gentile concessione dell'autore

Maurizio Corte collabora con il Centro Studi Interculturali (CSI) dell'Università degli Studi di Verona, diretto dal professor Agostino Portera. Si occupa di Pedagogia Interculturale, comunicazioni di massa e comunicazione pubblica, interculturale e sociale.

E' membro del Comitato Scientifico del Master in Comunicazione Interculturale e Gestione dei Conflitti.
E' professore a contratto alla facoltà di Lettere e Filosofia, triennale di Scienze della Comunicazione e specialistica di Giornalismo, dell'ateneo veronese.
Ed è docente di Comunicazione e Giornalismo Interculturale al Master CSI.

 

Secondo i numeri forniti dal ministero dell'Interno solo il 7% dei violentatori è romeno, il 6% marocchino

Stupri, i dati del Viminale
"Il 60% opera di italiani"

ROMA - Gli autori delle violenze sessuali sono italiani in più di sei casi su dieci. E' il dato reso noto dal Viminale durante un convegno dedicato alla violenza sulle donne, che si è tenuto oggi a Roma. Il ministero dell'Interno ha detto che gli autori di stupro sono di nazionalità italiana nel 60,9% casi. Solo il 7,8% dei violentatori, invece, è romeno, mentre il 6,3% è marocchino. Il ministero precisa poi che le vittime sono donne nella gran parte dei casi (85,3%) e che nel 68,9% dei casi sono di nazionalità italiana.

I numeri sono nazionali, ma ci sono anche dati relativi alle singole zone e città. "Vicino Roma il dato cambia", ha sottolineato il capo di gabinetto delle Pari opportunità, Simonetta Matone. Rimane la prevalenza degli italiani, ma nei dintorni della capitale la percentuale scende "al 48%", mentre quella dei romeni "sale al 28%".

Dalle informazioni a disposizione del Viminale si evidenzia anche che a Milano, ad esempio, le violenze sessuali sono diminuite nel triennio 2006-2008: si passa dai 526 episodi del 2006 ai 480 del 2008. Anche qui però prevalgono gli italiani tra gli autori del reato: nel 41% dei casi denunciati il responsabile è cittadino italiano, nell'11% romeno, nell'8% egiziano e nel 7% marocchino.

A Bologna il fenomeno ha fatto registrare un netto calo, passando da 179 episodi nel 2006 a 139 nel 2008. Con rifeimento alla nazionalità degli autori, risultano nel 47% dei casi italiani, nell11% dei casi marocchini e nel 10 % romeni.

Matone ha annunciato che il governo si appresta a lanciare il piano nazionale anti-stupri, con una serie di interventi nelle scuole e "corsi di formazione di base per tutti i corpi delle forze dell'ordine, polizia, carabinieri e guardie di finanza, destinati a trattare la violenza sessuale e quella in famiglia".
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