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Quali sono i riflessi sociali di una rappresentazione etnica della realtà?
COSPE e NAGA provano a dare una risposta

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aurizio Corte, autore dell’articolo che pubblichiamo per intero a questo link, si chiedeva qualche anno fa nel suo “Stranieri e mass media” fino a che punto i mezzi di comunicazione contribuiscano alla creazione di sentimenti di accettazione, o dall’altra parte di barriere, nei confronti degli immigrati. Oggi la domanda è più specifica. Il link immigrazione=insicurezza= illegalità=pericolo proposto dai media si è allargato fino a giungere ad una “etnicizzazione” del crimine. Quali sono i riflessi sociali di una rappresentazione etnica della realtà? Partendo dal presupposto che il modo in cui le notizie vengono recepite dipende dalla cultura personale, dal contesto sociale in cui si vive e dalle relazioni che si hanno, non è banale domandarselo.

Un primo lavoro di ricerca documentato sull’argomento è stato svolto dall’OIL (Organizzazione Internazionale per il Lavoro) del 2004. Mettendo a confronto un italiano e uno straniero in situazioni tipo tramite il cosiddetto “discrimination testing” si è cercato di documentare l’atto di esclusione razzista nel preciso momento in cui avviene, ad esempio nel momento dell’assunzione di un lavoratore o dell’affitto di una casa. Allo scopo si è fatto uso di due attori di diversa provenienza etno-razziale, nazionale e/o religiosa dotati dello stesso curriculum (nel caso della ricerca di lavoro) o che esprimono le stesse esigenze (nel caso di ricerca di una casa in affitto). Dopo aver risposto agli annunci di lavoro o di affitto, sono state calcolate le risposte positive o negative ricevute. I risultati dell’indagine realizzata in Italia mostrano che è confermata l’esistenza “di ciò che fino ad allora veniva negato: esiste una discriminazione a danno delle persone immigrate nell’accesso al lavoro quantificata nella misura di un tasso di discriminazione del 41% (contro un 36% per la Spagna, 33% per il Belgio, 19% per la Germania e 37% per l’Olanda).

Un’altra ricerca, questa volta del COSPE ( Cooperazione e Sviluppo Paesi Emergenti ) e disponibile al link http://www.naga.it/naga_cospe.html può essere utile e fornire qualche spunt per comprendere il fenomeno della discriminazione. Per un periodo di 35 giorni (dal 24 ottobre 2008 al 28 novembre 2008) sono state monitorate le notizie relative a episodi di discriminazione comparse su 25 testate nazionali e 23 locali, oltre alle edizioni cittadine/regionali di testate a diffusione nazionale, 3 agenzie di stampa e diversi siti web (9 indipendenti e 16 emanazione delle stesse testate).
I risultati mostrano che su un totale di 48 atti registrati, 30 sono contro la persona, 10 riguardano graffiti o scritte murali, 6 minacce verbali e in 2 casi si tratta di atti di ostilità contro insediamenti rom. Guardando agli autori, in 22 casi si tratti di gruppi di 2 o più persone, mentre solo in 8 casi chi agisce lo fa da solo. Sorprende che in 11 casi a discriminare siano le istituzioni, cioè amministrazioni comunali che discriminano gli immigrati attraverso circolari e specifiche disposizioni che attuano la negazione di diritti, come la residenza, e benefici, come il bonus bebè.

Per quanto riguarda la nazionalità delle vittime, è il continente africano la macroregione più “rappresentata” in questa speciale classifica. Ma se guardiamo al singolo paese, è la Romania ad essere in testa.

Le fasce d’età più colpite sono quella dei “giovani”, con il 32% dei casi, e quella degli “adulti”, con il 29%. Marginali gli episodi contro minorenni e ultrasessantenni. Le definizioni “giovane” e “adulto” non si riferiscono a fasce d’età precisamente definite, ma corrispondono alla terminologia comparsa sui giornali.

La regione più colpita da episodi di violenza risulta essere il Lazio, con 11 casi, che comprendono graffiti, scritte antisemite (solo a Roma) e, soprattutto, aggressioni violente che nella capitale hanno una preminenza assoluta (6 casi). Seguono a ruota la Lombardia (con 6 episodi in tutto, 2 casi di violenza e 4 di razzismo “istituzionale”) e Toscana e Veneto con 5 a testa.

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Foto da repubblica.it

Lo studio si è concentrato anche sul linguaggio utilizzato per descrivere gli episodi. Gli autori notano che gli articoli tendono a enfatizzare aspetti che insistono sul grado di integrazione delle vittime di origine straniera. Nel 21% dei casi la vittima è identificata e/o descritta utilizzando aggettivi di nazionalità, indicandone la cittadinanza o facendo riferimento al paese d’origine, mentre le stesse scelte terminologiche solo nell’8% dei casi riguardano l’aggressore. Altro elemento interessante nel confronto vittima-aggressore è la scarsa propensione dei giornalisti a utilizzare la professione della vittima (6% dei casi) rispetto all’aggressore. Sono dati significativi, ma che testimoniano comunque una certa attenzione, almeno a livello formale, nei confronti dell’argomento. Come sottolineava Corte nell’articolo citato, dopo la “Carta di Roma” sottoscritta da Ordine dei Giornalisti e Federazione Nazionale della Stampa (FNSI) nel giugno 2008, può notare, “in situazioni di normalità, un diverso atteggiamento dei mass media nei confronti dello straniero, una maggiore sensibilità, una qualche forma di rispetto. Quando si passa però a situazioni di stress redazionale e informativo – il grande fatto di cronaca nera – allora la “Sindrome di Erba” torna a farsi sentire. E la tentazione di dare addosso al tunisino di turno diventa forte. Quasi impossibile da evitare”.

Altro studio interessante e ben documentato è quello, recentissimo, realizzato a gennaio 2009 dal Naga, un’associazione di volontariato nata a Milano nel 1987 e disponibile allo stesso link. Naga si occupa di fornire assistenza, anche sanitaria, a tutti i cittadini stranieri nonché ai cosiddetti “nomadi” che vi si rivolgono in cerca di aiuto. Sulla base di un campione di 271 uomini e 216 donne ( età media 33 anni), lo studio ha indagato le esperienze, i legami, le paure degli stranieri nel territorio di Milano e provincia. Il risultato, si legge, è che affrontare il fenomeno dell’immigrazione raggruppando la varietà di cittadini immigrati nel sottogruppo “stranieri” è “sociologicamente sbagliato e politicamente controproducente. […]Non esistono gli “stranieri” quanto piuttosto singoli individui caratterizzati da speranze, paure, aspettative e biografie completamente differenti”.

Le ragioni stanno nel fatto che, esclusi i gruppi etnici che nel tempo hanno costruito una forte identità di gruppo come in parte hanno fatto i filippini oppure i cinesi, l’immigrazione è vissuta nella maggior parte dei casi in maniera individualistica, senza reti di appoggio che non siano quelle familiari o degli amici. La tendenza a vivere “da soli” l’esperienza migratoria ha privato gli “stranieri” del senso di appartenenza a una comunità: una delle conseguenze è che gli abusi nei loro riguardi non vengono percepiti come tali. A fronte di un’incidenza media del 30% di atti di sopraffazione, si legge nel rapporto, “la percezione critica (degli episodi di abuso, ndr) è fortemente sottodimensionata nei racconti”. La spiegazione risiederebbe in un processo di autopercezione negativa interiorizzata da parte degli immigrati: anni vissuti in assenza di diritti e tutele, in condizione spesso di solitudine e precarietà, hanno lasciato il segno portando a uno svilimento della propria vita o della propria persona.

I diritti di cittadinanza in Europa e in Italia sono rigidamente incardinati sulla condizione lavorativa, che diventa la condizione preminente per accedere al permesso di soggiorno, che garantirebbe diritti e assistenza. I riflessi si riscontrano nelle paure dei migranti: il 69% teme di perdere il lavoro ( e tornare irregolare), il 76% ha paura di ammalarsi (e quindi perdere il lavoro). Prosegue il rapporto: “L’insieme delle due cose è deleterio, perché può determinare uno “scivolone” potenzialmente irrimediabile nella biografia di un migrante. Se, infatti, l’aspettativa è quella di ottenere prima o poi un regolare permesso di soggiorno, allora il timore che il proprio corpo non sia più in grado di produrre lavoro genera una doppia paura: l’allontanamento dalla possibilità di lavorare e, conseguentemente, dalla possibilità di produrre reddito e regolarizzarsi. “Problemi di salute=probelmi di lavoro” ha sintetizzato efficacemente una donna boliviana di 32 anni.

Per quanto riguarda la domanda “cosa ti dà sicurezza?” significativamente il 63,6% risponde “avere i documenti in regola” (cioè il permesso di soggiorno, ndr). Il possesso del permesso risolve a cascata tutta una serie di altri problemi a partire da quello dell’assistenza sanitaria, che pure fino a qualche settimana fa era garantita senza obbligo di segnalazione da parte dei medici all’autorità.

Ma il dato più significativo in prospettiva è che per il 65% degli intervistati la vita in Italia è cambiata negli ultimi anni. In peggio. Gli stranieri del campione denunciano la percezione di un diffuso senso di diffidenza e criminalizzazione nei loro confronti.

Si tratta di dati significativi, attualissimi. Da non sottovalutare. Forse ancora di più in considerazione del recente decreto legge del Governo che istituisce ronde autogestite (il controllo delle prefetture appare come la classica foglia di fico) di cittadini. Il rischio di reazioni impreviste, di un effetto a catena che alimenti la violenza, è reale. Le sfide che la società impone nei confronti della multiculturalità sono difficili. Ma, parafrasando Voltaire, che ricordava come “le streghe hanno smesso di esistere quando noi abbiamo smesso di bruciarle”, un domani più sereno si costruisce con le scelte assennate di oggi.


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