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Due parole ricorrono continuamente nel piano per la scuola del Ministero dell’Istruzione: “razionalizzazione” ed “essenzializzazione”. Due parole chiave per comprendere lo spirito del Piano Programmatico per l’attuazione dell’art. 64 del DL133/08 (o Piano Gelmini-Tremonti, per semplificare).

Bisogna “razionalizzare” ed “essenzializzare” tutto nel mondo della scuola: piani di studio, indirizzi, discipline, carichi orari e, naturalmente, risorse umane. Il risultato finale di questo sforzo sarà una sottrazione di 7,8 miliardi di euro all’istruzione ed un taglio di 87.341 docenti nel triennio 2009-2012 e di 44.500 lavoratori ATA. In totale 131.841 persone.

Per cominciare, si interviene ridimensionando l’orario scolastico e aumentando il rapporto alunni/docenti in tutti gli ordini e gradi di scuola.

Scuole dell’infanzia aperte solo di mattina e così le primarie, dove i bambini, affidati ad un unico insegnante, fanno lezione per 24 ore settimanali. Il tempo pieno, che comunque non può superare le 30 ore settimanali, resterà solo se richiesto dalle famiglie, ma nei limiti dell’organico assegnato e delle risorse dei singoli istituti, “in ogni caso senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica”. Nella secondaria di I grado le ore settimanali scendono da 32 a 29. Tre ore in meno anche per gli istituti tecnici e professionali, dove vengono abolite le sperimentazioni e ridotti gli indirizzi. Per loro e per i licei artistici e musicali, tetto massimo di 32 ore a settimana. In tutti gli altri licei, infine, le lezioni non superano le 30 ore a settimana.

A questo punto l’aritmetica dei tagli al personale della scuola è facilmente calcolabile, oltre che equamente ripartita. La riduzione delle ore settimanali di lezione e la formazione di classi fino a 35 alunni comporterà infatti un taglio di 30.067 posti nella scuola primaria, di 29.740 posti nella scuola media e di 27.593 docenti nella secondaria superiore.

La “razionalizzazione” interviene poi sull’intera rete scolastica, riorganizzata in base al numero di alunni. 700 istituzioni scolastiche con meno di 300 alunni e 1.900 istituzioni scolastiche che hanno tra i 300 e i 500 alunni vengono accorpate, in modo tale che il numero complessivo degli alunni sia compreso tra 500 e 900. I plessi con meno di 50 alunni – sono circa 4.200 - chiudono i battenti. Alle Regioni e agli Enti Locali spetterà il compito di attivare tutti gli interventi di supporto per l’edilizia scolastica e i trasporti necessari.

La semplificazione della rete scolastica consente di ridurre “sia il numero delle istituzioni scolastiche che quello delle sezioni staccate, dei plessi e delle succursali, con conseguente riduzione del fabbisogno di personale ATA”. Così nel giro di tre anni, 44.500 persone, tra dirigenti, assistenti tecnici e amministrativi e collaboratori scolastici saranno in esubero.

E i docenti di ruolo che si ritrovano ad essere in esubero che fine fanno? Stando a quanto scritto nel decreto, vengono inseriti in classi di concorso più ampie, accorpate per “matrice culturale e professionale, ai fini di una maggiore flessibilità nell’impiego”. Altri, ancora, sono utilizzati per funzioni diverse dall’insegnamento, mentre quelli non idonei all’insegnamento per motivi di salute vengono trasferiti in amministrazioni diverse dall’istruzione.

L’altra manovra sulla scuola è contenuta nel DL137 del 1 settembre 2008, di prossima approvazione al Senato. Quello del famoso grembiulino, per intenderci, di cui però non c’è traccia nel testo di legge, che invece prevede il ritorno al maestro unico e ai voti espressi in decimi.

Le associazioni pedagogiche italiane - Siped-Sird-Cirse-Siref - in un documento collettivo hanno bocciato il decreto, giudicandolo anacronistico e pedagogicamente sbagliato. “Il modulo organizzativo della scuola primaria – scrivono nel documento – prevedendo tre docenti su due classi, ha consentito ai docenti stessi un progressivo approfondimento dell’ambito disciplinare insegnato[…], una misura che è andata nella direzione di un irrobustimento dell’alfabetizzazione di base, oltre a garantire una pluralità di punti di vista preziosa per sviluppare l’intelligenza nella molteplicità delle sue forme”.

Ma è un vastissimo movimento di lavoratori della scuola a dirsi contrario all’intera manovra.

Si moltiplicano di giorno in giorno i forum e i blog di insegnanti in rete; nascono coordinamenti e comitati nelle scuole, in molte delle quali gli stessi Collegi dei docenti hanno già approvato mozioni in cui dichiarano la propria contrarietà a “interventi che non rispondono ad alcun principio pedagogico né risolvono emergenze educative, ma si collocano semplicemente nella logica dei tagli di spesa pubblica con un accanimento inspiegabile verso la scuola statale”.

Eppure, ancor più che i decreti 133 e 137, a preoccupare molti insegnanti è il disegno di legge Aprea, in discussione alla Camera. Secondo Claudio Nicrosini, docente del Coordinamento Scuola Lombardia 3 Ottobre - costituitosi da poco a Milano per la difesa e il rilancio della scuola statale -, “il vero progetto di scuola di questo governo si ricava dal DDL Aprea che delinea in modo chiaro la scuola/fondazione del futuro, con la separazione gerarchica in tre diverse figure di insegnante (docente iniziale, ordinario, esperto), la contrattazione privata, anche sull’orario e lo stipendio, con un consiglio di amministrazione, con la possibilità di licenziamenti e la messa in discussione delle rappresentanze sindacali”.

Il provvedimento prefigurerebbe dunque la progressiva privatizzazione della scuola statale.

“Con la trasformazione della scuola pubblica in fondazione – sottolinea Mario Piemontese di Retescuole – il Consiglio di Amministrazione, organo di governo della scuola, detterà gli indirizzi per l'attività finanziaria e didattica. Questo porterà a una limitazione dell’autonomia del Collegio dei docenti e della libertà di insegnamento”.

La preoccupazione, soprattutto tra i docenti precari, è alimentata anche dalle forme di reclutamento previste e dal nuovo stato giuridico dei docenti. Al posto delle graduatorie saranno stabiliti albi regionali e i nuovi docenti abilitati saranno assunti direttamente dai presidi, che dovranno bandire concorsi di istituto almeno ogni tre anni. “Oltre alla complessità e al costo di una simile operazione – spiega Olga Romano, docente del Coordinamento 3 Ottobre – si lascerebbe ampio spazio a criteri clientelari che nulla avrebbero a che fare col merito. Senza calcolare che gli insegnanti sarebbero esposti a continui ricatti”.

E dire che la “qualità delle risorse umane significa qualità dell’istruzione, centralità della scuola quale sede privilegiata di formazione integrale della persona, di crescita umana, civile e culturale delle giovani generazioni e fondamentale fattore di sviluppo della società nel suo complesso”. E’ scritto così nell’introduzione del Piano Gelmini. Diverse, molto diverse, le conclusioni.

 


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