Vorrei | Rivista non profit

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Riceviamo e pubblichiamo

Oggi (il 23 ottobre, ndr) a Monza per le strade è sfilato un corteo festoso, animato in gran parte dagli studenti dell’Istituto d’arte. Mi sono ritrovato anch’io all’appuntamento, un po’ perché preoccupato dalle recenti dichiarazioni del nostro premier, che aveva ieri esplicitato di voler varare la riforma della scuola anche a costo di qualche eccesso di persuasione. Mentre scendiamo per via Carlo Alberto per raggiungere l’Arengario, cerco di informarmi se il percorso scelto dagli allievi sia stato autorizzato.

Individuo un signore barbuto funzionario/commissario con radiotelefono in mano e gli chiedo informazioni. La risposta è degna di un poliziotto degli ex paesi dell’est. “Lei chi è che vuole?”. “Sono un docente e accompagno i ragazzi, o meglio: non li accompagno perché manifesto anch’io e loro sono capaci di farlo da soli, ma non vorrei si fossero dimenticati dettagli come l’autorizzazione” Piglio sempre più accigliato:”Ma lei li accompagna o no? Che vuole? Io non sono tenuto a darle nessuna risposta”. “Guardi che era un cortesia che chiedevo…”. “Prego”, sibila quasi voltandomi le spalle. Me ne vado, pensando che deve aver visto troppe fiction in tv.

Raggiungo gli altri in piazza, dove ritrovo alcuni colleghi e persino genitori. Dalle altre scuole di Monza arrivano corpuscoli. Il gruppo più consistente – ma un po’ sconsolato, almeno inizialmente – è dell’Olivetti, sono una ventina. Insomma, non siamo tanti: però ci siamo. Basteremo, perché è solo l’inizio. Ce n’est qu’un debut, vale per i nostalgici d’altri tempi e per chi ne ha paura e, anche, per i tanti che manco sanno che vuol dire.

Ogni cosa ha un inizio e ogni sopruso, se i cittadini tornano tali, una fine. Forse il tono degli slogan degli studenti è un po’ troppo goliardico, ma è il battesimo della partecipazione civile per tanti ragazzini e ragazzine, e questo è ciò che conta: citoyen, altro che educazione alla cittadinanza imparata su un libro. Arriva il pulmino dei centri sociali e il corteo s’incammina a suon di musica.

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Foto di Marco Colombo

Mentre percorre Vittorio Emanuele, l’unico atto violento della giornata fa la sua vittima, fortunatamente colpita di striscio: dal piano rialzato di una casa bene, scuri appena dischiusi, piove qualcosa sulla testa di una signora. È una patata. Dietro di noi, insegnanti e genitori che chiudiamo il corteo, cammina la polizia con i suoi scudi trasparenti, preceduta da un altro funzionario. Facciamo notare la cosa, tutti girano il naso all’insù: i pericoli non arrivano dal basso, a quanto pare, ma dagli ortaggi altolocati. C’è chi può sprecarli e chi non può comprarli. Mostriamo il corpo del reato al funzionario e proseguiamo.

Arrivati all’altezza della sede dell’Olivetti, il corteo si ferma: brucia un po’, evidentemente, la scarsa partecipazione di chi nella scuola ha illusoriamente preferito rinchiudersi, quasi quattro mura potessero offrire riparo alle orde barbariche incarnate nei disegni e decreti Tremonti/Gelmini/Brunetta.

Mentre sto parlando con un collega docente, si avvicina Koffi, che – a dimostrare quanto da noi siano necessarie le classi di para-apartheid evocate da questo governo – è un ragazzo nero italiano di origine ivoriane, eletto anche dagli studenti di pura etnia padana come loro rappresentante in Consiglio d’istituto. Scambiamo quattro chiacchiere su come stanno andando le cose. Gli raccomando di tenere tutti i suoi compagni alla larga da eventuali provocazioni, anche se davvero non so da dove queste possano arrivare. Il funzionario che guida le truppe plexiglaxate alle nostre spalle e a cui avevamo mostrato la patata incriminata, si avvicina dandosi l’aria di non ascoltare. Lo invito a farlo pure, invece, perché non abbiamo nulla da nascondere. Koffi se ne va, e io chiedo al funzionario quale sia il percorso di qui in avanti. “Non lo so con precisione” mi risponde cortesemente. Forse è dovere d’ufficio, forse una bugia: ma il tono è cordiale, educato. Purtroppo, non ho tempo di seguire il corteo sino in fondo: devo tornare a scuola a far lezione, tra poco. Saluto i colleghi che restano, gli amici studenti, i genitori e me ne vado.

Mentre cammino, ripenso all’atteggiamento diametralmente opposto dei funzionari di polizia con i quali ho parlato, e mi chiedo se il primo fosse consapevole di esser nient’altro che un esponente delle forze dell’ordine, interessato quanto me a che l’esercizio civile di un diritto civile (quello di manifestare) fosse esercitato correttamente. Qualche dubbio al proposito mi resta: l’arroganza gli aveva fatto dimenticare, evidentemente, di esser innanzitutto al servizio dei cittadini e dei loro diritti costituzionali, se democraticamente manifestati. Ricordo con simpatia, invece, il funzionario più cortese e corretto. Mi dico: oggi ho incontrato due facce delle forze dell’ordine in Italia, e mi auguro che la seconda sappia farsi viva per tempo, se la prima volesse di nuovo tramutare l’arroganza inopportuna in qualcosa di peggio (ne abbiamo avuti molti di esempi, anche recenti…) in nome di una concezione della legalità che alla nostra Costituzione non appartiene.

Questa sera, infine, i telegiornali mandano in onda l‘ennesima rettifica del nostro premier, che ormai traversa le settimane e l’universo a colpi di dichiarazioni e smentite, più veloce della luce. “Non ho mai pensato alla polizia nelle scuole”, dichiara. Quasi ci credo, ma non vorrei che, sbadato com’è, avesse pensato all’esercito…


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