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i avvicina l’autunno e sono molti i giornali che si preparano a commentare (ancora?) con articoli e “speciali” il quarantennale della data che segnò l’inizio in Italia (in Francia c’era già stato il Maggio) di un movimento generazionale che provocò un terremoto politico, sociale e culturale i cui effetti non sembrano mai finiti.
Non passa quasi giorno, infatti, che qualche esponente leghista, ex democristiano, ex missino, neo berlusconiano, non accusi “il 68” e i “sessantottini” di tutti i guai del Paese. La scuola non funziona? Colpa del 68. La morte dei valori, i giovani ignoranti e violenti, il fallimento della famiglia, il degrado sociale, l’immigrazione extracomunitaria? Tutta colpa della “contestazione giovanile” e degli operai che “volevano il figlio dottore”. Come cantava una famosa canzone, appunto, del 68.


Io non so se sono stati anni formidabili, so che di quella parte della mia vita alla quale torno spesso con la memoria quando leggo qualche nome sui giornali o vedo qualche faccia alla televisione, non mi va di parlarne o di scriverne. Perché ricordare finisce sempre per lasciarmi preda della malinconia e non vedo la ragione di farmi del male da solo.
Perché delle speranze, sogni, obiettivi, progetti che hanno animato la mia vita tra il 1966 e il 1986, cioè negli anni in cui ho combattuto con più forza e coerenza la mia battaglia, non ho salvato niente o quasi. Inseguendo un’alternativa che allora credevo possibile, ho perduto una battaglia dopo l’altra, sia sul piano politico che su quello personale e pian piano mi sono arreso.
Il problema però è che la memoria a volte è un esercizio obbligato, anche perché quando non sei tu a ricordare ci pensano gli altri a spingerti a farlo. Per esempio “Vorrei”, la rivista brianzola on line diretta da Antonio Cornacchia, mi ha chiesto tempo fa un’intervista per un numero speciale sul 68 (vedi il sito www.vorrei.org). Ho declinato l’invito per i motivi di cui sopra, ma la memoria mi ha piegato al suo volere perché sulla home page della rivista ho finito per trovarci una mia foto di quegli anni. Un’immagine di lotta, anzi di scontro violento, perché riprende un giovane col casco che lancia una molotov. E’ una bella foto anche tecnicamente perché senza usare il motore ero riuscito a fermare il gesto in modo perfetto: il lanciatore è sospeso in aria al culmine dello slancio, il braccio è teso, la mano aperta, la bottiglia vola a pochi centimetri dalla mano verso il blindato della Polizia che sta attraversando una barricata d’automobili messe in mezzo alla strada. Nel suo piccolo un'icona.


200807-molotovmilano.jpgLa mia vecchia foto (scattata nel febbraio 1978 a Milano) che qualcuno ha ritagliato da un giornale e poi riprodotto per farne un uso “militante” come si usava allora, mi ha costretto a ricordare quella mattina. Un corteo tanto pericoloso quanto scalcagnato, di studenti medi, organizzato e gestito dai collettivi autonomi dell’Istituto tecnico Cesare Correnti, dove era in corso una lotta per imporre agli insegnanti il “sei politico, si era diretto al Provveditorato. La Polizia voleva impedire agli autonomi, molti dei quali erano armati (venne poi trovata per terra una pistola), di invaderlo e occuparlo. Lo scontro avvenne a metà di Corso Italia e io ne ripresi alcuni momenti, poi subito dopo aver fatto quella foto scappai in una via laterale per non finire in mezzo alle cariche e facendo di corsa un largo giro ritornai in piazza Missori dove in mezzo al fumo dei candelotti, tra i poliziotti che manganellavano e fermavano quelli che portavano sciarpe palestinesi, vidi una ragazzina in stato confusionale che piangeva cercando la sua scarpa perduta nel parapiglia.
La portai via di lì prima che qualche poliziotto la fermasse e la convinsi a lasciar perdere. Protestava dicendo “come faccio ad andare a casa senza scarpa” e non aveva torto perché a terra c’era ancora la neve e faceva un bel freddo. Finì che andammo alla Rinascente dove le comprai un paio di stivali rossi di gomma e la misi sulla metropolitana prima di andare in camera oscura a sviluppare i rullini e vedere cosa avevo fotografato. la fotografia analogica aveva questo di bello: non sapevi mai cosa avevi combinato finchè non lo vedevi comparire sul negativo gocciolante di acqua e acido. Bei tempi.

Da carloarcari.blogspot.com/


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