Vorrei | Rivista non profit

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P

er avere uno sguardo il più “lungo” possibile abbiamo voluto ascoltare l’opinione di tre persone che rappresentano tre generazioni diverse e distanti tra loro: il professor Pier Franco Bertazzini, classe 1921, sindaco di Monza negli anni Settanta, nonché docente e vicepreside del liceo scientifico “Frisi” in tutti quegli anni; Carlo Rovelli, allora studente ed oggi preside del liceo scientifico “Majorana” e Marco Lamperti, studente ventenne, oggi impegnato in politica, la cui storia è, ovviamente, ancora tutta da scrivere.

 

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Pierfranco Bertazzini

E

ro vicepreside del Frisi ed il Frisi era una scuola che sentiva il momento. In quegli anni mi trovai in una situazione personale davvero particolare: fui eletto consigliere comunale per la Democrazia Cristiana e subito nominato assessore, ruolo che ricoprii per circa dieci mesi. Rinunciai alla possibilità di chiedere il distacco perché mi consideravo un politico “di complemento”. Anche quando venni eletto sindaco continuai a lavorare al Frisi.

Nella condizione di vicepreside di un istituto superiore e di Sindaco di Monza non potevo godere certo di molte simpatie, ma, e lo dico per dare un’idea del clima di allora, uno dei pochi che in quel periodo me ne dimostrarono fu il figlio di Franco Antelli che era un giovane comunista. Allora le assemblee erano nelle mani degli extraparlamentari e comunisti e democristiani, ai loro occhi, erano la stessa cosa: chi apparteneva ad un partito era considerato un medievale, un insensibile. Ricordo una grande manifestazione al Frisi in ricordo di Gianni Citterio alla quale era presente il senatore Amendola. Emilio Diligenti ed io dovemmo impegnarci allo spasimo per evitare disordini da parte dei ragazzi che consideravano sia noi che quella grande persona che era Amendola dei socialdemocratici.

Devo dire che malgrado le difficoltà di allora conservo molta simpatia per quei giovani. Io ho cessato la mia attività di preside nel duemila ed alla fine della carriera ho potuto notare come i giovani fossero sempre più legati ad uno stile di vita decisamente più consumistico, ai capi firmati, mentre quei “ragazzacci” che volevano cambiare il mondo, seppure forse in maniera ingenua, avevano capito che molte cose non andavano, che bisognava cambiare, cambiare tutto e subito.

Ricordo un alunno di allora (che poi divenne, da adulto, assessore comunale) che portava un giacchino su cui aveva scritto: “La rivoluzione incomincia disobbedendo a tuo padre”. Ebbi con lui un confronto schietto dal quale compresi quali erano le ragioni della sua ribellione. Quei ragazzi volevano davvero cambiare tutto. Alcuni, i più in vista, erano figli di papà che si ribellavano alla loro stessa famiglia, ma coltivavano ideali di giustizia, avevano capito tante cose ed avevano ragione a volere il cambiamento.

Certo, qualche eccesso, in occasione di alcune manifestazioni, si è verificato ed io stesso mi sono guadagnato qualche calcio nelle gambe di cui ancora oggi non saprei chi ringraziare.

In città erano presenti gruppetti di estremisti di destra che qualche volta venivano alle mani ed in alcune circostanze si è parlato di uso di armi. Comunque a Monza non si sono verificati episodi particolarmente violenti, ma qualche seria apprensione a noi responsabili è venuta dalle prime occupazioni.

Se dovessi sottolineare una qualche differenza tra i giovani di destra e quelli di sinistra, direi che i primi erano affascinati dall’antico, dal passato, mentre quelli di sinistra guardavano con grande interesse al nuovo, sognavano di più. Se penso alle varie appartenenze, direi che la presenza più massiccia era quella del Movimento Studentesco, ma arrivavano echi di estremismi vari, sia di destra che di sinistra.

Credo che i veri obbiettivi di quegli anni siano stati la famiglia, la Chiesa e lo Stato, ma credo anche che fosse molto genuino l’interesse per le condizioni degli operai e dei lavoratori in genere: c’era da varare lo Statuto dei Lavoratori e le manifestazioni furono un grosso pungolo. Di quei ragazzi, di quei tempi, mi piacerebbe recuperare oggi il senso di onestà ed il sogno del cambiamento.

 

Carlo Rovelli

I

l ricordo più vivido del ’68 che mi si presenta spontaneamente alla mente è quello di una focosa discussione sul tema “Marcuse parla a nome della classe operaia o è solo un filosofastro piccolo borghese destinato a finire nei rifiuti della storia?”. Scenario di questa singolare tenzone era l’Arengario di Monza, una sera di ottobre con gruppo di amici, avvolti nella nebbiolina di stagione. Mi permetto di ricordare un’altra discussione di pochi mesi dopo: questa volta il tema era “l’URSS ha fatto bene o male a occupare Praga per difendere il comunismo?”. Stessa scenografia, stessa nebbiolina. L’arco occupato da queste due discussioni descrive bene il rapido deteriorarsi del clima del '68: da un clima, magari velleitario o, diciamo pure, caratterizzato da verbosità presuntuosa, ma aperto su vasti orizzonti ad una atmosfera cupa dove ci si sentiva in obbligo di fare da sponda ad un sistema di mafiosità generalizzata senza speranza.

Quello che avveniva attorno, nella società civile – come si usa dire – era perfettamente funzionale a questo avvenimento.

Allora facevo il supplente in una scuola che si vantava della fama di fortilizio rivoluzionario; ricordo il disagio che provavo a parlare di fronte a studenti che se ne fregavano delle povere cose che dicevo, la matematica, figurarsi. Purtroppo sarebbero passati molti anni perché riuscissi a dare un senso a questo disagio, perché riuscissi a capire che dietro si nascondeva il trionfo della mediocrità e il tentativo della piccola borghesia di ottenere il fine – la promozione sociale – senza pagare il dazio di un oscuro, duro lavoro. Tutto quello che è avvenuto in questi anni è sintetizzabile nella lenta, faticosa, dolorosa riconquista del significato profondo della scuola e del suo ruolo nel mondo, in tutti i mondi. Davanti ai nostri occhi è passato di tutto: dai ‘professori’ che sostentavano l’inutilità di sapere le date e di fare di conto, agli psicologi che teorizzavano la dignità dei peggiori bulli, dai genitori che inneggiavano alla fine della selezione (a cominciare da quella dei propri figli), ai vari movimenti che, per parecchi anni, hanno sostenuto il carattere elettivo delle funzioni della scuola.

Sarebbe uno sforzo troppo improbo riassumere in poche righe l’odissea della scuola in questi inenarrabili anni.

Forse possiamo dire che la conclusione – provvisoria – è questa: abbiamo imparato, a spese nostre, che il sapere non si trasmette partendo dai vacui e incerti principi del “politicamente corretto”, ma da un sapere razionalmente e rigorosamente fondato.

 

Marco Lamperti

N

ascere vent’anni dopo la più grande rivoluzione culturale del Novecento ha i suoi pregi e i suoi difetti. Infatti, pur essendo investito costantemente dai retaggi di quella stagione, non potrò mai comprenderla a fondo a causa della distanza temporale che mi separa da quegli anni. Una generazione pare poca cosa, ma un’analisi oggettiva non è mai stata possibile a causa di un’eccessiva politicizzazione dei fatti, anche se, per dirla con Mario Capanna, il Sessantotto fu, in primis, un movimento culturale internazionale che, solo successivamente, assunse una valenza politica.

I racconti che riempiono le librerie hanno sicuramente contribuito a farmi comprendere cosa significasse vivere quegli anni, ma penso che i paralleli più concreti, quelli che mi hanno permesso di capire a fondo cosa fosse il Sessantotto, sono stati quelli con i miei genitori, persone che hanno respirato l’aria delle stesse vie in cui io sono cresciuto e frequentato quello che trent’anni più tardi sarebbe diventato il mio liceo.

In questi confronti è stato possibile vedere con chiarezza le differenze che separano la mia e la loro generazione e il modo in cui si viveva la politica negli anni caldi. È stato possibile perché il palcoscenico era il medesimo sul quale mi sarei mosso io negli anni dell’adolescenza.

Gli scenari da loro dipinti sono di una Monza e di un Frisi che fatico a figurarmi. Se, infatti, il mio primo giorno di scuola al Frisi fu caratterizzato dalla semplice timidezza di chi entra in una classe in cui non conosce nessuno, quello di mio padre ebbe come protagonisti i ben più memorabili picchetti di via Sempione che impedivano l’accesso al Liceo.

Il “gelato in Centro”, rito di ogni generazione, era a volte rovinato da qualche tafferuglio sotto la storica sede dell’Msi in Piazza Roma: era raro, ma capitava che qualche compagno temerario osasse avventurarsi per via Italia, nonostante la cosa comportasse un certo rischio.

Proprio a questo proposito, ricordo una dichiarazione di Edo Scioscia, storico “leader” del Movimento Studentesco frisino, che, in una assemblea plenaria a cui era stato invitato, ci raccontò che per sette anni dovette rinunciare alla comune passeggiatina in centro storico, perché presidiato dai giovani missini. Un’iperbole che ci permette di capire come fosse diversa quell’epoca dalla nostra, in cui il rapporto tra i giovani e la politica non si è esaurito, ma ha assunto differenti connotazioni; come un matrimonio: ai primi anni di passione seguono sempre lustri di affetto e razionale dedizione.

Non solo per questo motivo, però, ritengo che la mia tanto bistrattata generazione sbagli a farsi abbagliare da quella sessantottina, che mise sì in moto un processo mondiale, ma lo fece impulsivamente e senza comprendere a fondo la sua missione, o, comunque, in pochi capirono veramente cosa significasse quel movimento.

Ricordo distintamente che sempre in quell'assemblea plenaria di cui ho parlato sopra, Edo Scioscia, Roberto Colombo (anch’egli ex frisino ed esponente di un gruppo della destra liberale negli anni ‘70) e Pierfranco Bertazzini si trovarono d’accordo nell’asserire che molti partecipavano alla vita politica solo passivamente e che, per molti, il Sessantotto fu solo una moda da seguire o alla quale contrapporsi; una moda di cui fondamentalmente non comprendevano le cause e i fini. Solo pochi di loro erano dominati da una passione autentica e razionale della propria “missione”.

Non comprendo perché alla mia generazione si rimprovera il poco attivismo politico, come se il Sessantotto dovesse essere uno stadio permanente dell’evoluzione sociale, come se un ’68 del 2000 potesse risolvere i problemi dell’Italia di oggi, come se la politica fosse necessariamente il motore dell’evoluzione culturale; il Sessantotto è stato quello che è stato proprio perché ha avuto un inizio e una fine, determinata dal raggiungimento di quegli obiettivi che nessuno aveva mai posto, ma che hanno portato all’esaurimento della grande e necessaria rivoluzione culturale di quegli anni.
Insomma il Sessantotto sta bene lì dov’è: tra il ’67 e il ’69.


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