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Daniele Petrucci è consulente ambientale e consigliere comunale a Monza. Molto giovane entrò nel Fronte della Gioventù alla fine degli anni Settanta, quando - come egli stesso dice - "gli altri", quelli di sinistra, erano molti di più e girare liberamente per la città non era semplice per nessuno.

Lei è nato nel '65, cosa c'entra con quello che accadeva a Monza e in Italia negli anni Settanta, era un bambino o poco più?
Effettivamente ero poco più che un bambino. Ho iniziato a frequentare saltuariamente la “mitica” sede del MSI – FdG di Piazza Roma nel 1978 all’età di tredici anni, fino a farla diventare la mia seconda casa.

C'erano zone dove per noi era impossibile andare e così per loro venire in centro

Ci descrive la Monza alla fine degli anni Settanta?
Sotto l’aspetto politico giovanile era una città spaccata in due. La predominanza giovanile della sinistra e della sinistra estrema iniziava a dare qualche segno di difficoltà a fronte invece della destra giovanile che iniziava a dare segni di espansione sino ad affermarsi nell’1985 come primo gruppo giovanile all’interno delle scuole monzesi. Questa spaccatura era anche logistica. Vi erano vere e proprie zone dove per noi era impossibile andare e così per loro venire in centro era un problema se non durante le manifestazioni. Per quanto mi riguarda ho potuto vedere tranquillamente l’interno dell’Istituto Hensemberger solo all’inizio degli anni Ottanta così come tutta la zona intorno a via Volturno.
Per noi al sabato pomeriggio in centro iniziava il “coprifuoco” mentre la sinistra manifestava, se i “numeri” non ci consentivano di rimanere a “presidiare il territorio” andavamo a giocare a pallone al parco o in giro per la Brianza. Per il resto per chi non era impegnato o chi iniziava il disimpegno non ricordo particolari vitalità, se non a destra la cosiddetta moda “paninara” degli anni Ottanta e a sinistra il movimento pacifista, che tentava di mantenere una certa visibilità.

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Come ci si informava in quegli anni?
Io e l’intera Sezione di Monza facevamo parte dell’area “rautiana” del mondo di destra. Le nostre letture erano dai giornali di area: Linea, Dissenso, Il Candido ed il Secolo d’Italia e fra i quotidiani, sembrerà strano, ma oltre al Corriere della Sera i nostri preferiti erano Repubblica ed il Manifesto, specie per i temi di politica estera.

Specialmente nei primi anni anche a Monza la deriva extraparlamentare era ad un passo

Quali erano i temi più sentiti da chi contestava?
Sicuramente al primo posto stavano l’anticomunismo per noi con tutti i suoi derivati, e l’antifascismo per loro anche qui con tutti i suoi derivati. Per noi poi i temi di contestazione al sistema, politica estera e la lotta alla droga sono sempre stati argomenti molto forti.

Lei militò in una delle formazioni politiche di allora?
Io sono entrato subito nel Fronte della Gioventù e subito dopo nel MSI. A livello giovanile sono arrivato sino ad essere nell’Esecutivo Nazionale e contestualmente nella Direzione Nazionale dell’MSI. Di una cosa sono fiero. Specialmente nei primi anni anche a Monza la deriva extraparlamentare era ad un passo. Mi sono sempre battuto per respingerla e nei miei tanti anni di Segreteria giovanile nessuno dei miei ragazzi si infilò in quelle brutte esperienze.

Cosa la portò a schierarsi a destra piuttosto che a sinistra?
Andai a destra per due ordini di motivi. II primo è che pur arrivando da una famiglia liberale — mio padre è stato per tanti anni Segretario del PLI — moltissimi loro amici erano di destra o avevano i figli che stavano a destra. Per cui sin da piccolissimo ho iniziato a sentirne parlare. Il secondo, forse il principale, è il fatto che mi colpiva molto che quelli di destra erano sempre i brutti, i cattivi e i “mangiatori di bambini” e avendo parteggiato io sempre per gli indiani la conseguenza è stata inevitabile.

Ci furono dei luoghi simbolo in città, di ritrovo o di scontro?
Sicuramente il centro storico e le scuole, specialmente Frisi, Mosè Bianchi e Hensemberger e la zona di Via Volturno, dove oltre ad esserci la sede di Democrazia Proletaria vi era anche il bar ritrovo di molti di loro.

Ci parla dell'antiautoritarismo e del suo rapporto personale con la famiglia, lo Stato, la religione?
La famiglia. Per me è sacra da lì parte tutto. Educazione, valori, rispetto, ecc. Alla mia sono e sarò eternamente grato, sono un punto di riferimento in qualsiasi momento. Ho perso mio padre da tanti anni, ma i suoi insegnamenti sembrano di ieri. Spero di riuscire a trasmettere a mio figlio quello che loro hanno trasmesso a me. Lo Stato nella sua concezione più nobile del termine è sicuramente un punto fermo, alcune devianze dagli anni Settanta a oggi, ogni tanto però qualche dubbio continuano a farmelo venire. L’autorità per il rispetto delle regole è giusta e doverosa. Quando però vuole mettersi al di sopra è dannosa e va combattuta. Noi ad esempio quando Almirante lanciò la famosa raccolta di firme per la pena di morte eravamo contro. Questo perché solo Dio può togliere la vita ad un uomo anche se questo è il peggiore.

 

Che rapporto c'era con gli operai?
Al contrario del luogo comune che diceva che i fascisti fossero solo i figli dei ricchi, al nostro interno la presenza di operai o di figli di operai era altissima. Uno dei nostri nuclei più grossi in quegli anni usciva proprio dal quartiere di Cederna, uno dei più popolari in città. Tentammo anche, ma le risorse erano poche, con la allora CISNAL di entrare in qualche fabbrica a spiegare i nostri concetti. Forse avevamo precorso un po’ troppo i tempi.

Che rapporti ci furono con la Destra parlamentare locale?
La Destra parlamentare locale eravamo noi. I Consiglieri Comunali di quegli anni erano tutti ragazzi o poco di più. Qualche problema vi era con il partito a Milano e nelle sedi nazionali.
Eravamo una Sezione molto forte in quegli anni, sicuramente una delle prime in Italia, ma facevamo molta fatica ad accettare le “regole “ di Milano. Per fare un esempio a Monza venivano a parlare a fare comizi solo esponenti del partito che dicevamo noi. Quando qualcuno tentò di venire senza il nostro consenso trovò la piazza vuota.

E con i giovani di sinistra?
Sicuramente difficili. In qualche caso anche molto difficili. L’appartenenza e l’occupazione degli spazi spesso la facevano da padrone in un senso e nell’altro. Ricordo invece con piacere, ma eravamo già nei primi anni Ottanta, delle assemblee scolastiche nei vari istituti superiori, erano infuocate ma ognuno di noi difendeva le proprie idee con amore, passione e determinazione.

La violenza e gli scontri da cosa nascevano?
Le dividerei in due tronconi. Il primo per delle stupidaggini incredibili, specialmente viste oggi: uno di noi passava davanti al Frisi o in qualche punto della città in momenti sbagliati? veniva regolarmente aggredito. Così come se uno di sinistra passava in ambienti frequentati da ragazzi di destra. Ad esempio io sono stato aggredito al Frisi perché ho tentato di entrare nell’Istituto a prendere la mia ragazzina dell’epoca durante un’assemblea del collettivo di sinistra. L’altro motivo, allucinante anche questo visto oggi, era che quando uno veniva aggredito da più persone partivano le vendette. Soprattutto nei primi anni per noi era difficile andare a scuola o girare per la città in certi momenti.

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Ci furono scontri molto violenti?
Io ricordo dal '78 all’82 specialmente al sabato pomeriggio, quando c'era sempre qualche manifestazione, l'atmosfera era molto pesante. Gli scontri erano fra i gruppi più radicali di sinistra contro quelli di destra, spesso con in mezzo le forze dell’ordine. Altri momenti difficili erano gli anniversari delle morti dei ragazzi di destra o sinistra avvenute in Italia. Queste giornate erano sempre momenti di tensione vera.

Allora le idee e le proprie convinzioni stavano sopra a tutto.

Quali differenze segnerebbe lei fra chi fu giovane allora e chi lo è oggi?
Allora le idee e le proprie convinzioni stavano sopra a tutto. Ricordo con immenso piacere i dibattiti e le nottate che facevamo in Sezione a discutere delle nostre idee e dei nostri progetti e di come vedevamo il nostro futuro. Avere la sezione piena di ragazzi dai quattordici ai venti venticinque anni che cercano, magari con utopia, di costruire il futuro e una società migliore, senza perdersi dietro alla droga o a valori sbagliati, era ed è un grande motivo di orgoglio, anche a così tanti anni di distanza.

Chi combatteva il sistema allora l'ha cambiato o ne è stato risucchiato?
Sicuramente siamo stati sconfitti. Forse abbiamo rincorso un po’ troppo i nostri sogni senza accorgerci di come e quanto stava cambiando la società. Vedendo ogni tanto il livello della politica di oggi rimpiango il passato. Non rinnego nulla anzi di tante cose vado fiero. Ho solo un rimpianto: tornassi indietro farei di più per evitare ogni tipo di violenza, che fu a mio avviso l’unico aspetto negativo di quegli anni incredibili. Continuare a fare politica oggi non vuol dire essere stati risucchiati dal sistema, ma vuol dire cercare di portare in modo diverso il proprio contributo al Paese in cui viviamo.

Gli anni Ottanta in città videro una netta superiorità numerica nostra rispetto agli anni Settanta

Quanto durò? Quando fu chiaro che era tutto finito?
Direi che in città dal 1980/81 iniziò la fase calante, sino all’83/84. Gli anni Ottanta in città videro una netta superiorità numerica nostra rispetto agli anni Settanta, quando loro erano cento volte noi. Per noi l’assassinio di Paolo Di Nella a Roma del 1982 e la fine dell’extraparlametarismo dell’anno dopo rappresentarono un po' la svolta. Gli anni Ottanta furono sicuramente anni più tranquilli.

Pensa che in città e nella società italiana quegli anni abbiano lasciato un'eredità?
Sì sicuramente a livello culturale. E vedere oggi amici che allora erano i nostri capi fare i ministri o i sindaci di qualche grossa città, conferma che forse quegli anni hanno lasciato anche qualche cosa di buono.

Qual è il suo bilancio personale di quel periodo?
Meraviglioso. Aver avuto l’onore in quegli anni di essere il Segretario di centinaia e centinaia di ragazzi che oggi sono quadri o dirigenti o che semplicemente hanno messo su famiglia senza che nessuno sia caduto in derive estremiste è motivo di orgoglio, come lo è il pensiero di aver contribuito a scrivere qualche pagina della politica della nostra città.

Gli autori di Vorrei
Antonio Cornacchia
Author: Antonio CornacchiaWebsite: www.antoniocornacchia.com

Mi chiamo Antonio Cornacchia, per gli amici Ant (nel senso di formica). Sono art director e designer della comunicazione, ho studiato all'Accademia delle Belle Arti.
Come esperto di comunicazione visiva, curo campagne pubblicitarie e politiche, progetti grafici ed editoriali. Studio e realizzo siti web per giornali, istituzioni, aziende, enti non profit.
Dal 2008 dirigo la rivista non-profit Vorrei di cui ho ideato anche il progetto editoriale. Sono giornalista pubblicista dal 1996.

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