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Bianca "Bichi" Montrasio era una studentessa del Liceo Frisi di Monza nel 1968. Oggi è una militante ambientalista con il Comitato Parco "Antonio Cederna". In questa intervista ci racconta della città e dei ragazzi di allora e di come sono cresciuti.

Cosa faceva lei nel 1968?
Ero, come si diceva allora, uno studente medio, nel senso che frequentavo la 2° classe del Liceo scientifico Paolo Frisi di Monza

Ci descrive la Monza di allora?
Provenivo da una famiglia della media borghesia cittadina e non frequentavo molto la città, quanto piuttosto le cerchie di amici dei mei fratelli e sorelle. Preferivo leggere, fare gite fuori porta, andare al cinema. Uno degli effetti dirompenti del ’68 è stato proprio quello di catapultare giovani come me dalla sonnecchiosa vita familiaree amicale della provincia a quella assai attiva, soprattutto culturalmente, della Milano di allora, per cui posso dire che pressoché quotidianamente mi spostavo da Monza a Milano dopo la scuola e ci rimanevo la sera per andare al cinema, incontrare gli amici, fare riunioni, manifestare.

Chi erano, cosa facevano i giovani monzesi?
So molto poco dei miei coetanei di allora, tranne di quelli che condividevano con me la vita a scuola o l’attività politica. Nel primo caso, si trattava di gente che proveniva per lo più dai comuni vicini, almeno nelle sezioni dalla D in poi, visto che quelle “di vertice”erano pressoché riservate ai rampolli della “Monza bene”. Io ero nella E, una sezione mitica per la contestazione al Frisi, che ha dato non pochi grattacapi all’allora preside, Angela Maria Amirante e ai vicepresidi Penati prima e Bertazzini poi.

Come ci si informava in quegli anni?

Leggevo quotidiani, ma soprattutto riviste e sentivo molto la radio. Poi c’era una miriade di incontri sui temi più vari e riunioni a non finire.

I primi segnali a Monza? Un cartello sul cancello del Frisi, denunciava gli assassinii di studenti americani che protestavano per il Viet Nam.

Quali erano i temi più sentiti da chi contestava?
Si spaziava dalla situazione internazionale, all’antifascismo nostrano, fino ad arrivare al problema dell’orario dei trasporti per i pendolari e alle modalità di insegnamento (temi questi molto sentiti fra i miei compagni di liceo) e a quelli del carovita (ricordo ancora le centinaia di bollette del telefono raccolte per l’autoriduzione dopo un rincaro) e del bisogno di case, con l’autorganizzazione da parte di vari comitati inquilini delle occupazioni delle case del centro storico, fra cui quella del Fumagalli della Candy, davanti alla Clinica Zucchi, organizzata da noi del Nucleo Promotore del Centro storico, un piccolo gruppo di militanti e simpatizzanti del Movimento Studentesco, che per mesi avevamo censito la situazione e le necessità degli inquilini delle case degradate del centro storico, che ora sono finite tutte in mano alla speculazione immobiliare e finanziaria, dopo aver cacciato quegli stessi operai e pensionati, meridionali e settentrionali, che avevamo cercato di difendere con l’occupazione.

Quali furono i primi segnali in città del "Sessantotto" per come lo conosciamo?

Ho un ricordo molto preciso. Un giorno di fine scuola, sul cancello del Frisi è comparso un cartello scritto a mano che denunciava gli assassinii, da parte della polizia e della Guardia nazionale, di studenti americani che protestavano per il Viet Nam. Era un cartello molto semplice, ma efficacissimo, che alla fine invitava chi era d’accordo con la denuncia a mettere la propria firma. Io l’ho fatto e l’hanno fatto altre decine di studenti. È stato il primo nucleo che, attraverso incontri successivi e collegandosi ad alcuni studenti universitari del Movimento Studentesco milanese, ha costituito il Circolo Karl Marx, in via Moncenisio, vicinissimo al complesso scolastico in cui c’erano il Frisi, l’Hensemberger e il Mosè Bianchi. Ricordo che quando facevamo le riunioni degli studenti medi, alle quali partecipavano anche le altre scuole, soprattutto i ragazzi dell’Hensemberger, il pavimento dava segni di cedimento.

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Lei militò in una delle formazioni politiche di allora?

Nel Movimento Studentesco indifferenziato prima e poi nel Movimento Lavoratori per il Socialismo, una delle varie articolazioni in cui si è frazionato in seguito. A Monza c’erano anche i compagni di Lotta Continua e di Avanguardia Operaia. Credo che, al di là di differenze ideologiche che oggi giudico francamente un po’ capziose, la differenza di fondo fosse la provenienza: noi per la maggior parte eravamo studenti anche se facevamo i picchetti e gli scioperi assieme agli operai.

Ci furono dei luoghi simbolo in città, di ritrovo o di scontro?
Non mi pare, se si eccetua, per lo scontro, il Bar del Centro (ora gelateria) dove stazionavano i fascisti. Ci si trovava nelle diverse sedi, nelle scuole e nelle piazze. In genere si partiva, per le manifestazioni, dalle scuole e si andava alle fabbriche o in piazza Trento.

È vero che il Sessantotto, diversamente dai movimenti degli anni Settanta, fu un movimento nato in seno alla borghesia?
Per una parte certamente; non bisogna però dimenticare che la Monza di quegli anni viveva gravi contraddizioni sociali con la minaccia di chiusura e delocalizzazione, poi realizzatesi, di fabbriche come la CGS, la Philips, la Singer, la Strebel, e molte altre che avrebbero lasciato libere aree centrali, appetibili per la speculazione edilizia. A ciò si associava la situazione precaria, sotto il profilo delle condizioni di vita, nei quartieri di periferia, come il Cantalupo e nel centro storico. Fin dagli inizi, quindi, i giovani studenti borghesi sono venuti a conoscenza e a contatto con questi problemi, impegnandosi direttamente per cercare di fare qualcosa, partecipando alle manifestazioni e alle assemblee operaie,e ai comitati di quartiere, organizzando l’autoriduzione delle bollette e anche dando vita a fogli informativi e a inchieste, come quella sulla speculazione edilizia, realizzata da alcuni di noi del Movimento Studentesco, ma anche da esponenti del SICET e della Nuova Sinistra .

Che rapporti ci furono con la Sinistra parlamentare locale?
Non molto frequenti e più con i socialisti.

In città ci furono scontri violenti?
Sì. Il clima era piuttosto teso e, per un certo periodo, c’è stato un gruppo di picchiatori fascisti che ne hanno fatte di tutti i colori e che poi sono finiti male.

Chi combatteva il sistema allora l'ha cambiato (e quanto) o ne è stato risucchiato?
Non credo di essere in grado di fare generalizzazioni. Quel che è certo è che la contestazione ha cambiato e per sempre la mia vita orientandola verso una direzione migliore di quella che avrei preso se avessi seguito le orme di famiglia.

Il mio è un bilancio molto positivo: il meglio di me lo debbo al ’68.

Davvero oggi non si lotta più per un mondo migliore ma solo per un conto in banca più alto?
Non mi piacciono le generalizzazioni, servono solo a tranciare giudizi che non colgono la molteplicità del reale. Tra l’altro, nel mio volontariato a salvaguardia del Parco e dell’ambiente ho incontrato un sacco di gente che non demorde.

Qual è il suo bilancio personale di quel periodo?
Un bilancio molto positivo. È stato un periodo che mi ha costretto a riflettere, ad approfondire lo studio, a cercare di capire gli altri e a costruire rapporti autentici, a non sfuggire alle mie responsabilità. Può sembrare retorico, ma credo che il meglio di me lo debbo al ’68.

 

Gli autori di Vorrei
Antonio Cornacchia
Author: Antonio CornacchiaWebsite: www.antoniocornacchia.com

Grafico e art director, ho studiato all'Accademia delle Belle Arti.
Curo campagne pubblicitarie e politiche, progetti grafici ed editoriali. Siti web per testate, istituzioni, aziende, enti non profit e professionisti.
Sono giornalista pubblicista dal 1996 e dirigo Vorrei.

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