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Vorrei | Rivista non profit

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L'atelier di Claudia Carlucci e le esperienze raccontate in un blog: semplici storie, e allo stesso tempo non sono solo semplici storie.

Claudia ha un bel laboratorio nel centro storico della mia città, Altamura, dove realizza sculture e oggetti di design in ceramica e metalli. È ordinato come può esserlo lo studio di un vero artista. Uno spazio essenziale, lo definirei uno spazio vitale. Due stanze comunicanti, divisi da una sottile soglia che separa lo spazio manuale-artigianale da quello intellettuale. Fa freddo questi giorni e senza il forno acceso solo la stufetta può regalare un minimo di tepore, quello che servirebbe a Claudia per riscaldare le sue mani, necessarie per lavorare. Ovunque ci sono le tracce della sua opera, dagli strumenti raccolti sul banco da lavoro, alle stecche e le mirette ancora sporche d’argilla. Nel forno aperto intravedo gli oggetti “arrgneit” (come si dice da queste parti, cioè in fila) sui diversi piani, posizionati a precise distanze l’uno dall’altro dopo aver calcolato e previsto la loro crescita dopo la cottura. Guardandomi intorno vedo tanti oggetti, una sediolina di terracotta con un gattino che dorme, i gioielli-scultura, come Claudia ama definirli, piccole opere d’arte da portare con cura come un qualsiasi oggetto artistico. In mezzo a tutti questi oggetti da toccare e maneggiare, c’è un’altra cosa tangibile: la passione, che da quando la conosco non le è mai mancata. Ha imparato con gli anni a maneggiare gli strumenti che ora le permettono di creare quelle opere deliziose e sottili, essenziali e luminose. Con gli anni ha imparato anche a riconoscere i materiali di cui le sue opere sono composte. Condivido con Claudia lo stesso percorso di studi, fatto in posti diversi. A distanza di anni da quell’inizio ci siamo ritrovate a parlare di Heidegger al tavolino di un bar, presente nei rispettivi programmi dei nostri esami di estetica. Io non lo avevo ben capito e lei conservava ancora i suoi appunti.

 

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Già allora, aleggiava nell’aria il desiderio di andare oltre il nostro percorso di studi in restauro. “Sai, non potevo rinunciare alla mia dimensione creativa” mi dice mentre mi mostra le sue lampade ancora inanimate dalla luce e dal colore. Appaiono per quello che sono, nella loro essenza pura:  una casa cava con un balconcino sul quale un uomo poggia il braccio che gli serve a reggere la testa. Pare stia scrutando l’orizzonte e sembra assente. Nonostante sia solo una sagoma e non ha espressione, io lo vedevo così. “Come hai avuto questa idea?” le chiedo. “Per me la lampada è qualcosa di intimo, una dimensione personale.. qualcosa che tieni sul comodino e che accompagna le tue letture. Volevo rappresentare questa intimità per sottolineare una condizione meditativa”- mi risponde.

Tra luce ed ombra cammina la sagoma di un’altra lampada. Il margine è prospettiva da cui indagare il proprio spazio interiore, leggo nella descrizione che accompagna quest’opera.

Nei nostri fugaci incontri passati, uno speranzoso “ti devo raccontare” diventava un pretesto per darci appuntamento in un futuro imprecisato, che attendevamo con ansia. A distanza di non so quanto dall’ultimo “ti devo raccontare” mi ritrovo in quel laboratorio, espressione della dimensione umana: la sua.

In questi anni in cui i miei viaggi e le diverse scelte di vita di entrambe ci hanno allontanate, mi sono rifiutata di telefonarle per chiederle: “che fai nella vita”, la forma evolutiva della domanda “cosa vorresti fare da grande”, che di solito si rivolge al bambino.

Una volta cresciuti però, quando ormai grandi lo si è diventati, questa domanda non può essere più posta allo stesso modo, ed è allora che io credo sia mal posta.

Ora che non raccontiamo più i nostri desideri guardando gli altri dal basso verso l’alto, inevitabilmente la domanda ci porta a interrogarci sulle nostre scelte, e quella che a cinque anni può sembrare solo un’ispirazione a sognare, a quasi trenta diventa un incubo. Non resta che osservare e ascoltare le storie delle persone, essere in grado di individuare i sogni che si sono intrufolati in quelle e nelle nostre storie e quali sono, invece, i sogni che hanno guidato le nostre scelte fino ad arrivare al punto in cui siamo ora. Bisognerebbe capire quali sogni sono rimasti tali e quali si sono trasformati in bisogni.

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Mi sono messa in ascolto di alcune esperienze che raccontassero davvero la vita delle persone, e con piacevole sorpresa mi sono resa conto che non sempre le domande sono indispensabili, quando siamo in grado di ascoltare.

Dopo aver incontrato Claudia mi sono messa alla ricerca di altre storie tutte al femminile, dall’artigianato alla piccola imprenditoria.

Mi sono ritrovata nelle case e nella vita di persone che raccontano quello che fanno quotidianamente grazie ad un progetto che si chiama Quasi la felicità (www.quasilafelicita.it). No, non è il nome di una fiction televisiva, ma una finestra su un mondo tutto al femminile.

Quando si entra in contatto con queste storie, è molto facile che qualcosa di nuovo rimanga aggrappato addosso, soprattutto le parole, quelle giuste. E questa cosa succede perché quelle parole le facciamo nostre, perché in qualche modo ci appartengono. Quanto possono essere giuste o importanti le parole? Stando a quelle di Rose Luxemberg, il primo atto rivoluzionario è chiamare le cose col proprio nome.

Indagando tra le pagine di questo sito mi sono resa conto di quanto Quasi la felicità fosse il “nome proprio” di questa esperienza.

Sfoglio le storie di queste dieci donne che si raccontano in brevi interviste cariche di passione che, con le parole giuste, quelle che sono buone per fare la rivoluzione, ci hanno fatto entrare nelle loro case, nelle loro botteghe, nelle loro famiglie. Il sito raccoglie i percorsi di lavoro di donne che sono riuscite a realizzare i loro progetti di vita o che quantomeno, ci provano. Sono donne coraggiose, che hanno rischiato, hanno viaggiato e poi sono tornate alla propria terra per nostalgia o per amore, come se avessero sentito il richiamo di una terra che nel frattempo è diventata un simbolo di cambiamento, resistenza e resilienza.

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Parlare di donne e lavoro vuol dire dare un volto e una voce a quelli che generalmente vengono considerati solo dati statistici: raccontare, delle donne, le gioie, le paure, le aspettative deluse, i sogni per il futuro lavorativo - si legge nel loro sito.

Le loro paure, i loro dolori e le loro gioie, sono anche le mie, le nostre. Ecco forse perché le loro parole risultano così importanti. I loro viaggi mi ricordano i miei, le loro ricerche sono le stesse mie.

Sono semplici storie, e allo stesso tempo non sono solo semplici storie.

L’obiettivo del progetto è di decostruire stereotipi, allo scopo di educare alle differenze di genere intese come risorse personali e mai come categorie collettive.

Esperienze di emancipazione esemplari, non sono però merce rara. Le imprese al femminile non sono solo quelle economiche e professionali, sono anche quelle eroiche e impegnative quotidiane che coinvolgono ogni nostro muscolo e ogni nostro neurone, e sono convinta che ognuno di noi conosca almeno una donna con una storia da raccontare, come quella della mia amica Claudia, che è solo un esempio, una tessera che compone un mosaico ben più ampio che rappresenta tante piccole grandi donne.

Le storie che si trovano per caso, nei laboratori o nelle botteghe delle stradine dei nostri centri storici non sono solo storie di artigiane e imprenditrici. Sono soprattutto storie di madri, figlie, mogli. Sono storie di donne, che con la loro forza interiore e creatività non sono solo il lavoro che fanno.

C’è un’altra parola giusta che merita di essere citata, anzi due, di quelle che ci danno “quasi la felicità”: il progetto di Claudia. Si chiama come lei, Claudia Carlucci. La considero una parola giusta perché noi non siamo solo il lavoro che facciamo, siamo soprattutto donne il cui nome deve essere inciso su un insegna in rame sopra una porta che si apre su un mondo personale e creativo al quale lei, per nostra fortuna, non ha rinunciato.

 

Gli autori di Vorrei
Caterina Guerrieri
Author: Caterina Guerrieri

Dopo quasi dieci anni di camminate in giro per l’Italia e la Francia, sono ritornata ad Altamura, il paese in cui sono nata nel 1987 e che avevo lasciato per motivi di studio. Mi sono laureata nel 2012 in Restauro e Conservazione di dipinti su tela all’Accademia di Belle Arti di Lecce. Quando capita faccio anche la restauratrice, ma nel resto del tempo mi dedico alla scrittura e al disegno (le mie grandi passioni) e collaboro con l'associazione culturale “Link”, che si occupa di mobilità giovanile e interculturalità.

Qui la scheda personale e l'elenco di tutti gli articoli.

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