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Egidia Beretta e suo figlio, Vittorio Arrigoni, esempi di umanità e dignità

Alcune sere fa  mi è capitato di assistere, a Vedano al Lambro, nel corso di un incontro organizzato dall’assessorato alla cultura del Comune, ad un evento straordinario. Una madre eccezionale che parlava di un  figlio eccezionale, a cinque anni dalla sua morte violenta in terra di Palestina. Mi sono sinceramente commosso.

 A parlare era Egidia Beretta, già sindaco per due mandati di  Bulciago, piccolo centro della provincia di Lecco, ma anche madre di Vittorio Arrigoni, un giovane del 1975. Di lui avevo ovviamente sentito parlare, soprattutto nei giorni della sua tragica scomparsa nel 2011, ma le cronache non avevano allora reso piena giustizia delle sue qualità morali e ideali, alimentate dalle opere di Mahatma Gandhi, dalle parole di Martin Luther King, dai libri di Tiziano Terzani. È da alcuni anni che la madre si adopera a raccontare le scelte di vita del suo figliolo.

Vittorio non era uno scapestrato, tantomeno un pazzo, era dotato di una grande passione, quella di girare il mondo munito di una sola arma, la parola e la testimonianza. Un sognatore, un idealista, un pacifista? Anche quello se volete, ma impegnato concretamente sul campo. Prima nei paesi dell’Europa dell’Est, poi in Perù e in Africa (Togo, Ghana e Tanzania) e infine in  Palestina sino alla fine dei suoi giorni. Laddove c’era da portare aiuto, da difendere diritti fondamentali, da istruire e costruire un sanatorio, un centro sociale, un ambulatorio,  Vittorio era in prima fila. Una vocazione la sua, fatta di impegno, di lavoro anche manuale, di intervento concreto. Una sorta di monaco civile.

Mai toccata un’arma, era un pacifista  integrale. E a qualcuno dava fastidio. Al governo israeliano, ad esempio, che  lo inserì - a sua insaputa - nella lista nera delle persone sgradite. Sia alla frontiera con la Giordania e poi in mare a difesa di un gruppo di pescatori palestinesi, fu picchiato e ferito gravemente.

Era anche un bravo giornalista, un ottimo scrittore. Collaborava con il Manifesto e con diverse radio. Aveva anche un suo blog su Internet. I suoi articoli finivano sempre con due semplici parole: restiamo umani. Quasi una firma, che lo rappresentava benissimo.

In un paese normale la sua figura dovrebbe essere ricordata, e degnamente anche. Ma l’Italia non è un paese normale ed è così potuto accadere che ai solenni funerali svoltisi nel 2011 a Bulciago e celebrati da Monsignor Hilarion Capucci, arcivescovo cattolico di Gerusalemme, lo Stato fosse assolutamente assente.

La fine di Vittorio è tutt’altro che chiara. Fu rapito il 14 luglio da un oscuro gruppo  e strangolato durante la notte. Il suo corpo fu ritrovato alcuni giorni dopo, il 19 per l’esattezza, in una abitazione di Gaza, i rapitori immediatamente individuati. Alcuni caddero uccisi nel corso di un conflitto a fuoco, gli altri arrestati e processati. Il trasferimento della salma da Gaza in Italia fu occasione di una grande manifestazione di solidarietà del popolo palestinese. Ci fu anche un processo conclusosi con due condanne all’ergastolo. Per ben due volte gli Arrigoni, padre, madre e sorella, sono intervenuti presso quei giudici affinchè fosse evitata ai massacratori del figlio la pena di morte. Umani pure loro, sino all’estremo.

Alcuni giornali italiani,  considerati ben pensanti, liquidarono la vicenda con uno stomachevole e bestiale “quella fine Arrigoni se l’è andata a cercare”. Era il 2011, in quello stesso anno sarebbe scomparso anche il papà di Vittorio. La madre ricorda quegli avvenimenti con angoscia ma con grande dignità. Ha scritto anche un libro. E con quello de il Manifesto, nel quale sono raccolti gli articoli  di Vittorio, sta facendo il giro di scuole, circoli culturali, sedi varie per raccontare la  storia di un ragazzo speciale. Il suo ragazzo. E invita tutti a restare umani. 


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