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Libri ritrovati. La modernità, profondità e umanità di pensiero in un secolo dove il diritto penale era permeato da antichi pregiudizi e vessazioni del potere, negazione delle libertà, tortura, pena di morte

 

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e avrete occasione di rileggere o leggere il celebre piccolo libro: “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria non potrete che restare stupiti della modernità, profondità e umanità di pensiero che permea tutto lo scritto in un secolo dove il diritto penale era permeato da antichi pregiudizi e vessazioni del potere politico e religioso, negazione delle libertà più elementari, ricorso alla tortura ed alla pena di morte ed alla carcerazione senza diritti.

Sono trascorsi 236 anni dalla sua prima edizione del 1764 e possiamo capire come nella seconda metà del ‘700 il pensiero anche in Italia, in tutta l’Italia, da Napoli a Milano, seguiva una rivoluzione che non era solo scientifica, economica, culturale e che “spiega” quale profonda trasformazione sociale, politica e di pensiero stava investendo l’intera Europa e le Americhe.

Questa rivoluzione passava anche, nel suo piccolo, da Monza dato che Cesare Beccaria frequentava la Villa Mirabello del Conte Durini, che raccoglieva spesso incontri di uomini di cultura del tempo, come il Verri e il Parini. Villa preesistente alla costruzione della Villa reale e poi del Parco e dello stesso Mirabellino.

Nei secoli passati, anche lontani, ci meraviglia sempre, in presenza di trasporti e comunicazioni limitate, come il “pensiero”, le “idee” , si tratti di una rivolta, sociale, religiosa o filosofica, o di uno stile architettonico o letterario, si espandesse velocemente anche in territori lontani con continuità di contenuti e forme. Come se il pensiero non avesse né confini né limiti fisici di tempo. Sono sempre affascinato dal fatto che architetture islamiche, pur interpreti di realtà locali, presentino una “leggibilità” omogenea dall’India ai confini occidentali dell’Africa. Come per il Romanico dall’Irlanda alla Puglia, o il Gotico. La stessa cosa vale per altro e il Beccaria con il suo libricino “sparò”, in quegli anni difficili, idee fondamentali per la rivoluzione del diritto in tutta Europa e nel Mondo, come gli fu riconosciuto, assorbendo le idee ed il vento di rinnovamento che investiva l’Europa, sia rivoluzionaria che talvolta reazionaria. Idee ancora in movimento, qui anche in casa nostra e nei paesi europei, ma ancor più in gran parte del globo e per milioni di esseri umani assoggettati a leggi inique e trattamenti carcerari disumani, torture e pena di morte.

Il grande insegnamento civile di Beccaria non poteva certo trovare fortuna nell’Italia del regime che, come per altri grandi personaggi di pensiero e di cultura, fu messo da parte perché non rispondete ai miti della violenza e della morte.

Rileggendo questo testo si comprende come la conoscenza internazionale di pensatori fosse attiva e ben presente al Beccaria che pure aveva solo 26 anni e non mancano in tal senso riferimenti nel testo come se il limite della lingua e la diffusione di traduzioni fosse facilmente superabile in Europa. Il libro suscitò molte critiche: «Chiunque volesse onorarmi delle sue critiche, cominci dunque dal ben comprendere lo scopo a cui è diretta questa opera; scopo che ben lontano dal diminuire la legittima autorità, servirebbe ad accrescerla, se più che la forza può negli uomini la opinione, e se la dolcezza e l’umanità la giustificano agli occhi di tutti.», scrive nella prefazione parlando anche di «calunnie della maligna invidia».

Ho tra le mani una edizione del 1950, a cura di Luciano Ventura, a sua volta difensore della libertà di parola e di pensiero garantite, sulla carta, dalla nostra costituzione. Lo scritto si articola in 36 piccoli capitoli, una prefazione e introduzione ed una brevissima conclusione. La casa è: Universale Economica e il prezzo era di 100 lire. Il volumetto, come mi sono tanti anni fa appuntato a matita, veniva dalla biblioteca della professoressa Farè, con altri donatomi alla sua morte tramite la comune amica Giovanna Mussi.

20121115-beccarioL’analisi del Beccaria è precisa e affronta tutti gli aspetti che interessano il diritto penale, dalla cattura di chi è ritenuto colpevole al valore delle prove, degli indizi. La attenzione che va posta alla attendibilità dei testimoni ed alle deposizioni. Mi preme porre qui l’attenzione su due aspetti che coinvolgono ancora il dibattito civile dei nostri tempi: la tortura e la pena di morte, precisando che non sono i soli aspetti della modernità del Beccaria. Nel capitolo “Della Tortura” egli dice, tra molte cose: «Una crudeltà, consacrata dall’uso della maggior parte delle nazioni, è la tortura del reo mentre si forma il processo». «Un uomo non può chiamarsi reo prima della sentenza del giudice, né la società può toglierli la pubblica protezione».

E nel capitolo “Dolcezza delle Pene”: «Dalla semplice considerazione delle verità fin qui esposte egli è evidente, che il fine delle pene non è di tormentare ed affliggere un essere sensibile ne di disfare un delitto già commesso». «Il fine dunque non è altro che d’impedire il reo dal far nuovi danni ai suoi cittadini, e di rimuovere gli altri dal farne uguali». «Poiché il medesimo spirito di ferocia che guidava la mano del legislatore, reggeva quella del parricida e del sicario». «Conchiudo con questa riflessione, che la grandezza delle pene dev’essere relativa allo stato di una Nazione medesima».

E ancora, nel capitolo “Della Pena di Morte”: «Questa inutile prodigalità di supplizi, che non ha mai resi migliori gli uomini, mi ha spinto ad esaminare se la morte sia veramente utile e giusta in un governo bene organizzato. Qual può essere il diritto, che si attribuiscono gli uomini, di trucidare i loro simili?». «Non è dunque la pena di morte un diritto, (...) ma è una guerra della nazione con un cittadino; perché giudica necessaria o utile la distruzione di un essere: ma se dimostrerò non essere la morte né utile né necessaria, avrò vinto la causa dell’umanità». «Se le passioni, o la necessità della guerra hanno insegnato a spargere il sangue umano, le leggi, moderatrici della condotta degli uomini, non dovrebbero aumentare il fiero esempio, tanto più funesto, quanto la morte legale è data con istudio e con formalità. Parmi un assurdo, che le leggi, che sono espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l’omicidio, ne commettano uno esse medesime, e per allontanare i cittadini dall’assassinio, ne ordino un pubblico».

Due capitoli di assoluta contemporaneità sono “Prontezza della Pena” e “Certezza della Pena”: «Quanto la pena sarà più pronta e più vicina al delitto commesso, ella sarà tanto più giusta e tanto più utile». «Uno dei più grandi freni dei delitti non è la crudeltà delle pene, ma la infallibilità di esse».

Voglio terminare le citazioni con il capitolo “Come si prevengono i delitti”: «È meglio prevenire i delitti che punirli. Questo è il fine principale d’ogni buona legislazione».

Poche citazioni, ma necessarie, che rendono palese la grande umanità e capacità di pensiero di Beccaria. Egli conclude dicendo parole ancor oggi del tutto condivisibili: «Perché ogni pena non sia una violenza di uno o di molti contro un privato cittadino, deve essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata ai delitti, dettata dalle leggi».

Il testo è chiaro, leggibile, non sente gli anni secolari che porta. Ancora oggi la pena di morte e la tortura è parte della legislazione e della pratica di tanti paesi, non certo arretrati dal punto di vista economico e di organizzazione sociale. Potrete certo ritrovare negli scaffali di biblioteca o in libreria una edizione Dei delitti e delle pene, leggerlo o rileggerlo vale la pena, non solo come tributo al Beccaria, ma anche per capire come le ragioni di leggi giuste e umane hanno, nel nostro paese, una profonda radice nel tempo e come un uomo solo, qui a Milano, nel ‘700, potesse con la propria penna, calamaio e luce di candela, capire e insegnare tante cose al Mondo.

 


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