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Belli i jeans "consumati" ma attenzione, la sabbiatura necessaria a scolorirli è molto dannosa per chi la lavora manualmente

È forse l’indumento più popolare che esista. Non c’è armadio in cui non faccia capolino, non c’è persona che non lo indossi. Attillati, a zampa di elefante, a vita alta, a vita bassa, sdruciti, strappati: i jeans sono ormai da tanto tempo i nostri più fedeli compagni di viaggio.

Nel mondo se ne producono ogni anno 5 miliardi di paia. Oggi va di moda consumato: più sembra vissuto e più piace. Un look che costa caro, però. E il prezzo purtroppo è in vite umane. Non tutti sanno infatti che l’effetto consunto è ottenuto con una tecnica letale per chi la usa. Si chiama sabbiatura e si ottiene sparando ad alta pressione getti di sabbia sui jeans. Ma la polvere della silice uccide chi la respira. L’esposizione ad essa può provocare la silicosi, una malattia polmonare incurabile e letale.

Molti Paesi europei hanno adottato regolamenti restrittivi nei confronti di questa pratica. Nel 2009, anche la Turchia, primo Paese in cui la silicosi è stata riconosciuta come malattia diffusa nell’industria tessile, ha vietato la sabbiatura manuale con la silice. Il Comitato di Solidarietà Turco con i sabbiatori stima che su 10.000 persone impiegate nel settore, la metà sia ora affetta da silicosi.

Ma la produzione di denim sabbiato non si è fermata. Si è solo spostata altrove. Per lo più condotta da subfornitori su cui le aziende di produzione non hanno alcun controllo, questa attività si svolge soprattutto nei Paesi dove il lavoro è privo di qualsiasi tutela. Bangladesh, Cina, Messico, Pakistan, Nord Africa, ne sono alcuni. Qui, dove si inizia a lavorare a 10 anni in laboratori senza ventilazione, non controllati e non denunciati, dove spesso chi ci lavora vi dorme persino e si è esposti alle polveri senz’altra protezione che un pezzo di stoffa sul viso, può accadere di morire di silicosi a soli vent’anni.

Contro i vestiti killers, dunque, la Clean Clothes Campaign, una rete di organizzazioni sindacali e non governative, ha lanciato una campagna internazionale. L’obiettivo è fare pressione sulle aziende produttrici, perché eliminino la pratica della sabbiatura dalla propria catena di fornitura, sui governi, perché la mettano fuorilegge e sui consumatori perché acquistino tessuti denim non sabbiati.

Qualche buon risultato è stato già incassato. Alcuni marchi noti hanno raccolto l’invito. A renderne conto è il Report Victims of fashion, del 2010, curato dal Fair Trade Center. H&M, per esempio, è una delle grandi aziende che si è impegnata, a partire dall’autunno 2010, a escludere la sabbiatura dalla sua produzione. Ma molti nomi importanti della moda – Diesel, Cavalli, Dolce & Gabbana, Armani, per dirne alcuni - hanno fatto orecchie da mercante.

E noi cosa possiamo fare? Dal momento che è praticamente impossibile in un negozio distinguere e riconoscere capi trattati con questo metodo, anche perché le etichette non ne fanno cenno, possiamo cominciare a scrivere alle aziende, pretendere di essere informati sulla filiera produttiva, sollecitare i governi a proibire la pratica.

Al limite, sfoderare l’arma più potente che ci resta come consumatori: non comprare tessuti sabbiati. Una piccola rinuncia al look che può impedire l’assurdità del morire di moda. Per saperne di più, per firmare la petizione e per il testo in italiano del report “Vittime della moda”, www.abitipuliti.org.