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I troppi incendi della scorsa estate e le leggi per la tutela del territorio.
Il metodo del Presidente del Parco dell'Aspromonte

È stata una lunga estate calda quella italiana. E non parlo del clima, ma delle fiamme che hanno percorso la penisola, devastandone boschi meravigliosi, macchia mediterranea e splendide oasi naturali come Torre Guaceto (Br). Risalendo in treno l’Italia, lo spettacolo di intere pinete sul mare ridotte a neri scheletri è desolante. Inspiegabile.

Tanto più che, grazie alla legge quadro italiana sugli incendi boschivi – la 353/2000 -  sulle aree percorse dal fuoco non è più possibile svolgere qualsivoglia attività, sia essa edilizia o di pastorizia, di caccia o di ingegneria ambientale con soldi pubblici, per almeno dieci anni e più.

È proprio per evitare ogni tipo di speculazione che i Comuni sono tenuti a censire immediatamente le aree coperte dal fuoco. E sempre alle amministrazioni comunali spetta il compito di curare le campagne di informazione, l’avvistamento dei focolai e il presidio del territorio, i piani comunali di emergenza per il rischio incendi e il rapporto con il volontariato di protezione civile.

Tuttavia, a fronte di pochi comuni virtuosi, in particolare liguri e toscani, resta elevato il numero dei comuni inadempienti e, guarda caso, nelle aree maggiormente colpite dal crimine incendiario. Sicilia e Calabria in primis, dove rispettivamente l’89% e l’88% dei comuni sono da bandiera nera nella mitigazione del rischio incendi.

Eppure, normativa a parte, esiste una pratica, buona e intelligente, presa a modello persino all’estero, ma che stranamente nel nostro Paese resta ancora un esempio isolato.

È il metodo praticato in Aspromonte da Tonino Perna, presidente del Parco nazionale dell'Aspromonte dal 1999 al 2006 e docente di Sociologia economica all'università di Messina. Uno che col fuoco non ha alcuna voglia di scherzare. Tanto da inventarsi un “contratto di Responsabilità” stipulato tra l’ente parco e le associazioni ambientaliste, di protezione civile e le cooperative che, partecipando ad un bando pubblico, potevano aggiudicarsi l’adozione di parti del territorio del parco durante l’estate. In cambio, una diaria giornaliera dei “volontari” e il rimborso delle spese per la mobilità. Il contratto però prevedeva che solo il 50% del valore complessivo veniva anticipato dall'ente al momento della stipula, l'altra metà dipendeva, invece, dai risultati: se la superficie bruciata superava lo 0,2% di quella adottata si perdeva il 10%, sino ad arrivare all'1% di superficie bruciata che comportava la perdita totale della metà del valore del contratto. Una sorta di premialità rovesciata, insomma, che anziché finanziare i territori colpiti dai roghi li penalizza, incentivando la sorveglianza e la cura dei boschi. I risultati non si sono fatti attendere: dal 2000 al 2006, finché è rimasto in vigore questo sistema, la superficie bruciata in Aspromonte è scesa di circa l'80% rispetto agli anni ‘90.

Una misura che certo non può da sola fermare la mania incendiaria, ma sicuramente può servire a spezzare quel circolo vizioso che non di rado alimenta i roghi: le assunzioni stagionali connesse all’emergenza incendi. Vale a dire che spesso gli incendiari sono le stesse persone incaricate di spegnere i fuochi. Sui roghi e sui rimboschimenti si mangia.

È forse solo un caso se in Sicilia, la  Regione con più agenti forestali d'Italia e nello stesso tempo una delle Regioni con la minor superficie boschiva, è una delle Regioni più devastate dagli incendi? I precari dell'antincendio spesati dalla Regione in Sicilia sono 30.745, poco meno della metà di tutti i forestali italiani (68mila). In pratica ognuno di loro controlla 12 ettari di territorio. E il loro guadagno dipende dalle giornate di lavoro e dalle ore di straordinario: insomma, più la regione va a fuoco, più alto è il loro stipendio!

Suvvia, almeno quando i meccanismi perversi sono chiari come il sole, perché non provare a smontarli?

 


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