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Dal 2010 l'Italia mette al bando i sacchetti di plastica per la spesa.
Ma già oggi ci sono alternative ecologiche come il MaterBi

Alla cassa del supermercato, per pagare la mia spesa quindicinale, la commessa mi chiede se voglio dei sacchetti. Le dico: “No grazie, non ne ho bisogno”, e lei, un occhio a me ed uno ai non pochi prodotti sparsi sul banco, mi guarda interdetta e interrogativa. Per tranquillizzarla, tiro subito fuori i miei due sacchi di tela e ci infilo la spesa.

Ecco, l’ho fatto. Ho detto basta alle buste di plastica. Perché aspettare il 2010 per far qualcosa di così urgente?

Nel 2010 infatti, l’Italia bandirà le buste di plastica: è scritto in tre commi della Finanziaria 2007. Un po’ in ritardo rispetto a città come Parigi, San Francisco, Melbourne, dove il divieto è già in vigore. O come Modbury, il primo paese “plastic-bag free” in Inghilterra che comincia a far scuola, tant’è che 60 paesi hanno già seguito il suo esempio e la prossima città potrebbe essere Londra.

A Modbury, infatti, piccolo paese del Devon, le uniche buste in giro hanno una scritta stampata su che avverte “non sono di plastica”. Qualsiasi negozio, mercato, macelleria, pub si è dotato di borse di cotone, tela, carta e cartone.

A convincere negozianti e consumatori a farla finita con la plastica ci ha pensato Rebecca Hoskins, una documentarista che, inviata dalla BBC a filmare la vita marina nel Pacifico, è rimasta talmente sconvolta dalla fine che fanno pesci, tartarughe e gabbiani a causa della plastica, che ha mostrato a tutti in paese quel filmato. E non avrebbe potuto esserci argomento migliore a persuadere 1700 persone a bandire questo materiale dalla loro vita.

La plastica, si sa, ci mette circa 450 anni ad essere digerita dalla terra. Un tempo enorme. Se si pensa che il mondo consuma ogni anno un trillione di buste di plastica - soltanto gli Stati Uniti ne utilizzano 100 miliardi ogni anno - e che di questa quantità il 99% non è riutilizzata, si comprende bene quanto ingombrante sia il suo carico nei mari, nei fiumi, sulla terra.

Per fabbricarla, inoltre, occorrono tonnellate di petrolio, con relativo rilascio di CO2 nell’aria: basta pensare che 1 chilo di polietilene comporta l´emissione di 2 chili di anidride carbonica.

Eppure l’alternativa esiste già. E questa volta è proprio un’azienda italiana ad essere all’avanguardia. Si tratta della Novamont, azienda chimica novarese che negli ultimi anni ha fatto ricerca nel settore delle bioplastiche, creando la prima plastica biodegradabile.

I sacchetti in Mater-Bi sono realizzati con materie prime rinnovabili di origine agricola, come semi di girasole e mais. Occorrono mezzo chilo di mais e un chilo di olio di girasole per creare circa 100 buste di bioplastica. Secondo i calcoli della Coldiretti, per sostituire le 300 mila tonnellate di plastica necessarie a produrre i sacchetti usati in un anno in Italia, basterebbe coltivare circa 200 mila ettari, un quinto delle terre agricole non utilizzate. Inoltre, la produzione di un sacchetto in Mater-Bi a paragone con uno di plastica di pari peso, consente di ridurre l'emissione di anidride carbonica di almeno il 30%.

Con la bioplastica si possono realizzare un’infinità di cose: dai cotton fioc agli imballaggi per alimenti, piatti, posate bicchieri, e persino pneumatici.

Pensando a questo, torno a casa con la mia busta di tela, che però è piena di frutta e verdura imballate in contenitori di plastica, di cui cercherò di inventarmi un qualche riuso, ma che in gran parte dovrò, ahimè, gettar via. Forse non sparirà prima di averci sommersi tutti, e però, come ebbe a scrivere Edmund Burke “No-one made a greater mistake than he who did nothing because he could do so little.

 


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