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Le città che danno l'addio al petrolio: in Gran Bretagna e in Irlanda ci provano

Di fronte al picco del petrolio e ai cambiamenti climatici si può vivere alla giornata scolandosi gli ultimi sorsi finchè ce n’è, e aspettando magari una manna miracolosa che risolva i problemi al posto nostro. Oppure ci si può far carico del futuro, se non altro perché è lì che dovremo abitare, e perciò rimboccarsi le maniche e provare a invertire la rotta.

Le Transition Town hanno decisamente imboccato la seconda via. Per loro il grande viaggio oltre il petrolio è già cominciato. I pionieri del movimento delle Città in Transizione sanno che la nuova frontiera oggi è un'esistenza ecologica capace di fare a meno del petrolio e dei suoi derivati.

Niente auto, insomma, niente plastica e addio ai cibi esotici in arrivo dall'altro capo del mondo.

E’ accaduto a Totnes nel Devon, in Gran Bretagna, a Kinsale in Irlanda e dopo di loro un’intera rete di piccole città sta riconvertendo le proprie riserve energetiche, scoprendo altri modi di vivere, di produrre, di consumare, di mangiare.

Ispiratore di questo grande esperimento sociale è il prof. Rob Hopkins. Tutto è nato quasi per caso nel 2003, da una esercitazione scolastica a Kinsale. Insieme ai suoi studenti, il prof. Hopkins creò il Kinsale Energy Descent Plan, un progetto strategico che indicava come la piccola città avrebbe potuto riorganizzare la propria esistenza in un mondo in cui il petrolio non fosse stato più economico e largamente disponibile. Perché di questo si tratta. Di prendere sul serio la prospettiva del picco del petrolio, che non è la fine del petrolio, ma il momento dopo il quale si esaurirà la possibilità di estrarlo abbondante e a basso costo. Come dire, insomma, che estrarre un barile di petrolio costerà una quantità di energia pari ad un barile stesso. Analisti e geologi petroliferi indipendenti hanno collocato questo picco massimo estrattivo tra il 2006 e il 2012.

Il seme gettato dal professor Hopkins è stato raccolto da oltre 11.000 centri abitati e da 60 città inglesi che passo dopo passo stanno faticosamente, ma entusiasticamente, avviando la transizione.

Il percorso si costruisce dal basso, stimolando la crescita di consapevolezza all’interno della comunità, con la formazione di gruppi di lavoro su energia, ambiente, trasporti, giovani, acqua, cibo, etc. Poi, creando un collegamento con le amministrazioni locali e con le imprese, per arrivare ad un percorso condiviso che porti a ridurre le emissione di CO2 e a definire un Piano di Decrescita Energetica progettato e messo in pratica dalla comunità nell’arco di 15/20 anni.

Numerose cittadine negli Stati Uniti e ben più di 100 comunità in tutto il mondo si stanno incamminando sui propri percorsi di cambiamento. Portland in Oregon, con 550.000 abitanti, per esempio, punta a ridurre il proprio consumo di greggio e gas del 2,6% annuo, per raggiungere una contrazione del 25% entro il 2020.

Tante sono le idee in ballo: bio-architettura, autosufficienza energetica, orti in città, reti locali di produzione e di scambio. E ancora: organizzazione dello scambio tra imprese, per la gestione dei rifiuti, per esempio, dove i rifiuti dell'attività di una possono diventare materia prima per un'altra. Le proposte abbracciano anche profondi cambiamenti nelle relazioni economiche, come l'uso di una moneta sociale, da spendersi solo per prodotti dell'economia locale, a minimo chilometraggio, oppure l'assegnazione a ogni prodotto di un punteggio, in relazione al peso del carburante impiegato per produrlo e portarlo a destinazione.

Una rete di assistenza, il “Transition Network”, è già attiva per supportare le iniziative nascenti.

Anche in Italia si fanno i primi passi in questa direzione. Come nel comune di Monteveglio (BO), dove Cristiano Bottone, alfiere del movimento di transizione, prova a sognare la sua città tra dieci anni. “Con la nuova zona residenziale – scrive nel suo blog - fatta solo di case passive servite da pannelli solari termici, fotovoltaici e impianti geotermici. Accanto, una piccola centrale a biomassa produce in modo assolutamente pulito una significativa fetta dell’elettricità che serve al nucleo più vecchio della città. Anche negli edifici esistenti, case, capannoni industriali, edifici pubblici, sono stati installati impianti a solare termico e fotovoltaico […]. Poi magari, con il calore di scarto della centrale a biomassa, abbiamo costruito una piccola piscina termale pubblica, facilmente raggiungibile in bicicletta grazie alle tante piste ciclabili nate nel frattempo, e mentre il petrolio sale a 500 dollari al barile, noi ci rilassiamo a mollo”.

Immaginare non costa niente. Provarci, forse, nemmeno.

 


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