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Il movimento femminista si ritrova dopo 9 anni in una tre giorni di dibattiti all'Università di Granada e viene sconvolto da una nuova corrente.

 

Arrivano treni carichi carichi di...donne!
Non sono solo 3.000 donne quelle che, da ogni parte della Spagna, hanno riempito treni interi per raggiungere Granada per tre intense giornate di dibattiti e tavole rotonde, dal 5 al 7 dicembre.
Sono femministe. Di ogni età:  ci sono studentesse, giovani donne ed anziane, molte delle quali hanno partecipato al primo Congresso femminista Spagnolo, tenutosi sempre a Granada,  nel 1978, appena dopo la caduta del regime franchista.
Il femminismo spagnolo ha compiuto 30 anni e li celebra con 140 interventi organizzati durante le giornate concluse da una manifestazione per le strade della città.
Tutte queste donne energiche sono unite dal comune punto di partenza: l'importanza di rivendicare l'identità della donna, che viene sempre messa in discussione nei suoi diritti, nella sua dignità e nella sua autodeterminazione. Si parli di prostituzione, legge sull'aborto, violenza di genere (la Spagna è il paese europeo con il più alto livello di violenza sulle donne), di identità lesbica, di sesso, di pornografia: sempre sono in causa le scelte volute o subite dalle donne.

 

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Nel corso dell'evento si sono levate voci piuttosto rivoluzionarie che hanno provocato sconcerto e dissesto: "È ancora sufficiente che il femminismo, come movimento, si limiti alla sola rivendicazione dell'identità di donna?".
Storiche leader del movimento transessuale spagnolo come Juana Ramos e Kim Perez sono intervenute per rivendicare un femminismo trasversale al sesso ed al genere, un femminismo che possa essere modellato su una società che sta cambiando, in cui le identità sono sempre più fluide, fatta da "Conjuntos diffusos", ovvero raggruppamenti diffusi di persone. Lo schema, tanto caro all' ideologia dominante, per cui un individuo è maschio o femmina, e la struttura biologica e sociale è formata da due categorie umane - gli uomini e le donne,  XX e XY - non funziona più. È la nostra una società sempre più post-identitaria. E per capire che significa post-identitaria bastava guardarsi intorno: donne etero, lesbiche, donne che performavano la mascolinità con baffi posticci, donne transessuali militanti e non. Una mescolanza di persone, ognuna delle quali ha potuto partecipare alle giornate solo grazie alla menzione del sesso femminile garantita dal documento d'identità da presentare per l'accesso.


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In un contesto ibrido di tale natura, nessuno avrebbe riconosciuto l'unico trans mascolino, Miguel Missè, il primo ragazzo ammesso in uno spazio protetto come quello delle giornate femministe.
Il suo intervento ha ulteriormente scosso il dibattito:  deve realizzarsi una svolta nel femminismo, è necessario aprirsi a nuovi soggetti politici, la cui voce è inascoltata, cioè a trans, a prostitute, a donne migranti. Un femminismo che sia Transfemminismo.
"Solo chiamandoci transfemministi potremmo sentirci, noi tutti e tutte in questa sala, uniti nello stesso obiettivo di combattere la discriminazione. Siamo dei sopravvissuti, i nostri corpi, in forma differente, hanno vissuto e continuano a vivere la violenza strutturale di una società binaria e gerarchica che decide come gestire i nostri corpi!" dice  Miguel. "Noi trans dobbiamo sottoporci a test psichiatrici che ci insegnano a comportarci come "veri uomini" o "vere donne". Le categorie donna uomo, maschile femminile, etero omo o bisessuale sono state culturalmente imposte".
Il corpo ed il desiderio devono prendere il sopravvento e quindi la transversalità tra i generi è il nuovo orizzonte cui guardare.


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La provocazione transfemminista non poteva che scatenare reazioni: "Voi cosa pensate di rivendicare mettendovi baffetti posticci quando vi gira? Non sapete quante donne vengono uccise ogni giorno nel vostro paese?" interviente pubblicamente una signora di mezza età. Un'altra esprime: "Ammetto che sono sconvolta, sono confusa e sorpresa. Tutto questo del disfare un'identità mi sembra affascinante e chissà, liberatorio".
Il dibattito si è chiuso nei tre giorni continua nell'esperienza tumultuosa delle persone e nella ricerca di nuove possibili alleanze tra movimenti di lotta per l'autonomia dei corpi e dei destini.

 

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Il collettivo Medeak dei Paesi Baschi, fondato da tre sorelle e ora formato da più etichette e militanti di genere.

 


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