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20100911-facebook

Essere "cacciati" dal social network più noto ed osannato senza un perché. I dannati del “roadblock” sono decine, centinaia, forse migliaia o addirittura milioni: nessuno può contarli alla luce del sole,

Dopo la fine del comunismo e la crisi del capitalismo, il governo delle idee – soprattutto in Occidente, ma non solo – passa dalla politica al marketing, che ha ormai investito in modo capillare tutti gli aspetti dell’organizzazione sociale e persino la pace privata (si pensi all’invadenza del telemarketing). Al puro calcolo (elettorale) si ispirano ormai molti partiti vecchi e nuovi; al calcolo (commerciale) la maggior parte degli organi d’informazione; persino il web, salutato – con grandi speranze – come l’ultimo spazio “vergine” concesso al cittadino, comincia a scricchiolare sotto il peso di controlli, restrizioni e soprusi da parte di chi lo vorrebbe ridurre a una mera fonte di profitto, perdendo a poco a poco quell’aura di fai-da-te culturale che lo rendeva così diverso dai mezzi di comunicazione tradizionali.

Prendiamo il caso dei cosiddetti “social network”. Sapevo che Facebook, per citare il più popolare, era un geniale colpo di marketing (per l’appunto); ma in cambio sembrava aprirti un universo di nuove possibilità comunicative, e aderirvi appariva (e in gran parte tuttora appare) simpatico, vantaggioso, persino utile. Addirittura epico, in talune circostanze. Non dimenticherò mai che nel nostro paese Facebook è stato la culla (forse involontaria) di un’iniziativa – spontanea e di grande successo – come quella del Popolo Viola: una mobilitazione senza precedenti, nata dall’interazione di migliaia di cittadini che hanno scoperto di condividere lo stesso ideale di democrazia. E che si sono organizzati da sé, senza la guida di grandi partiti di massa o di sindacati o di altre istituzioni ufficiali: giacché Facebook stesso – per essere il sito più visitato in assoluto dopo Google – deve ormai considerarsi alla stregua di un’istituzione tra le più potenti del mondo. Cinquecento milioni di aderenti sono qualcosa di più dei soliti quattro gatti.

Se i grandi numeri fanno la forza di una leadership, ne costituiscono però anche il tallone d’Achille. I buoni propositi, prima o poi, vanno a farsi friggere per non mettere a rischio la stabilità di una rete sempre più vasta di equilibri. Come in qualsiasi regime dittatoriale nella sua fase più soft, la libertà – spacciata a parole, e parzialmente tollerata per incrementare il consenso – diventa inganno e illusione. Anche Facebook, dunque, ha il suo dark side; anche Facebook sa digrignare i denti e colpirti, incoraggiando delazioni e attentati alla libertà di pensiero e alla circolazione delle idee; né si prende il disturbo, nei confronti di chi sia finito nella sua black list, di spiegargliene le ragioni. Facebook è la copia virtuale di un mondo troppo reale per essere virtuoso; somministra dispetti e castighi sbandierando valori quali la privacy e la sicurezza, ma con un’ipocrisia più “umana” – nel senso peggiore – che neutralmente logaritmica.

L’uso di Facebook che i suoi gestori prediligono è quello più naïf: scambio di foto di villeggiatura, auguri reciproci, chiacchiericcio alla buona, battutine senza peso; il social network come variante contemporanea della piazza o del bar dove si incontravano gli amici, spesso troppo infiacchiti – dal duro lavoro giornaliero o dalla frustrazione di non averne uno – per azzardare discorsi di qualche impegno. Lo “struscio” di una volta irretito nelle spire matematiche di un software e rendered sul monitor di un computer. Ma se si prova a usare Facebook per sostenere o suggerire qualcosa di più pensoso che il semplice cazzeggio, prima o poi arriva la mannaia e la festa è finita.

Vale la pena di raccontare la mia esperienza, non per la sua rilevanza ma perché – ho scoperto – è analoga a quella di moltissimi altri “esiliati” di tutto il mondo: dare un’occhiata a questa pagina per farsi un’idea, vaga ma illuminante, delle angherie kafkiane cui tanti sono stati, sono e saranno sottoposti. Dico “kafkiane” perché, nel mio caso come in molti altri, i soggetti colpiti dal mobbing dei Facebook controllers non conoscono i motivi reali della persecuzione. I condannati non sono necessariamente, come sarebbe lecito aspettarsi, istigatori a delinquere, razzisti plateali, pedofili o magnaccia; ma comunissimi esseri umani, presi di mira da “terzi” misteriosi e implacabili.

Per quanto mi è dato saperne, io sono stato oggetto di attenzioni letali da parte di un’associazione romana, il «Cenacolo di studi della civiltà cristiana Attilio Mordini». Questa, insieme al nome di una persona (Giuseppe Passalacqua), è stata l’unica informazione passatami dal Facebook Team responsabile materiale della sentenza e della condanna nei miei confronti. Che cosa il Cenacolo, o il suo Passalacqua, abbiano avuto da dire contro di me o i miei “post”, è un mistero impenetrabile.

L’attacco è stato dapprima sferrato contro Advertown (uno dei “gruppi” da me fondati), per aver pubblicato – secondo l’accusa – elementi (imprecisati) che violavano i diritti del Cenacolo suddetto. Le mie continue rimostranze, le mie reiterate richieste di spiegazioni hanno ottenuto, per tutta risposta, il blocco del mio account. Non posso più accedere al mio profilo né ad altre pagine di Facebook. Se tento di forzare il blocco con la mia password, mi si richiede – per ulteriori accertamenti sulla mia identità – di rivelare il mio numero di telefono, che invece desidero tenere segreto ad ogni costo. Grazie al link fornitomi da un amico, accedo invece senza difficoltà a questa pagina: ed è come visitare un girone dell’inferno:

 

«Or ci movemmo con la scorta fida

lungo la proda del bollor vermiglio,

dove i bolliti facieno alte strida.»

(Dante, Inferno, Canto XII, vv. 100-102)

 

I dannati del “roadblock”, bolliti senza imputazione e privati all’improvviso del proprio giocattolo, sono decine, centinaia, forse migliaia o addirittura milioni: nessuno può contarli alla luce del sole, perché Faceblock (lapsus?) li ha confinati in un sottosuolo cieco e insonorizzato. Di tanto in tanto l’udito è sfiorato da quei lamenti, ma si fa in fretta a distrarsi, a dimenticarsene; del resto, le emergenze e le catastrofi del mondo reale sono ben più inquietanti, e deleterie, di qualsiasi iniquità perpetrata o subìta on line.

Le delusioni, anche le più cocenti, hanno sempre un lato buono: sono istruttive. Che cosa ho imparato, o reimparato, dalla mia? Ovvio: che si può vivere benissimo anche senza Facebook, come ho fatto per 68 anni e come mi propongo di fare, a partire da oggi, fino alla fine dei miei giorni, che spero non troppo vicina. Per un anno mi sono divertito a condividere, in un circolo di amici reali e virtuali, innocui scampoli di cultura (cinema, musica, reperti letterari, simpatie per artisti del passato e del presente) e pensieri sull’esistenza, sull’attualità, sulla politica. Niente di nuovissimo o di originale, beninteso; ma neanche di sovversivo, dato che – per come la vedo io – non si può essere veramente sovversivi in un paese come il nostro, dal momento che i sovversivi, quelli veri, sono al potere.

Advertown, del resto, era un semplice archivio di manifesti e annunci pubblicitari da manuale, e non poteva offendere o ledere i diritti di nessuno. Che cosa abbia spinto Facebook a oscurarlo, e poi a far tacere il suo fondatore, è un enigma. Io non so chi si nasconda dietro quel Cenacolo “di cultura cristiana” e perché ce l’abbia con me; non ho più nemmeno la curiosità di investigare sui suoi moventi; gli auguro sinceramente di andare a farsi fottere, e niente di più. Hanno impugnato il crocifisso per crocifiggermi, e sono evidentemente così distanti dall’anima mia da non meritare nemmeno un etto della mia indignazione. Ma Ponzio Pilato – ovvero Facebook, che accoglie le accuse del primo che passa senza interpretarle, se ne lava le mani e non esita a tradire i suoi protetti – vorrei vederlo morto e sepolto sotto cento giga di terra. Perché io credevo che fosse un “cenacolo” vero, o almeno possibile: mentre è solo una fabbrica di target groups manipolati, assortiti in base al sistema di parametri desiderato e offerti “chiavi in mano” agli inserzionisti, esattamente come la televisione nazionalpopolare dei fratelloni e delle veline.

 

Aggiornamento del 14 settembre 2010

Ricevo dal FB Team un annuncio di ripristino del mio account. A una prima e veloce verifica pare che ci sia tutto - tranne la pagina del gruppo Advertown, ovviamente. Non è stato necessario il numero di telefono.

Ritengo - ma non ne ho le prove - che le proteste inoltrate da più parti al FB Team abbiano sortito questo effetto, e ringrazio tutti gli amici e i colleghi che si sono interessati alla vicenda.

Rimane aperto il "dossier Cenacolo" - una brutta storia che spero trovi prima o poi un perché.

Un saluto,
Pasquale Barbella

 

 


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