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Dal thriller alla luce del giorno "L'uomo nell'ombra" al bagliore dei vicoli di Teheran animati dai giovani, "I gatti persiani"

 

“Un uomo tanto comune da non avere nome, capace di lasciare il mondo della normalità e di entrare in punta di piedi in una realtà diversa, inaccessibile ai più e terribilmente intricata, non abbandonando mai un tocco di ironia, quell'umorismo leggero e profondo che gli fa da salvagente e da salva vita”.

Ho trovato questa definizione di ghostwriter e l’ho fatta mia.

A chi di noi non capita di doversi inoltrare in mondi che non sentiamo nostri e di cui magari non condividiamo neanche le regole e i valori? Esempio più banale è il lavoro, soprattutto oggi in cui flessibilità e adattamento (accontenta mento?) sono le parole d’ordine.

“In punta di piedi” ma “con ironia”, è forse questa la ricetta? Non prendersi mai troppo sul serio, essere leggeri. Non sfondare le porte ma usare la maniglia senza farla cigolare, avanzare sulle punte con il passo fermo dell’étoile della Scala, sicuri e a muscoli dei polpacci tirati, perché in cuor nostro c’è quella risata che ci salverà la vita.

Che il thrillerone del maestro non nasconda un “take it easy”?

 

I gatti persiani

Un film di Bahman Ghobadi. Con Negar Shaghaghi, Ashkan Koohzad, Hamed Behdad, Ashkan Koshanejad, Hichkas. Titolo originale Kasi Az Gorbehaye Irani Khabar Nadareh. Drammatico, durata 106 min. - Iran 2009.

Si tratta di piacere contro noia. Come ci ricorda quel vecchio falsario del film, vestito da dandy, mettendosi giocosamente a cantare: ”E la noia, alla lunga, perde sempre”. Di noia neanche a parlarne nel film di Barman Ghobadi, didascalico, dinamico e coraggio, un docu-film, una denuncia a chiare lettere e “a suon di musica”. Ritmatissime, infatti, le canzoni segnano il passo con cui il regista avanza con noi nei vicoli e nelle cantine di una Teheran nascosta in cui i giovani cercano di resistere come possono a un regime teocratico in cui il divieto di qualsiasi forma di espressione non allineata viene represso.

La storia messa a fuoco, attraverso la quale Ghobadi sceglie di raccontare un intero mondo-paese, è quella di un ragazzo (Ashkan Kooshanejad) e una ragazza (Negar Shaghaghi): una coppia di giovani musicisti, appena usciti dalla prigione e che cercano il modo di formare una band e magari fuggirsene all'estero.

Mentre assistiamo alloro avventuroso viaggio attingiamo all’umorismo ripetuto del traffichino che sa cavarsela in ogni situazione (o quasi), al pathos del giovane che insegna musica a bambini stupefatti e adoranti, alla suspense della festa nella Teheran bene interrotta dall'irruzione della polizia (qualcosa di analogo si intravedeva in Oro rosso di Jafar Panahi, oggi in prigione). Non manca nulla per farci ben sperare per questo film del lunedì, e se a coinvolgerci non sarà l'entusiasmo contagioso dei suoi protagonisti saranno le loro canzoni - heavy metal, indirock, rap - tutte preoccupate di raccontare il loro Paese, la condizione giovanile e le tante contraddizioni della politica ufficiale.

“Ma ho una richiesta da fare – ha premesso il regista - non parlate solo della faccia brutta dell’Iran, come la bomba atomica. È come una bella ragazza che è stata coperta con un chador e dei grandi occhiali scuri e di cui è impossibile apprezzare la bellezza in questo modo. Quando noi iraniani vediamo l’immagine che viene presentata a voi del nostro paese stentiamo a riconoscerlo”. Okay, ora possiamo entrare in sala

POPCORN CURIOSITIES

Alla stesura della sceneggiatura ha partecipato la compagna del regista, la giornalista di origine americana Roxana Saberi.La donna, arrestata con il pretesto di un'accusa di spionaggio, è stata liberata esattamente due giorni prima della proiezione del film a Cannes.

Ghobadi ha filmato senza permesso, in 17 giorni, spostandosi in moto con i suoi musicisti, con una piccola telecamera digitale perché in Iran il materiale a 35 mm è di proprietà dello Stato e usando i dvd illegali dei suoi film per corrompere i poliziotti che per due volte avevano voluto arrestarli.

Il titolo deriva dalla proibizione esistente in Iran di portare fuori gatti e cani condannati a segregazione in casa: il regista Ghobadi vede un'analogia tra i pregiati persiani e i ragazzi suoi protagonisti. Nel paese ogni opera o iniziativa culturale deve ricevere l’autorizzazione governativa, è vietato alle donne cantare in pubblico come soliste, irruzioni senza preavviso della polizia in case private sono frequenti; la metropolitana ha scompartimenti diversi per donne e per uomini; i documenti di viaggio sono tanto difficili da ottenere che il commercio dei passaporti falsi è fiorentissimo.

Ci si domanda: i protagonisti rischiano di avere dei problemi? Risponde il regista: ”Due o tre band hanno lasciato il paese, come altre prima di loro. Ci sono più di 3000 rock band in Iran e se 10 o 20 di queste lasciano il paese è solo un bene. Da noi i musicisti si devono nascondere e non hanno gli strumenti per suonare. Anch’io non posso rientrare ma la mia presenza ora è molto più utile qui in Occidente, perché qui posso raccontare quel che avviene là.

PREMI

Special Jury Prize al Festival di Cannes 2009;

Audience Award al Miami International Film Festival;

Miglior film straniero al São Paulo International Film Festival;

FICC Jury Award, Jury Prize for Cinematography e NETPAC Jury Award al Tallinn Black Nights Film Festival;

Special Jury Prize al Tokyo Filmex.

LINK

trailer

rap persiano

monica bellucci nel film

 


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