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Placido racconta, emoziona… ma dov’è il grande sogno?


Peccato aver assistito alla bagarre di dichiarazioni che ha seguito la proiezione della pellicola al Festival di Venezia. Peccato aver letto molti commentiovunque, e soprattutto aver assistito all’autopsia di questo film prima ancora di vederlo nelle sale: un’ispezione chirurgica che ne ha analizzato, pezzo a pezzo, intenti, difetti e particolarità, senza però assaporarne l’atmosfera.
Sì, peccato, perché personalmente ho trovato gradevole il film di Placido, delicato e senza pretese didattiche: una pellicola che scorre veloce e sa emozionare lo spettatore. La maggior parte delle scene, soprattutto nel primo tempo, sono girate nelle aule degli atenei e pullulano di studenti e studentesse , e questo piace molto al pubblico giovane che Placido con questo film sembra quasi voler chiamare a sé e ai suoi ricordi. Bella ma affatto originale la scelta di inglobare in una storia di amori che vanno e vengono le vicende del 68 facendole raccontare stavolta però anche da stralci di filmati d’epoca che non risparmiano un tuffo al cuore, né a chi c’era né a chi oggi, giovane in epoca dormiente, sogna di esserci stato.
Luca Argentero, Libero, risulta  piatto e privo di sfaccettature, forse perché relegato in un ruolo marginale rispetto al fulcro rappresentato non tanto dal flirt tra Laura e quanto dalla famiglia della ragazza. Giovane educata e colta, non la manda di certo a dire, e i suoi fratelli non dimostrano meno carisma. Suo padre e sua madre invece ritraggono alla perfezione quel clima di borghesia cattolica di quegli anni.
Nel finale si rileva un accumulo di eventi drammatici e di pathos che fornisce l’occasione alla critica di rimproverare Placido per l’esagerato coinvolgimento emotivo dovuto alla sceneggiatura di carattere autobiografico. Peccato,perché il resto del film è a mio parere stato girato con equilibrio e intelligente soggettività.      
Nulla a che vedere però con “La meglio gioventù” di cui consiglio calorosamente la visione soprattutto a chi lunedì ne “Il grande Sogno” di Placido ha cercato e non ha trovato quelle forti emozioni “made in ’68”.

 


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