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Da quartiere povero a centro mondiale dell'arte contenporanea. Fra la merda di Manzoni e i tramonti sull'Hudson

C'è una zona a Manhattan, che va dalla 20esima alla 26esima strada, tra la decima e l'11esima avenue, dove ogni porta, ogni ascensore ed ogni rampa di scale conduce ad una galleria d'arte. In un'area di soli sei blocchi se ne contano più di centocinquanta. Sto parlando delle Chelsea galleries: l'agglomerato forse più denso e significativo del mondo intero per quanto riguarda l'arte contemporanea. E pensare che quel quartiere, solo una quindicina d'anni fa, era considerato povero ed estremamente economico. Un mio collega polacco, adesso affermato nel settore della grafica, ma che a suo tempo ha condotto la dura vita dell'emigrante, mi ha raccontato del suo stupore, quando, facendo un giro da quelle parti, si è accorto che il loft scalcinato dove alloggiava (per un affitto irrisorio) appena arrivato a New York, adesso ospita sulle pareti opere di Andy Warhol, Roy Lichtenstein e Keith Haring. Dal punto di vista della storia dell'arte non c'è poi da stupirsi tanto, visto che spesso i luoghi poveri hanno offerto spazi a comunità di artisti in erba e, gli ampi  atelier imbrattati di colori ad olio e puzzolenti di trementina, si sono, con il tempo, trasformati in lussuose gallerie. E' successo a Montmartre ed a Soho, poi a Chelsea e sta accadendo a Williamsburg. Ho approfittato del weekend relativamente caldo, che ha interrotto il rigido inverno newyorkese, per rifarmi un giro delle gallerie di Chelsea ed abbandonarmi a quello stordimento che si prova nel saltellare all'infinito da un'esposizione all'altra.

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Nella Gagosian, una delle gallerie più prestigiose, mi sono imbattuto in una ben fornita retrospettiva del nostro enfant terrible Piero Manzoni. Ho avvertito che mi stavo avvicinando alle sue ben note lattine di 'Merda d'Artista', a causa degli striduli 'Oh my God!' che provenivano da un gruppetto di giovani americane dai capelli color platino. -Bravo Piero!-  Ho pensato, questa è la forza dei grandi artisti, che a distanza di cinquant'anni riescono ancora a provocare i giovani di New York. Il discorso concettuale iniziato da Duchamp e approfondito da Manzoni, che un artista, proclamandosi tale, può dichiarare opera d'arte qualasiasi cosa, evidentemente è cosi' acuto ed estremo che non è stato ancora del tutto assorbito nemmeno nella capitale dell'arte contemporanea. Proseguo poi in altre gallerie e mi imbatto in opere di artisti in voga come Takashi Murakami, Cindy Sherman e Marlene Dumas. Ma la maggior parte delle opere sono di giovani artisti che non conosco e mi aggiro furtivo per le sale  in cerca di un concetto decifrabile che dia un senso al mio girovagare. Alla fine mi lascio sopraffare da quella sensazione strana che lascia l'arte non compresa perché sconosciuta o, a volte, proprio perché non ha niente da dire. Pervaso da quella frustrazione intellettuale, a metà tra la sensazione di essere presi in giro da opere senza senso e la colpevolezza di non essere in grado di apprezzarle, mi dirigo verso casa, mentre il sole che tramonta sull'Hudson River, mi regala l'ultima opera d'arte della giornata.

 


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