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N

on sto scrivendo questo articolo dal mio appartamento a Soho, anche perchè é un bilocale talmente minuscolo che non c’è spazio per una scrivania. Inoltre il piccolo tavolo da pranzo, per mia indole disordinata, è sempre ricoperto da libri, riviste e cianfrusaglie varie. Ma, a dire il vero, anche se disponessi di uno studio, lo utilizzerei piuttosto di rado, perchè a New York il posto migliore per scrivere non è in casa, ma al bar. E non solo per scrivere, anche per leggere, studiare e lavorare. Ovviamanete ci sono bar e bar. Non intendo certo quelli dove ci si ubriaca dopo il lavoro, con la musica a tutto volume ed i plasma che danno le partite di baseball.

Questo dove sto srivendo adesso, per esempio, è il V bar, in Sullivan street vicino alla sede dell’NYU (New York Univeristy), nel cuore del West Village. È uno dei miei preferiti per le attività culturali. Sono circa le undici di sera e, seduti al mio stesso bancone di legno, noto una decina di persone. Nonostante la luce soffusa, riesco a distinguere perfettamente i loro volti perchè illuminati dal monitor dei MacBook. I tratti etnici variegati ed i loro colori, che coprono abbondantemente tutta la gamma cromatica immaginabile per la pelle umana, danno la sensazione di trovarsi dentro un pannello pubblicitario di Toscani per United Colors of Benetton. Sono studenti alle prese con le loro relazioni, scrittori assorti nel battere una storia e designers di tutti i generi, facilmente riconoscibili perchè hanno Photoshop o Flash aperto. Poco distanti, al banco di zinco, dove l’illuminazione è maggiore per le numerose candele, ci sono alcuni che leggono libri o appunti sorseggiando del vino. Infine, intorno ad un piccolo tavolino rotondo, noto un gruppetto dove, dai suoni familiari della coniugazione del presente indicativo del verbo ‘essere’ scanditi da uno di loro, si sta certamente svolgendo una lezione collettiva d’italiano.

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L’atmosfera è rilassante grazie anche ad un iPod Hi-Fi che diffonde, con un volume discreto, le note della sonata ‘Chiaro di luna’ di Beethoven. Insomma, tutt’intorno si avverte quella vibrazione che stimola la concentrazione e la creatività. Non c’è nemmeno da preoccuparsi se la batteria del laptop si scarica, perchè ci sono numerose prese a disposizione e, se ho bisogno d’informazioni per dare un senso di completezza a questo articolo, non ho da far altro che googolare, visto che il V bar mette a disposizione una connessione wireless gratuita ultraveloce. Un altro bar del genere, dove ho passato nottate intere a lavorare quando sono appena arrivato a New York e non diponevo di una connessione, è il Pick Me Up, nell’East Village, sulla prima Avenue tra la nona e la decima. Lì si respira un’aria un po’ diversa. Quella zona è conosciuta come una delle più ‘alternative’ di Manhattan, quindi anche le attività, da quelle parti, sono più originali. Seduti ai piccoli e traballanti tavolini di legno, ricordo pittori che facevano schizzi di ogni genere sui loro moleskine, creatori di gioielli con il tavolo cosparso di pietrine, intenti ad infilarle in modo originale su un filo di nylon e sulle copertine dei libri di quelli che leggevano, si scorgevano titoli come ‘Il giovane Holden’ o ‘Sulla Strada’. Potevo trascorrere una notte intera a lavorare ordinando solo qualche bicchiere di vino, senza che nessun cameriere mi facesse capire che dovevo lasciare spazio a nuovi clienti. La filosofia di questi bar o internet café, è quella di fornire ambienti pubblici per tutti quelli che vogliono lavorare attingendo alla naturale energia della City, fatta di contrasti, stranezze ed etereogenità. Tutte quelle cose che le pareti e l’intimità di un appartamento, pur grande che sia, smorzerebbero a discapito della creatività.

 


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