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20090326-algeria

"L'idea che avevo sul deserto e sull'Algeria è completamente cambiata."

 

U

n giorno all'università, aprendo la mia mail ho scoperto un interessante messaggio che offriva una borsa di studio per andare in Algeria e lavorare come volontario in un'oasi del deserto del Sahara durante il periodo natalizio. Il progetto consisteva nella ricostruzione di un antico mercato di un piccolo paese chiamato Beni Abbes e, allo stesso tempo, condividere tradizioni, cultura e lingua coi suoi abitanti. Subito mi sono messo in contatto con l'associazione che organizzava il campo di lavoro (Xarxa Lluis Vives d'Universitats), una rete che unisce le università delle regioni spagnole, andorrane e francesi dove si parla la lingua catalana, e gli ho inviato il mio CV ed un formulario. Ho avuto la fortuna di essere selezionato insieme a un gruppo di 17 ragazzi studenti di architettura, archeologia, storia, e giornalismo e finalmente sarei andato in un paese così vicino ma così lontano dal mio.

Da sempre mi sono interessato dalla lingua e della cultura araba. La mia città, Alicante, ha avuto grandi influenze arabe nel corso della sua storia, e la sua vicinanza all'Africa ne fa una città multiculturale dove l'immigrazione è un fatto quotidiano. Incoraggiato da questo miscuglio di culture che ho visto da bambino ho cominciato a studiare le lingue, tra queste l'arabo (per me la più interessante), ed è anche questo uno dei motivi che mi ha spinto a fare questo viaggio in Algeria.

Sono partito dall'aeroporto di Alicante, da dove partiva il nostro aereo per Orano. CERAI (Centro de Estudios Rurales y de Agricultura Internacional) è stata l'organizzazione di invio e quella che ci ha accompagnato durante tutto il percorso. Ci vuole appena mezz'ora di aereo per arrivare ad Orano, ma il peggio ci aspettava in terra algerina: 14 ore di autobus fino all'oasi; tutta un'avventura. Dopo essere arrivati all'aeroporto abbiamo aspettato due ore in un minibus che arrivasse una squadra di polizia che ci avrebbe protetto lungo il tragitto fino a Beni Abbes. Quando il pullman ha lasciato le luci della città, soltanto la notte ci avvolgeva e questo ci ha permesso di vedere un cielo che non avevamo mai visto così chiaro e oscuro, con le stelle più luminose e grandi. Intorno a noi, fuori, il buio più profondo e qualche luce lontana di qualche piccolo paese. Gli occhi si chiudono sapendo che il giorno dopo vedranno qualcosa di nuovo, chissà se bello, ma nuovo di sicuro. Il sonno non è così lungo, perché il freddo entra ogni volta che ci fermiamo per lo scambio delle squadre di poliziotti che si dove fare ogni volta che cambiamo di wilaya (così si chiama la divisione delle regione in Algeria).

L'alba ci sveglia con la luce attraverso le finestre ed il paesaggio è semplice. Niente altro che cielo e sabbia arancione che ricopre qualche roccia. Soltanto una cosa richiama la nostra attenzione: chi butta la spazzatura nel deserto? Innumerevoli pezzi di plastica blu e bianca distruggono la bellezza morta della visione. La prima sensazione è di incredulità, non potevamo spiegarci com'era possibile spandere così tanta spazzatura nel deserto. Tutto cambia quando arriviamo alla zona delle dune, dove il vento fa il lavoro di coprire l'immondizia e ci mostra quelle immagini che tante volte abbiamo visto in TV. Dopo un lungo percorso siamo arrivati a Beni Abbes, da lontano, un paesino di palme e sabbia rossa, che nascondeva acqua nell'interno.

L'accoglienza non avrebbe potuto essere migliore. Quindici ragazzi algerini della associazione ADESF (Association pour le Developement des échanges Sans Frontières) ci hanno accolto come si fa coi fratelli e ci siamo sentiti come a casa. Ci hanno ospitato in una casa con tre grandi stanze. Là dovevamo fare tutto noi in compagnia dei nostri colleghi algerini per poter così imparare della loro cultura e viceversa. Lo stesso succedeva nello chantier, dove si lavorava insieme agli altri. Principalmente fabbricavamo dei mattoni coi materiali tradizionali, cioè, andavamo a prender la sabbia alle dune, l'acqua, e poi creavamo l'argilla. L'obiettivo era di riparare una parete del mercato per impedire ai bambini di attraversare il muro e passare sui tetti instabili e cadere giù. Questo progetto è stato possibile grazie a Tawfiq Alla, mio amico e presidente dell'associazione ADESF e alla sua iniziativa.

L'idea che avevo sul deserto e sull'Algeria è completamente cambiata. Ho conosciuto dei ragazzi che parlano l'inglese meglio degli universitari europei, ma anche l'arabo ed il francese, e forse un po' d'italiano o spagnolo. Hanno conoscenze d'informatica, studiano con molto più impegno di noi e soprattutto hanno delle speranze, degli obiettivi fissi. Qualcuno può pensare che sono dei poveri per vivere laggiù, ma io invece penso che sono più ricchi di me per avere tutta quella meraviglia intorno. Ancora non sono riuscito a capire perché hanno così tanta voglia di uscire di quel paradiso, ma deve essere perché io ho potuto decidere quando andarci e quando partire.

Una passeggiata sul cammello per passare una serata sotto le stelle del Sahara alla fine della nostra avventura prima di tornare a casa e riflettere. I nomadi ci hanno mostrato come fare il pane sulla sabbia e abbiamo cantato insieme canzoni antiche intorno al fuoco, bevendo e mangiando come facevamo quando la tradizione significava ancora qualcosa per noi.

David Cabrera Sánchez
David ha 20 anni ed è di Alicante (Spagna). Studia interpretariato e da un mese è in Italia come volontario SVE presso l'Associazione Link di Altamura.

 

Per studiare l'arabo presso l'Istituto Bourguiba di Tunisi: www.iblv.rnu.tn

Per progetti di volontariato nei Paesi del Maghreb, visitate il sito dell'Agenzia Nazionale per i giovani www.gioventuinazione.it o contattate l'Associazione Link: volunteers@linkyouth.org

Per i campi di lavoro: http://www.lunaria.org/

 


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