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Sbracciato ed elegante, regna in una vetrina del centro in attesa di trovar padrona.
Ma neanche lo sconto del 70% lo porterà via.

Nella vetrina di un pretenzioso negozio di abbigliamento in piena via pedonale, a inizio dicembre 2008 appare un abito viola e nero di broccato, stile impero. Elegante, bellissimo. Il prezzo è commisurato alle aspettative più esose e quindi il capo si configura come inavvicinabile. Al confronto il vello d’oro era regalato, e in più il nostro abituzzo ha come vantaggio che, non essendo fatto di pellaccia di montone morto, non emana odori rivoltanti.

Qualcuno lo comprerà per il cenone a Natale. No. A Capodanno. Nemmeno. Alla Befana. Manco per idea. Arrivano i saldi e lui è lì, scontato del trenta per cento. Qualcuno arriverà. Niente. Cinquanta per cento. Lui permane lì impassibile, mentre il ribasso ha raggiunto quasi il settanta per cento.

Ora costa 99 euro. Soltanto. Un affarone senza precedenti. Non posso pensare che nessuna donna in tutto questo tempo sia stata tentata. I motivi per cui tale sogno alla moda non ha trovato un padrone sono tre:

  1. I brianzoli sono o troppo ciccioni o troppo magri rispetto al manichino, e la taglia media è diventata una rarità.

  2. Il buon gusto è tramontato e lo splendido abitino non trova estimatori.

  3. Tutti sono in bolletta sparata e nessuno compra più niente di niente, esclusi pane (secco) e latte (smunto).

Le tre ipotesi sono ugualmente attendibili. Nel primo caso descritto, tutti sanno che le taglie non sono più quelle di una volta, e che una 42 ormai va bene solo a un’acciuga essiccata mentre una 44 è già considerata una taglia forte. Un terzo degli esseri umani è più secco dell’acciuga di cui sopra e la restante parte va a farsi fare i vestiti dai tappezzieri dei grandi alberghi. Il vestito, appartenendo a una taglia standard da manichino, è più difficile da piazzare di uno yak tibetano (con attrezzatura da montagna) alle Maldive. Per quanto concerne la seconda ipotesi, è ormai da tempo risaputo come la dipartita del buon gusto sia avvenuta senza preavviso. È in atto la raccolta fondi per la lapide commemorativa di marmo nero con inserti d’oro, con quattro putti laterali in peltro incoronati da piume di struzzo pitturate con i non antiemetici colori della bandiera del nostro paese di riferimento, la Butsurria.

La questione della mancanza di fondi e di prospettiva è la più spinosa. Alcuni – i più plutocrati all’unisono con i più al verde – negano che la crisi esista e ritengono sarebbe opportuno non nominarla nemmeno. Altri – i veri opportunisti unitamente ai più raglianti tra i somari – la cavalcano con intraprendenza. Poi ci sono le prefiche dall’interminabile piagnisteo, che pronosticano la tragedia greca che ci seppellirà di debiti e povertà, e i nipotini scemini di Ridolini, che trovano molto esilarante che il mondo vada a ramengo perché non hanno capito che non viviamo in una commedia di Hollywood.

Insomma, con tutta la buona volontà, la leggiadra opera di sartoria resta dov’è. Essa desidera lasciare l’avita magione, altrimenti non farebbe mostra di sé in vetrina, ma il mondo intorno si distorce, e la nasconde agli sguardi del passante.

Il bel vestito che resta invenduto sopra il manichino non è la metafora della crisi. No. I tempi di crisi implicano un cambiamento di prospettiva. Il manichino siete voi. Decapitati della vostra testa di PVC, che comunque serviva a poco, restate lì desolati mentre la società implode e il vostro deprezzamento sale.

Se continua così, non vi compreranno nemmeno con un ulteriore sconto e, se non recuperate fiducia nella resistenza delle vostre cuciture e non prendete coscienza della bontà del tessuto e del modello, da quella vetrina non uscirete mai, neppure se vi date via gratis.

Ah, dimenticavo. Ovviamente il vestito è sbracciato e ci troviamo nel bel mezzo di un rigidissimo inverno. Ora dovete chiedervi, dati i presupposti, fino a che punto un buon taglio di stoffa abbia davvero voglia di svendersi, e in queste circostanze quale sia il miglior guardaroba nel quale finire appesi, e se esista.

 

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