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Non dire no, cantava Battisti. «Lo so che ami un altro, ma che ci posso fare, se ho il cuore malato, perché ti voglio amare...». Altri tempi. Tempi in cui il principio di non contraddizione trovava ancora qualche seguace. Nell'epoca fuzzy in cui ci è toccato vivere, invece, spopola un nuovo hit, con il quale mi candido alla vetta delle classifiche musicali della prossima estate. «Non dire boh», non tenermi lì appeso, si chiedono in tanti, tormentati dall'indecisione altrui. Vale per uomini e donne, ma anche per le formazioni politiche. Penso al Pd, per esempio. «Non dire boh», che è un po' come il famoso Moretti dell'invettiva a D'Alema (dire qualcosa di sinistra o, in subordine, dire almeno qualcosa). È un grido di dolore, un appello resistenziale, una chiamata alle armi della chiarezza. Vale per tutte le relazioni, quelle professionali, quelle sentimentali, quelle durevoli e quelle occasionali. E' ormai un movimento culturale da fronteggiare. Attenzione, però: non si tratta di relativismo, che è una cosa seria, con buona pace di Pera e di Ratzinger. Si potrebbe piuttosto chiamare fuzzismo, pensando all'inglese, ma in tempi di apologia del regime è meglio evitare ogni sorta di richiamo. Meglio chiamarlo bohismo, allora. Astenetevene, finché potete. È contagioso.

 


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